Yukio Mishima: Confessioni di una maschera

Autore controverso e molto criticato, Yukio Mishima è uno degli autori più tradotti nel mondo. In questo articolo presento l’autore analizzando il libro “Confessioni di una maschera”.

Confessioni di una maschera, ormai lo sanno tutti, è un libro controverso. Il mondo dei lettori si divide in due: c’è chi lo ama e chi lo detesta. Anche se, probabilmente, molta della critica scatenata su questo libro deriva dal disprezzo per lo stesso autore, Yukio Mishima, e il suo estremo patriottismo.

Il libro è un romanzo semi-autobiografico, narrato in prima persona, che racconta gli eventi che dall’infanzia all’adolescenza hanno portato allo sviluppo della sessualità del protagonista.

Premettendo che sia impossibile sviscerare il background, la carriera letteraria e la vita di questo autore in un solo articolo. Preciso che, in questo primo articolo, cercherò di darvi una visione parziale sul mondo di questo scrittore e sul motivo per cui questo testo è diventato un must della letteratura giapponese, già dal suo primo anno di pubblicazione. Inoltre, condividerò la mia personale chiave di lettura, grazie alla quale ho amato follemente questo libro.

Trama

Kochan è un bambino gracile e debole, allontanato da sua madre nel primo mese di vita e accudito da sua nonna, una donna severa e morbosa. Durante l’infanzia non gli è concesso di stare assieme ai suoi coetanei e viene segregato in casa, crescendo sotto una campana di vetro, isolato dal mondo esterno.

A undici anni incomincia a provare una strana attrazione per ragazzi e uomini del suo stesso sesso. Anche se, come dirà lui stesso, da infante aveva già provato qualcosa di simile leggendo favole di guerra, incrociando per strada uomini o assistendo a spettacoli teatrali.

Quantunque da piccolo leggessi tutte le fiabe su cui riuscivo a mettere le mani, le principesse non mi piacquero mai. Volevo bene unicamente ai principi; e tanto più ne volevo ai principi uccisi o destinati alla morte. Bastava che un giovane perisse di morte violenta perché lo amassi perdutamente.

È proprio durante questo periodo che Kochan scopre la masturbazione (che lui chiama “la mia brutta abitudine”). Il modo in cui scopre il piacere fisico è controverso; infatti, la sua eccitazione viene scaturita da statue greche che raffigurano uomini o da dipinti con uomini torturati e sanguinolenti. A questo si aggiunge la perversa inclinazione con cui venera la morte, soprattutto se dolorosa e scenica.

A scuola, il ragazzo, non riesce a integrarsi perfettamente con i suoi coetanei, e quando si ritrova attratto da un ragazzo più grande e maturo di lui, comincia a sospettare di avere pulsioni e interessi non convenzionali. Questa consapevolezza apre le porte della sua estraneazione e della sua eterna non-accettazione, decidendo così di dover indossare una “maschera” e nascondere il suo vero io, per apparire il più normale possibile agli occhi degli altri.

Nonostante gli studi all’università di Giurisprudenza, il lavoro in fabbrica e l’arrivo di qualche amico, la vita di Kochan procede con profonde riflessioni introspettive e un forte senso di emarginazione, che lo porta a credere che intorno a lui tutti nascondano la verità del proprio essere, come se il mondo partecipasse ad una grande messa in scena teatrale.

la vita è un palcoscenico, dicono tutti. […] alla fine dell’infanzia ero fermamente convinto che quella massima corrispondesse alla verità, e che io avrei dovuto recitare la mia parte sul palcoscenico senza mai tradire, neppure una volta, il mio autentico io. […] Credevo con spirito ottimistico che una volta terminato lo spettacolo, sarebbe calato il sipario e che il pubblico non avrebbe mai visto l’attore senza il trucco.

A 23 anni, un po’ per auto-dimostrazione e un po’ per cercare di apparire “normale”, si auto-convince di essere innamorato di una ragazza. In realtà, il sentimento provato per lei è una sorta di attrazione platonica che vacilla nel momento in cui viene ricambiato, e si presenta la possibilità di sposarsi.

Perché si parla di semi-autobiografia?

Kimitake Hiraoka, in arte Yukio Mishima, ha scritto questo libro ispirandosi ad eventi reali accaduti nella sua vita, lasciandosi andare così in una sorta di auto-analisi profonda. Vediamo insieme quali sono questi elementi personali.

Infanzia

Mishima è nato e cresciuto nella casa dei nonni paterni, dove a causa di una nonna morbosa ed ossessiva è stato allontanato da sua madre quando aveva un solo mese di vita. La nonna non solo lo rinchiuse nella sua camera ma non gli consentì neanche di giocare con coetanei o uscire di casa. Questo, probabilmente, ha influito molto sulla psiche dell’autore e nel libro ci racconta in maniera molto introspettiva i tormenti di quella giovane età, trascorsa in questo modo.

Adolescenza e inizio della Seconda Guerra Mondiale

Come il protagonista del libro, Mishima ha frequentato l’università di Giurisprudenza, ottenendo un lavoro presso il Ministero delle Finanze, e durante una visita medica, nella Seconda Guerra Mondiale, venne considerato “non idoneo” e quindi non fu arruolato nell’esercito, a causa della sua insufficienza toracica. Questo provocò un forte malessere in Mishima, sentendosi privato della possibilità di combattere in nome della sua patria.

Omosessualità

Mi difettava in via assoluta qualsiasi forma di voglia carnale per l’altro sesso. […] Avevo stabilito di poter amare una ragazza senza provare neanche l’ombra di desiderio.

Nonostante ci siano dicerie e testimonianze che sostengono la presenza di Mishima in ambienti e rapporti omosessuali e tendenze sadomaso, la sua sessualità non è mai stata accertata e questo libro, di poco aiuto alla causa, ha sempre creato pettegolezzi controversi sul tema. L’unica certezza che abbiamo, oggi, è che l’autore si è sposato ed ha avuto due figli (anche se molti affermano che l’abbia fatto solo per compiacere la famiglia).

Ossessione per la morte

Era nella morte che avevo scoperto l’autentico scopo della mia vita.

In quasi tutti i suoi libri, Mishima venera la morte sia a livello artistico che personale. A conferma di quanto detto, basti ricordare il celebre atto per cui l’autore viene principalmente ricordato: Il 25 novembre 1970, a 45 anni, Mishima (e altri compagni patriottici) occupa l’ufficio generale del Ministro della Difesa e dopo aver enunciato un glorioso discorso sul Giappone davanti a diverse telecamere, in diretta nazionale, si toglie la vita tramite seppuku, il suicidio rituale dei samurai, trafiggendosi il ventre e facendosi decapitare. Per intenderci, il seppuku viene considerata una morte onorevole che il guerriero si concede per mantenere la sua anima libera dalla vergogna.

“[…] Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo.

Yukio Mishima, discorso prima del suicidio

Considerazioni personali

Inizio col dire che ho apprezzato moltissimo questo libro, sia per le tematiche che per la delicatezza e la poesia con cui è stato scritto.

Confessioni di una maschera mette a nudo tutti i conflitti interiori di un ragazzo, sicuramente spaventato e disagiato da se stesso. Egli non si accetta, e anche al termine del libro non sapremo mai con certezza se la maschera auto-imposta cadrà oppure no.

Chi non si è mai sentito a disagio per un motivo personale? Tutti, anche se per poco, abbiamo innalzato maschere per sentirci uguali agli altri o per non aprirci completamente, soprattutto per la paura di essere giudicati o non capiti, a causa dei nostri desideri, delle nostre passioni e delle nostre pulsioni.

Mishima ci parla di questo, del senso di alienazione che si prova quando ci si sente diversi; del desiderio di nascondersi per non sentirsi deboli e attaccabili. Ci parla dell’animo umano e del travaglio interiore che si scatena quando l’uomo è alla ricerca di una propria identità.

La penna dell’autore, sottoforma di auto-analisi, esprime in maniera impeccabile gli stati d’animo, le fantasie, i dolori e la confusione del protagonista, intento a crearsi una maschera sociale talmente studiata da riuscire ad ingannare anche se stesso. Una lotta interiore così violenta da far scontrare il proprio io con l’ambiente che lo circonda, il desiderio con la morte e la tradizione con la vergogna.

Ho amato questo libro per tutto questo e, anche, per avermi fatto entrare (con una delicatezza estrema) in una confessione così sincera e minuziosa da riuscire a scuotermi emotivamente.

Perché, spesso, questo libro non viene apprezzato?

Già nel 1949, anno di pubblicazione, il libro ha categoricamente diviso i lettori in due fazioni: quelli che lo amano e quelli che lo odiano.

A prescindere dal fatto che negli anni ’30-‘40 giapponesi, essere omosessuali doveva essere una faccenda davvero complicata (come ancora oggi, in molte parti del mondo), credo che questo tema, affrontato in maniera così sincera e cruda, avrà scosso molti intellettuali e “finti perbenisti”, anche per le inclinazioni sadomaso. Purtroppo il mondo è ancora pieno di tabù e regole non scritte, secondo le quali certi argomenti siano fuorvianti ed evitabili. Io, personalmente, sono di tutt’altro avviso.

Sorvolando su questa mia personale e superflua visione della critica, alcuni lettori criticano la forma prolissa che spesso Mishima mette in atto; descrizioni interminabili, flashback così lunghi da far perdere il filo del discorso e dettagli quasi irrilevanti. Personalmente, spesso, trovo molta più poesia in queste parti che nel testo centrale; perciò riesco a capire l’utilità di queste digressioni, che hanno sempre un senso logico con la storia, anche se per qualcuno potrebbe sembrare una deviazione dal tema.

Ma, come già accennato all’inizio di questo articolo, gran parte della gente che non apprezza questo libro, in realtà, ha più che altro un profondo disprezzo per le idee politiche dell’autore.

Chi era Yukio Mishima?

Mishima è stato uno scrittore, attore e regista giapponese; fortemente influenzato dalla scuola Romantica. Oltre ad aver scritto tantissimi libri (alcuni dei quali riadattati per il teatro Kabuki e No), aver praticato arti marziali e aver recitato/diretto alcuni film, nel quotidiano Mishima è stato perlopiù un acceso Nazionalista.

Di indole fortemente patriottica, è stato spesso erroneamente associato alle idee Fasciste europee. “Erroneamente” perché tendenzialmente la sua visione Nazionalista era più che altro incentrata sull’idea nostalgica della tradizione del Giappone, in netto contrasto con l’occidentalizzazione della prima metà del ‘900.

Lui si definiva apolitico e apartitico, nonostante la sua venerazione dell’imperatore – non come figura autoritaria ma come emblema della tradizione giapponese – e la creazione del suo personale mini-esercito, che voleva rappresentare una forte critica nei confronti del Trattato di San Francisco del 1951 (col quale il Giappone aveva rinunciato a possedere un proprio esercito, affidando la propria difesa alle mani degli Stati Uniti).

Tutto questo sentimentalismo per la Nazione lo portò a concepire e organizzare nei minimi dettagli il maestoso suicidio pubblico con cui si tolte la vita, ancora giovane, in nome del quale sacrificava la sua vita inneggiando il proprio odio verso l’abominio dell’americanizzazione nel suo paese.

Nonostante i suoi ideali estremisti e fanatici, Yukio Mishima è uno degli autori giapponesi più tradotti nel mondo e conta numerose opere, spaziando da romanzi a saggi, da film a opere teatrali.

Il mio personale consiglio, per approcciarsi all’autore, è quello di separare il “Mishima politico” dal “Mishima scrittore”, anche se difficile. Fortunatamente lui ci ha aiutati in questo senso, grazie alla decisione di evitare qualsiasi riferimento alla politica nei suoi libri.

Lasciatevi conquistare dalla sua scrittura, dal suo mondo introspettivo e dalla delicatezza con cui descrive le emozioni umane, mettendo da parte pregiudizi e preconcetti. Vi assicuro che non ve ne pentirete.