Vita tra i selvaggi di Shirley Jackson
Shirley Jackson ormai non ha bisogno di presentazioni, è la regina indiscussa del gotico, i suoi romanzi sono amati al primo sguardo per la finezza che ha nel tratteggiare i personaggi e l’arguzia dei dialoghi. Vita tra i selvaggi, l’ultimo arrivato in casa Adelphi, non è da meno e, anzi, se possibile è il romanzo in cui queste sue doti stilistiche sono più accentuate. E non è neanche un romanzo gotico, non in apparenza almeno.

La trama
Vita tra i selvaggi racconta la quotidianità di una casalinga prima con due e poi con tre figli e un marito, due gatti e un cane. Niente meno che la vita della stessa Shirley Jackson che in questo libro dà il meglio di sé in quanto a ironia. Semplicemente descrive come trascorrono le giornate di una donna con scarse abilità domestiche – su sua stessa ammissione – e una propensione all’accumulo di oggetti, liste, rotelle, vita…
Come la maggior parte dei romanzi belli, è una storia in cui di fatto non succede niente, se possiamo definire niente i bambini che crescono, la scuola, i traslochi, la caldaia che non funziona, imparare a guidare a trent’anni, i ritardi, le partite a bridge, la caccia ai pipistrelli e così via un giorno dopo l’altro sempre uguale eppure sempre diverso. E “niente” succede un po’ in tutti i romanzi di Jackson anche se negli altri c’è sempre un elemento inquietante che qui invece sembra mancare del tutto.
Storia di ordinaria follia
Quello che di solito piace delle storie di Jackson è la capacità di raccontare l’orrore quotidiano, quegli scricchiolii familiari che si sentono solo dopo aver spostato il tappeto un po’ più in là, quella incrinatura che si vede grattando la polvere dalla superficie. Perché ogni relazione, di qualunque tipo, ha la sua dose di inquietudine. Qui, invece, in apparenza non c’è nulla di neanche vagamente ascrivibile al soprannaturale o all’orrore.
A meno che non si legga bene tra le righe e allora ecco comparire anche qui una sorta di inquietudine diffusa che serpeggia silenziosa nella grande casa e negli oggetti, nelle sensazioni e nell’immaginazione dei bambini. Non c’è di nulla di palesemente gotico e allo stesso tempo tutto il linguaggio usato ne è l’emblema. L’amico che fa il bullo all’asilo e che nessuno conosce, le sedie che decidono dove stare, la casa che sembra avere vita propria, le figlie immaginarie che cambiano nome…
Il cliché della casalinga?
L’orrore dunque c’è, ma devi saperlo cogliere e, forse, non vuole neanche essere così spaventoso come altrove. Vita tra i selvaggi, infatti, è spassoso e trasmette un senso di amore immenso per la famiglia, pur con tutte le fatiche che ci sono nel governare una casa senza aiuti. La protagonista del romanzo è ben conscia dei limiti dei suoi figli, del marito e pure della società che si aspetta dalla donna che rivesta mille e uno ruoli senza mai un lamento, ma questo non la rende cinica e arcigna. Al contrario, è ironica e pungente, amorevole e presente, comprensiva e paziente, di quella pazienza un po’ snob che tiri fuori quando sai di non poter vincere la stupidità altrui.
Forse quanto detto finora fa pensare che Vita tra i selvaggi rappresenti il cliché della casalinga e noi oggi vogliamo solo personaggi femminili contro il sistema. Ma parliamo di un romanzo di Shirley Jackson e chi ha già letto i suoi romanzi sa che non c’è niente di scontato nelle sue storie. Inutile dire, quindi, che sì, la protagonista è una casalinga degli anni Quaranta del Novecento che cucina, lava, stira, si occupa dei figli e del marito con estrema leggiadria, eppure c’è qualcosa nel modo in cui Jackson racconta che ti fa desiderare di essere lei.
Non riesco a immaginare un tipo di vita migliore, se non uno senza figli e senza libri, nel silenzio di un residence dove qualcuno fa le pulizie al vostro posto, vi consegna i pasti e voi non dovete far altro che starvene distesi su un divano e… insomma, non riesco a immaginare una vita migliore, ma se devo essere sincera ho dovuto accettare un bel po’ di compromessi.
Da leggere se…
Sei stufa di leggere libri mediocri con finti drammi e vuoi concederti una storia divertente e leggera dove tutti i problemi si risolvono a colpi di ironia. Ogni personaggio ha una voce forte e inconfondibile che si riconosce fin dalla prima battuta di dialogo. I bambini, in particolare, hanno delle uscite così genuine che è impossibile non sorridere alla pagina. E questa bravura nel costruire i dialoghi è una dote talmente rara che vale la pena leggere Vita tra i selvaggi anche solo per godersi certe scenette di ordinaria follia casalinga.