Virginia Woolf e il cuore di un poeta nel corpo di donna

Buffo pensare che, quando era ancora in vita, Virginia Woolf pensava che di lì a venticinque anni dopo la sua scomparsa nessuno avrebbe più letto le sue opere, invece ancora oggi vengono ristampate copie dei suoi scritti, pubblicati saggi e articoli su di lei, che è diventata parte fondamentale della letteratura mondiale e molti si ritrovano ancora nelle sue idee.

The indescribable agitation of life.

Virginia Stephen (questo il suo cognome da nubile) nasce a Londra il 25 gennaio 1882.
Come per tutte le ragazze in epoca vittoriana, non ha avuto accesso ad alcun istituto per poter studiare, perciò è sua madre che le insegna il latino e il francese, mentre suo padre le da libero accesso alla sua biblioteca privata. Dal 1897 al 1901 compie gli studi classici al King’s College London.

Virginia e suo fratello mostrano immediatamente un’inclinazione letteraria, tanto da fondare un giornale domestico Hyde Park Gate News su cui scrivono una serie di storie molto fantasiose. I momenti più belli della sua infanzia però sono quelli passati in Cornovaglia, di fatti sono proprio quei ricordi a darle l’ispirazione per la creazione di uno dei suoi romanzi più famosi Gita al faro.

Il periodo di serenità dura poco, visto che nel 1895 viene a mancare sua madre, poi suo padre e in quel periodo sia Virginia che sua sorella subiscono anche una serie di abusi sessuali da parte dei fratellastri. Tutti eventi, questi, che la portano ad avere una serie di esaurimenti nervosi, crisi e tentati suicidi.
Più tardi entra a far parte del gruppo di studiosi di Bloomsbury e sposò lo scrittore Leonard Woolf nel 1912, con il quale dopo varie incomprensioni riesce a creare un solido rapporto. Insieme si trasferiranno nel Sussex, luogo più tranquillo che sicuramente avrebbe giovato alla salute mentale di Virginia.

Insieme fondarono la Hogarth Press e tra il 1925 e il 1929 Virginia Woolf scrive le sue opere più famose: Mrs Dalloway, Gita al Faro, Orlando e il saggio Una stanza tutta per sé. Il 28 marzo 1841 si toglie la vita lasciandosi annegare nel fiume Ouse, vicino casa sua lasciando una straziante lettera al marito Leonard.

” Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. “

Leonard e Virginia Woolf

Bloomsbury Group

Il gruppo Bloomsbury era un’assemblea sociale di neolaureati dell’univeristà di Cambridge tra cui c’erano Lytton Strachey, Saxon Sydney-Turner e Clive Bell e ovviamente Virginia, insieme ai suoi fratelli Vanessa, Thoby e Adrian.
Si riunivano nelle loro abitazioni prima della Prima Guerra Mondiale e discutevano di letteratura, femminismo, politica, economia, sessualità. Tutti loro infatti criticavano aspramente il malfunzionamento delle società Vittoriana e Edoardiana, piene di contraddizioni.
Il gruppo era contro l’esclusività sessuale, di fatti molti dei suoi membri erano omosessuali o bisessuali e avevano relazioni con più di un partner. La stessa Virginia aveva una relazione amorosa con la scrittrice Vita Sackville – West.
Gli ambiti di cui si occupava maggiormente Virginia Woolf erano quelli di Letteratura, critica d’arte, saggi biografici e studi sociali.
Comunque il gruppo non è certamente famoso per l’unità di pensiero di chi ne era parte, bensì per lo strabiliante numero di autori talentuosi lì riuniti.

The object of life: to produce good people and good books. L’attività letteraria

La carriera da scrittrice di Virginia Woolf comincia già nel 1905 con il supplemento letterario del Times, dopodiché pubblica il suo primo romanzo La crociera.
In seguito scrive una serie di articoli e saggi critici che ottengono immediato successo tra il pubblico intellettuale.

Viene considerata colei che ha innovato lo stile e la lingua inglese, grazie alla sperimentazione attuata tramite il flusso di coscienza dando ai suoi personaggi profondità psichica ed emotiva.
I suoi romanzi sono altamente sperimentali, mentre la sua prosa è caratterizzata da grande lirismo, infatti il linguaggio usato è pieno di metafore, similitudini, assonanze e allitterazioni che servono per esprimere al meglio il flusso di coscienza.

La tecnica narrativa che sceglie è quella del monologo interiore, non c’è una linearità temporale, dato che ritiene che raccontare la vita linearmente fosse un modo imperfetto e superficiale di farlo, perciò nella mente dei suoi personaggi si presente, passato e futuro si sovrappongono.

Per questo sembra che i suoi romanzi non abbiano una trama ben precisa e in effetti potremmo dire sia così, poiché non accadono eventi o situazioni particolari, ciò che succede è tutto nell’interiorità dei personaggi, nella loro mente che vola da un pensiero all’altro, appunto.

Infatti Virginia Woolf è interessata a dare voce al mondo interiore degli uomini e delle donne.
E’ proprio in quegli anni che gli studi psicoanalitici di Freud rivelano che la coscienza è formata da diversi strati di cui molti sono sconosciuti anche a noi stessi. L’inconscio è una parte di noi guidata da forze irrazionali a cui la ragione non sa dare una spiegazione.

Al centro dell’attenzione c’è l’inconscio dei protagonisti, che vivono una serie di “Moments of Being”, cioè rari momenti di grande intensità e percezione, che permettono ai personaggi di rendersi conto di qual è la loro reale situazione.

“Esaminiamo per un momento una mente ordinaria in un giorno ordinario. La mente riceve una miriade di impressioni – banali, fantastiche, evanescenti, o scolpite con una punta di acciaio, che provengono da ogni parte. È come una pioggia incessante di innumerevoli atomi […] Registriamo gli atomi così come essi cadono sulla mente e nell’ordine in cui cadono, tracciamo il disegno, per quanto sconnesso o incoerente sia all’apparenza, che ogni immagine o incidente incide sulla coscienza”

Il femminismo

Virginia Woolf è considerata, oltre che una grande scrittrice, anche una delle pioniere del femminismo del Novecento.
Sapeva benissimo che gli uomini e le donne erano troppo impegnati a rispettare i ruoli di genere imposti dalla società, per curarsi della loro interiorità. Avrebbe voluto che si eliminasse quella linea che distingueva nettamente la posizione dell’uomo e della donna, sperando anche che quest’ultima riuscisse ad elevarsi.

La scrittrice individua nel denaro la causa maggiore di questa disparità tra uomo e donna. Le donne infatti non erano libere, perché non disponevano di denaro che le rendesse indipendenti, dunque anche nella loro interiorità erano in qualche modo prigioniere.

Una stanza tutta per sé

Una stanza tutta per sé è un saggio che si basa su due conferenze tenute da Virginia Woolf in due college femminili e all’Università di Cambridge.
Il saggio è di stampo femminista, in quanto l’autrice ripercorre la storia delle scrittrici donne o di quelle che vogliono intraprendere questa carriera.

Il titolo si riferisce proprio al fatto che una donna deve avere una stanza tutta per sé per poter scrivere indisturbata dal mondo esterno e dei soldi, senza i quali non potrebbe comprarsi nemmeno l’inchiostro per scrivere.
Il suo scopo è quello di rivendicare il diritto allo studio per le donne che, fino ad allora era appannaggio esclusivo degli uomini.
Lo scenario che ritroviamo in questo saggio è proprio quello dell’università, luogo di cultura da cui le donne erano escluse.
Dell’università Virginia ridicolizza i difetti, facendo anche qualcosa di rivoluzionario, ovvero esprimendo apertamente la sua opinione.
Si arrabbia con le stesse donne che non sono riuscite a imporsi come esseri umani nella società, poiché troppo occupate a badare alla casa o ai bambini.

Ciò comporta che tutte le donne che avrebbero voluto diventare qualcos’altro oltre che madri, sono infelici e soffrono.
La lettura di questo saggio è stata per me illuminante, non solo in quanto donna che conduce studi umanistici, ma anche perché mi ha permesso di conoscere meglio il pensiero di questa autrice dalla grande sensibilità.
Il saggio poi si presta benissimo sempre a nuove interpretazioni, dunque ogni volta che lo leggo mi dice qualcosa di nuovo.
Comunque non credo sia adatto come primo approccio all’autrice, almeno non se di lei non conoscete proprio nulla, perché potreste pensare sia troppo “pesante” e retorico.

Mrs. Dalloway

Questo invece è il romanzo giusto se non avete mai letto nulla di suo e volete recuperare le sue opere.
La signora Dalloway è il romanzo che contiene tutte le idee e le tecniche innovative di Virginia Woolf.
Parallelamente vengono raccontati i pensieri, le impressioni e i momenti d’essere di Clarissa Dalloway, una donna dell’alta società che sta organizzando una festa a casa sua e di un uomo che torna dalla guerra con una serie di tormenti interiori.
Il lettore conoscerà Clarissa Dalloway attraverso il suo flusso di coscienza e quello dei suoi invitati, che ci permettono di capire chi era in passato grazie ad una serie di flashback.


Anche qua vi sono i “moments of being” di cui abbiamo parlato prima. Un determinato oggetto è capace di originare una riflessione profonda o riportare alla memoria i tempi passati, magari più felici.
E’ infatti una foglia che ricorderà a Clarissa le cavalcate a Bourton e l’incontro con un suo ex fidanzato la riporterà indietro nel tempo, a quand’era una ragazzina che discuteva animatamente di argomenti letterari, mentre adesso era vittima delle convenzioni della società borghese.

Attraverso l’espediente della festa e del flusso di coscienza dei partecipanti ad essa, Woolf mostra i numerosi aspetti della società del tempo, anche e soprattutto i peggiori.
Anche solo Clarissa potrebbe essere considerata la rappresentazione della società inglese, un po’ snob e viziosa, finge addirittura di essere meno intelligente di quel che è.
Nonostante questo è ovvio che in profondità, c’è qualcosa che turba Clarissa, qualcosa che non emergerà mai del tutto, un senso di tristezza che lascia solo intuire come si sente davvero.
E’ prigioniera anche lei.
D’altronde era questo che ai tempi la società richiedeva ad una donna.

Chi invece non fa mai mistero della sua condizione psicologica, è sicuramente Septimus, il reduce di guerra.
Il lettore assiste a dei lunghi monologhi in cui capisce che quelli sono i pensieri e le sensazioni di un uomo che ha perso la pace mentale, è così disperato da togliersi la vita, liberandosi quindi dalle sue sofferenze.
Ed è proprio quando Clarissa viene a sapere della morte di Septimus che raggiunge il suo momento d’essere, in cui prova empatia con l’uomo e riconosce degli aspetti in comune con lei.

La Signora Dalloway è un romanzo complesso, come lo è l’animo umano.
E’ un romanzo che mi è piaciuto tanto proprio per l’interiorità mostrata, per la capacità di Virginia di far emergere i lati anche più oscuri delle persone, le loro contraddizioni e i loro desideri o pensieri più reconditi.
Inoltre mi piace questo linguaggio poetico, il fatto che sotto numerosi aspetti si cela anche quello che l’autrice aveva dentro.
Assistiamo anche ad immagini di vita e di morte molto potenti, che in un certo senso mi hanno fatto riflettere su quanto l’esistenza e le relazioni siano complicate, ma anche bellissime quando riusciamo ad ottenere una tregua dai tormenti che attanagliano l’animo.