La Bella Estate di Cesare Pavese: il racconto di una “verginità che si difende”

Autore: Cesare Pavese
Casa editrice: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno di pubblicazione: 1949
Numero di pagine: 98

Una verginità che si difende

La bella Estate è un romanzo breve scritto nel 1940 e pubblicato solo in seguito, nel 1949, nel volume dal titolo omonimo insieme con altri due racconti dell’autore: “Tra donne sole” e “Il diavolo sulle colline”. Sì parlò tanto di questi due titoli, apprezzati dalla critica per la visione schietta di un’umanità alla ricerca di riscatto e futuro, e dal pubblico per la cara visione malinconica dell’autore in tempi rivoluzionari per l’Italia: il cameratismo maschile e la corruzione dell’anima colpiva chiunque. Si parlò meno de La bella Estate, un racconto cruciale per la figura dell’autore e altrettanto unico nelle sfumature che ancora oggi riescono a scappare dalla pagina, a urlare nei pensieri di chi legge. Pavese stesso lo definisce il romanzo di una “verginità che si difende”.

L’incipit

«A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. Siete sane, siete giovani, siete ragazze, non avete pensieri, si capisce”, dicevano.»

Uno dei più begli inizi di tutta la narrativa dell’autore e oltre, questo di La bella Estate: è un’immagine precisa che rapisce, fa sentire sulla pelle il desiderio di divorare la notte, di sentirla crescere dentro, quando si è giovani e inesperte, un’immagine che si incolla addosso. Ho sentito nelle prime parole, la poesia di benvenuto, tutta la smania di una donna di scoprirsi come femmina, scoperchiare la sua vita sentimentale e sessuale: l’autore vuole arrivare qui, a spogliare le ragazze per un dipinto sì, ma soprattutto togliere i vestiti per liberare una voglia che ribolle quando i sedici anni sono pochi ma già troppi per non scoprire il corpo di un uomo e la forza di una sguardo quando desidera.

Le donne vagano di notte, per “diventare come matte”: all’inizio Ginia osserva in disparte i tafferugli di Rosa, guarda con giudizio qualcosa che invece non vede l’ora di vivere, l’invidia quando lascia il posto alla nuova consapevolezza.

Pavese ci racconta di questo come un luogo privato e raggomitolato dove si diventa grandi.
E l’inizio ci conduce per mano e con curiosità in una storia semplice, sullo sfondo Torino la meschina che illude e confonde, fatta di uomini e donne che gironzolano la vita e intanto provano a capirla, uno scivolone dopo l’altro. Siamo per le vie di una Torino dell’inconsistenza, una città che non viene chiamata mai. Nelle parole di Guido, il pittore di Ginia, tornano invece le colline, “più belle delle donne”.


“Pavese porta via nel tempo, e fa tornare la voglia”: le parole di Claudia Durasanti nella sua prefazione al romanzo sono tanto poetiche quanto fisiche, reali, e trasportano con immediata bellezza nello stile di Pavese, nella sua malinconia insofferente che porta a volere tutto.

La trama

È la storia di Ginia e Amelia, di una scoperta della vita e delle carezze sessuali da parte di una ragazza, imbambolata a guardare che cosa sperimenta l’altra, l’Amelia del suo sguardo. Ginia appartiene all’ambiente operaio e vive con il fratello che lavora la notte e dorme di giorno, vivono la casa in un incontrarsi mai, un fare e continuare senza scossoni, uscire di casa di corsa per incontrare Rosa e non perdere il pullman, sfiorare la vita senza buttarcisi dentro.

Poi arriva Amelia: la prende per mano e le apre le porte di una città bohème artistica e intellettuale, fatta di soffitte e pennelli sporchi di colore. Amelia posa nuda per alcuni pittori e Ginia con lei scopre la vita “dietro le tende di velluto”, conosce la sensazione di vergognarsi, togliersi strati e sentirsi più viva. Il tempo con i perdigiorno si dilata, trova spazio per sguardi e una cosa chiamata seduzione dove lei sguazza, dove si lascia sedurre da Guido, il biondino che la vede forse per la prima volta. È l’inizio di una dolorosa maturazione come donna.

Il triste epilogo, Amelia e la malattia, Amelia e le conseguenze di tutto questo fare e vivere senza pensare, senza giudizio, lascia un’aura di pesantezza sul cuore, di Ginia e del lettore, che sembra essersi ormai del tutto affidato alle sensazioni della storia. Ginia siamo noi donne quando scappiamo e vorremmo vivere, quando invece viviamo e già vediamo all’orizzonte il sorriso malvagio del nostro sbaglio. Nelle pagine de La bella Estate conosciamo una donna quando impara a chiedere alla vita.

Riflessioni

«Ginia avrebbe pagato a sentirla parlare con voglia di molte cose che a lei piacevano, perché la vera confidenza è sapere quel che desidera un altro, e quando piacciono le stesse cose una persona non dà più soggezione. Ma Ginia non era sicura che Amelia, quando passavano verso sera sotto i portici, guardasse quello che lei guardava.»

Il titolo ci illude con l’arrivo di una bella estate, assaporiamo la voglia di viverla e sentire la febbre del caldo torinese, le sue moine alla gente, spogliarsi e ridere in piazza, poi arriva l’autunno, il freddo sulla pelle nuda rannicchiata in un letto triste, e la donna si sente fragile, graffiata, svuotata.

L’estate scivola in sottofondo alla Torino silenziosa, timida, invisibile, la città dipinta ad acquerello dove Ginia e Amelia giocano i primi amori e provano a possedere se stesse in una partire dove si vuole vincere l’attenzione dell’uomo. Qui si finisce per sentirsi zoppicanti talvolta, altre come una lampadina accesa, micce pronte a esplodere di rabbia e passione.

Ginia cerca se stessa e trova Amelia, che si spoglia per i pittori e forse con gli uomini si rotola furiosa tra lenzuola stanche, “gli occhi pesti come le attrici, eppure le attrici non fanno bambini”. Ginia osserva e non sa come spegnere i pensieri che turbinano vorticosi intorno a lei. Cerca se stessa e trova Rosa, che si rotola nei prati e ama senza pesi sul cuore o sulla pelle, e Ginia in queste fotografie sfocate, quasi sciolte nei suoi occhi, vede la donna che potrebbe essere, e in certi momenti vorrebbe essere, perché anche per lei sarebbe bello sentire il peso del proprio corpo, trovare la pelle di qualcuno a fianco della sua.

«Era bello lavarsi per lui», sussurra a se stessa prima di uscire di casa e Torino la curiosa si illumina della sua nuova energia, una pulsione vitale che la fa galleggiare: andare alla scoperta del proprio corpo attraverso la pelle dell’uomo, uomo che cerca, gioca, spreca, e lei non capisce.

Epilogo sentimentale

«Sono una scema, pensò Ginia finalmente, perché scappo sempre? Non ho ancora imparato a star sola. Mi vengano a cercare, se mi vogliono


Ginia siamo noi tutte quando parliamo a noi stesse quando cerchiamo parole per raccontarci una favola, e quelle parole sono aria che non riempie i polmoni ma li spezza, e poi manca il respiro.
La bella Estate non è fuori, per le strade o nelle soffitte, non è il momento dell’anno che festeggia il caldo e la pelle nuda, la voglia di amare e vivere, lo è, certo, ma non solo: questo è un racconto sensibile, malinconia e zucchero, di un preciso momento di vita. Pavese racconta l’estate di due donne, la loro giovinezza quando esplode, questo è stato la loro estate.
«Andiamo dove vuoi», disse Ginia, «conducimi tu».
La fine torna all’inizio bellissimo di questo romanzo, svela l’intimità della donna, il suo farsi prendere per mano, seguire lei, l’Amelia delle scoperte e di un vivere leggero, spensierato, furioso.

Una piccola curiosità

Le due date del racconto, il 1940 come momento in cui viene creato, scritto, patito, e il 1949, l’anno di pubblicazione e del suo scorrere libero tra la gente, l’inizio della vera vita di una storia.

Nel 1940 Cesare Pavese termina la stesura della storia di Ginia e Amelia, le donne di La bella Estate, e incontra Fernanda Pivano: come analizza la stessa Claudia Durasanti nella bellissima prefazione all’attuale edizione del romanzo, è curioso immaginare un legame tra l’autore che si “svuota” di una storia e l’incontro con la donna che potrebbe dare una risposta a molte delle domanda nascoste in Ginia e Amelia.

Chissà che ragazza è stata Cesare Pavese, si chiede sempre l’autrice di questo scritto che invito tutti a leggere per divorare non solo ciò che si nasconde tra le parole dell’autore osservato da occhi sensibili e femminili, ma per fermarsi a riflettere su quello che in fondo può essere l’essere femmina in un autore che le donne le racconta spesso con disprezzo e fatica. Ecco, in questo racconto io vedo per la prima volta le carezze che lui vuole offrire alle donne, all’immaginarsi il diventare grande “rotolando nei prati” e portando con sé la malinconia dell’arrendersi, così come del “fermarsi prima”. La tenerezza è Ginia quando spera sia un elemento esterno a fermarla, l’amica, il freddo, le tende scostate, e perde la fiducia che una donna ha in sé stessa per fare la “cosa giusta”. È così semplice e bello rivedersi in lei, noi femmine un po’ perse tra gli sguardi maschili e braccia nuove.

Poi, Pavese pubblica la storia nove anni dopo e dopo un anno ancora incontra Constance Dowling, si fa condurre, proprio come fa Ginia con Amelia, ma non è una storia felice. “Inutile fingere di essere forte”, dirà alla donna. Ecco il senso che ha avuto per me il romanzo, letto e riletto per farlo scorrere dentro con la forma della Malinconia: l’abbandonarsi a se stessi, in adolescenza e in vecchiaia, l’inutile sforzo nel fingere di essere forti.