Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea, di Daniel Mendelsohn

Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea (2018) è il secondo romanzo di Daniel Mendelsohn pubblicato in Italia per Einaudi – il terzo, se aggiungiamo Bellezza e fragilità edito invece da Neri Pozza – e, come gran parte della produzione letteraria dell’autore, affonda le sue radici nella sua profonda conoscenza del mondo classico, e di quello greco in particolar modo.

Odissea


Non si tratta, tuttavia, né di una disamina della discussa figura di Odisseo (no, non lo chiamerò Ulisse, non qui), né di un mero testo divulgativo. L’operazione compiuta dall’autore coniuga approfondimento letterario e vicenda personale, consegnandoci un romanzo-memoir in perfetto equilibrio drammatico ed emotivo tra omaggio e introspezione, un Patrimonio di Philip Roth che incontra la classicità, che amerete particolarmente se, come me, non avete mai smesso di provare nostalgia per il liceo classico.

Nostalgia che – grazie alla sua intrinseca densità semantica – rappresenta uno dei concetti cardine del viaggio di Mendelsohn. Si tratta di una sfumatura di dolore diversa dalla semplice malinconia, proiettata al ricordo del passato ma anche in avanti, verso il momento del ritorno, uno struggimento difficilmente definibile, una mancanza diversa per ogni esule. Se avete nel bagaglio un animo sufficientemente nostalgico, se quello ai poemi omerici è un ritorno che vi chiama da un po’, l’epopea di Mendelsohn sarà una lettura difficile da dimenticare.

“L’Odissea dunque non è solo una storia di mariti e mogli, è anche, e forse ancor di più, una storia di padri e figli.”

Un viaggio dentro all’idea di viaggio

Un’Odissea è esattamente quello che promette il sottotitolo: un padre, un figlio. In mezzo, un’epopea in senso letterale (o forse letterario) oltre che figurato: un percorso tortuoso, a tratti irragionevole, con una linea temporale incostante, spesso dettato più da ostacoli e imprevisti che non da una volontà consapevole. È un viaggio, geografico e interiore, e un viaggio dentro al viaggio. Per questa ragione Mendelsohn riflette insieme al lettore sulle diverse dimensioni di questo concetto, partendo dal contorno lessicale che viene dato all’aspetto geografico (voyage), a quello temporale (journey) e a quello emotivo (travel).

Possiamo prendere queste due affascinanti pagine quasi come un manifesto programmatico: Mendelsohn parte dal testo, dalla parola, per addentrarsi sino alla radice – etimologica e non solo – di quei concetti così universali, così intrinsecamente umani, che rendono l’epica classica ancora attuale.

“Perché una storia di viaggi è anche inevitabilmente una storia di separazioni, di allontanamento da coloro che ci si è lasciati alle spalle.”

In questo caso, il viaggio nel testo si intreccia con il viaggio lungo i luoghi del testo; con essi si confronta, si completa e diventa più personale che mai, un itinerario fisico che non si percorre in solitaria, ma che rende irrimediabilmente diverso chi lo affronta.

Conoscersi

Proprio perché l’idea di viaggio porta con sé il senso di una trasformazione interiore, di scandaglio emotivo del proprio percorso umano, Daniel Mendelsohn non ripropone a suo padre solo i passi fisici di Odisseo nel Mediterraneo, ma tra le pagine del romanzo ri-costruisce la figura di Jay, partendo da una de-costruzione di tutto ciò che ha sempre pensato di sapere. È la disamina sofferta di un uomo adulto, genitore a sua volta, che ripensa non solo alla propria relazione con la figura paterna, ma alla vita del padre come individuo: una presa di distanza solo apparente, che lo conduce a una maggiore comprensione delle rigidità e degli spigoli che costellano un rapporto complesso, a una vicinanza non imposta da un legame di parentela ma da una sincera stima per l’uomo, prima ancora che per il padre.

E ri-conoscersi

Ci dice, a un certo punto, Daniel, che per il figlio è impossibile pensare di conoscere davvero il proprio genitore, fosse anche solo per un mero fattore temporale: i nostri padri sono esistiti prima di noi, a volte come persone completamente diverse da come pensiamo di conoscerle. È il nucleo al centro del viaggio di Telemaco, che non ha ricordi di Odisseo prima della partenza, in quanto troppo piccolo per conservarne una vera memoria. Per il giovane, cresciuto nella mancanza di una figura distorta sia dall’invidia e dalla rivalità che dalla nostalgia, il viaggio rappresenta quell’allontanamento dal noto che si rivela indispensabile per decostruire i contorni di un Odisseo che non è realmente mai esistito.

Non si tratta di un procedimento indolore. L’Odissea ha una sorprendente famigliarità con il pianto, anche maschile, dato che evidenzia le differenze tra Jay e Daniel – un indizio che ci spinge a dedurre che la consapevolezza non annulla le distanze, ma ci permette di scegliere lucidamente se e come colmarle. È il travel che deve passare, per cambiarci, attraverso il tormento del travail, risputandoci fuori dalla tempesta per sempre diversi.

Ritorno a Itaca: uno scorcio su Tennyson e su Kavafis

Se da un lato la dinamica padre-figlio, con la sua componente di riconoscimento e presa di coscienza, è centrale nella costruzione di una memoria famigliare per i Mendelshon, dall’altro non è che una manifestazione di quella tensione alla scoperta, al viaggio e alla rinuncia al noto che hanno contribuito al fascino della figura di Odisseo attraverso i secoli. Dare valore al processo, al percorso, anche quando implica in apparenza il non-raggiungimento della meta agognata (fisica o metaforica) significa spalancare le porte all’ignoto, alla ricerca per amore della ricerca stessa, anche al rischio.

È a questo proposito che Mendelsohn compie un breve excursus attraverso due riprese dell’eroe greco in tempi recenti, la poesia Itaca del greco Konstantinos Kavafis (1911) e il poema Ulysses dell’inglese Alfred Tennyson (1842): entrambi insistono proprio sul dualismo tra meta e viaggio, tra divenire e arrestarsi, ricordandoci perché, dopo oltre due millenni, Odisseo non smette di turbare e affascinare.

Potrebbe essere anche merito suo – di Odisseo, intendo, e dell’ombra che ci piace continuare a chiamare Omero – se Un’Odissea è tanto riuscito. E sicuramente lo è, almeno in parte. Tutto il resto, però, ce lo mette Mendelsohn: non è L’Odissea, ma “solo” Un’Odissea, quella di Jay e di Dan, una rotta tra le tante, e forse è proprio questa capacità di continuare a far scoprire a ciascuno qualcosa di unico a rendere ancora universale questo viaggio.