Uno di noi di Elizabeth Day

Con Uno di noi (Neri Pozza, traduzione di Simona Fefè), la scrittrice Elizabeth Day ha riportato in libreria l’aristocrazia inglese e i suoi peccati. A trent’anni di distanza da Il party, il suo romanzo forse più famoso, tornano Martin Gilmour e Ben Fitzmaurice, perfetti rappresentanti di due mondi opposti e inconciliabili.

Uno di noi

La caduta

Chi ha già letto Il party conosce bene gli antefatti, gli altri troveranno tutti i dettagli più succosi nei primi capitoli, che rappresentano le fondamenta su cui poggia Uno di noi.

Martin Gilmour ha passato la vita (letteralmente) a cercare di far parte dei piani alti e, grazie all’amicizia strettissima con Ben Fitzmaurice, per un periodo ha anche creduto di avercela fatta, di essersi conquistato una sedia nell’Olimpo. Ma la gente comune non dovrebbe mai davvero sentirsi al sicuro se non ha una valida moneta di scambio. E infatti Martin cade, cacciato dal regno degli dèi come un torsolo di mela masticato.

Certi affronti, però, non si dimenticano e Martin cova la vendetta e il rancore come un moderno Edmond Dantes privo di mezzi, ma anche senza nulla da perdere. Nel corso del romanzo, via via che gli altri personaggi ne descrivono i comportamenti e lui stesso si disvela, PO, come lo chiama Ben dalla scuola, assume sfumature sempre più inquietanti e sorprendenti che lo fanno passare da comparsa a protagonista indiscusso. Leggendo, è inevitabile chiedersi se Martin sarebbe mai potuto esistere senza una vittima a cui succhiare la vita.

Gli dèi

Gli dèi di Uno di noi sono “la nobiltà terriera”, famiglie ricche e potenti da generazioni che ricoprono i ruoli giusti, sanno cosa indossare e quali regali fare, sanno gli ingranaggi da ungere per arrivare dove vogliono e non devono preoccuparsi dei problemi perché i soldi sistemano tutto. Ma sono anche famiglie in cui non si conoscono le parole per dire l’affetto, gli errori non sono ammessi e le deviazioni sono una condanna.

La famiglia Fitzmaurice è una di queste e non fa sconti. Lo sappiamo che l’altra faccia del potere è il dolore, ma è comunque molto interessante sbirciare nella vita dei membri di una stirpe che mira alla perfezione, carpirne i segreti e tutte le idiosincrasie che creano fratture di cui non è ammesso parlare.

La sua sicurezza innata la infastidisce. All’apparenza lei non ha bisogno di fingere di essere meglio di quel che è, cosa che confonde Serena, la cui vita è modellata sulla proiezione di un’immagine studiata.

Il potere

Bene la nobiltà di nascita, il diritto innato di “essere meglio degli altri”, ma il vero potere arriva dai soldi. E infatti, in un romanzo che ruota intorno al mondo della politica con i suoi scambi e favori, non poteva mancare chi nell’Olimpo è arrivato grazie al denaro. Jarvis è l’antieroe per eccellenza, viscido, privo di scrupoli e grezzo, ha fatto in modo di creare un impero personale che lo metta al riparo da qualsiasi intoppo – non come Martin, che alla prima spinta è caduto dal dirupo. E di questo impero si fa vanto, lo usa per manipolare situazioni e persone a proprio vantaggio, mosso dal desiderio di possedere tutto ciò che vuole: posizioni, amici e donne.

Forse uno dei personaggi peggiori della letteratura e, allo stesso tempo, la miglior prova di Elizabeth Day che riesce a rendere la sua pochezza a tutto tondo e non una macchietta bidimensionale. Certo, in quanto antieroe è privo di tutti gli spigoli e sfumature che rendono gli altri personaggi tanto interessanti, ma ci strappa alla fantasia che anche nelle persone cattive in fondo c’è del buono, perché no, non è sempre vero.

Le dee

Se gli dèi hanno soldi e potere, le dee di Uno di noi hanno dalla loro parte solo l’eredità. Per questo Serena è un personaggio incredibile: la moglie trofeo che alla soglia della menopausa si trova costretta a fronteggiare il male peggiore per quelli del suo lignaggio, l’emotività. Austera, fredda, bellissima, d’improvviso prova compassione e pena, soprattutto per sé stessa, per aver interpretato un ruolo che ora la imprigiona nel silenzio, come moglie e come madre.

E se sei stata costretta a nasconderla per tutta la vita, smussando le asperità del tuo livore fino a trasformarti in una pietra perfettamente levigata? E se quello è l’unico modo di esistere che conosci?

I capitoli che Elizabeth Day dedica a Serena sono tra i più belli per i temi che riesce a toccare senza scadere nel già sentito. Perché Serena incarna esattamente un certo tipo di donna e tutti i dubbi che le vengono ora che non si sente più un trofeo da esibire scalfiscono anni di rigida educazione patriarcale, ma non sono abbastanza profondi da poter scardinare le fondamenta.

Non hai idea, vorrebbe dirle. Devi stare al gioco. Non puoi distruggere tutto in questo modo. Non è così che funziona. Perché Cosima non può avere ragione. Il contrario significherebbe che ad avere torto è lei. E che tutta la sua esistenza è una finzione. Non può permetterlo.

Gli altri

Uno di noi è un romanzo a più voci e ognuna ha qualcosa di interessante da dire. C’è Cosima, la figlia maggiore dei Fitzmaurice, che si ribella alla famiglia abbracciando cause opposte alle loro; Richard, che sembra un inetto preda dei peggiori istinti sessuali e invece è forse la cosa che più si avvicina a una brava persona in questo romanzo; Ben Fitzmaurice, il dio dell’Olimpo, che svende  tutto per il potere politico. E poi c’è Fliss, la vittima, che con la sua assenza riesce a mettere in discussione ogni certezza.

Ognuno di loro meriterebbe un’analisi a sé, tanto sono sfaccettati, ma il piacere della lettura sta proprio nello scoprire chi sono e cosa li muove nel mondo, soprattutto quando le loro azioni sono estremamente deprecabili.

Uno di noi

Quella di Elizabeth Day è una prosa limpida che va al cuore delle questioni, senza gingillarsi in una scrittura inutilmente pomposa. Non che questo, però, renda il suo stile semplice o meno godibile. Al contrario, è particolarmente appropriata la scelta di non appesantire il romanzo aggiungendo a un ambiente sfarzoso anche l’onere di un linguaggio poetico. Nel suo essere diretta, infatti, disseziona in maniera chirurgica la grettezza e la fallacia della classe dirigente.

Elizabeth Day è brava a giocare con le classi sociali e a mostrare, man mano che la storia va avanti, la doppia faccia di ciascuna perché la ricchezza non è priva di spigoli e “la plebe” non manca di ambizioni. La conclusione è cinica e amara, ma ci siamo già arrivati tutti: il problema non è la classe a cui appartieni ma chi sei e quali sono i tuoi valori.