Una storia selvaggia: ritornare allo stato di natura

Se anche voi come me sognate di vivere in un luogo sperduto, lontano dalla civiltà, e perdervi nella natura incontaminata, questo romanzo deve essere la prossima lettura. Con Una storia selvaggia, edito Einaudi, infatti, Eowyn Ivey riesce ad avvicinare l’Alaska all’Italia, grazie anche alla traduzione di Eva Kampmann. L’autrice è nata e cresciuta in Alaska, quindi conosce bene quelle terre estreme che costituiscono anche l’ambientazione del suo esordio letterario nel 2011 con La bambina di neve.

Quando la natura chiama

Birdie è una giovane donna irrequieta. La quotidianità della vita cittadina le dà noia e la rende nervosa. Cerca di rigare dritto, se non altro per sua figlia Emaleen di 6 anni, ma spesso alza il gomito nel bar dove lavora e si diverte con i clienti. Mamma e figlia abitano in un cottage malandato nei pressi del bar sotto l’egida della proprietaria. Quando Arthur, uomo schivo e solitario, si avventura nei pressi del locale sempre più spesso, qualcosa in Birdie cambia. Arthur vive in una capanna lontano da tutto e Birdie è affascinata dal suo stile di vita. Seguirlo a vivere in quel luogo selvaggio senza acqua né corrente elettrica, dove non ci sono né strade né servizi, sembra la scelta corretta e Birdie non è mai stata così felice. Anche la figlia Emaleen inizialmente è contenta e impara le necessità di una vita essenziale. Ma Arthur è più legato alla natura di quanto non sembri ed è proprio Emaleen a capire per prima che il richiamo seducente alla vita selvaggia è più forte dell’amore.

Ritrovare sé stessi nei boschi

La natura non è solo uno sfondo per screensaver. Sebbene abbiamo imparato a vivere in città e ci siamo abituati alle comodità di un condominio, l’uomo non può scindere del tutto il suo legame con la natura. Alcune persone non riescono ad avere una vita tranquilla, a stare bene con sé stessi senza uno stretto contatto col paesaggio che li circonda. Birdie è una di queste. La città e le relazioni sociali comunitarie inibiscono la sua personalità al punto da deteriorarla. Eppure Birdie non è una cattiva ragazza; semplicemente fa sempre la cosa sbagliata perché è fuori dal suo contesto, vive una vita che non ricalca le sue aspettative. Tanto è vero che basta allontanarsi nel bosco con una canna da pesca sulla spalla per ritrovare un po’ di quell’equilibrio perduto.

Ho sempre la sensazione che nella mia vita mi manchi qualcosa, – riprese. – Sai, come quando hai una voglia matta di un’arancia e ti dici che forse il tuo organismo ha bisogno di vitamina C, qualcosa del genere. Io mi sento sempre così, con questa voglia matta che non passa mai. E me ne sto seduta qui a guardare al di là del fiume e capisco: ecco cos’è. Ecco di cosa ho una voglia matta.

Un romanzo sospeso fra realtà e fiaba

Solo Birdie può davvero capire fino in fondo Arthur e il suo legame talmente profondo e radicato con la natura che lo ha portato a scegliere di isolarsi dal mondo. Il segreto che Arthur nasconde tiene sospeso il lettore in un’ambientazione che sfuma dall’Alaska al fiabesco. Il romanzo, attraverso la splendida figura di Arthur, perde i suoi contorni nitidi e diventa senza spazio e senza tempo. L’unico legame vero e duraturo che Arthur può instaurare è con Birdie, nessun’altro essere umano lo capirebbe. Eppure la sua natura ferina prevale sempre e comunque, anche sui legami d’affetto più cari.

Il punto, Birdie, è che…nessuno può dirci chi dobbiamo amare. Né dove ci è permesso cercare la felicità. La gente ci prova, sempre, ma è fiato sprecato. Io ero più giovane di te quando dissi ai miei: “Ci si vede, vado su a nord. A vivere vicino a un fiume che ho visto sulla cartina”. Su una cartina, cazzo. Non sapevo assolutamente in che guiai mi stessi cacciando. Non avevo un lavoro, né amici, né un posto dove stare, e nessun progetto. Il mio vecchio mi disse che era un gesto sconsiderato, egoista e che probabilmente ci avrei lasciato la pelle. Ma non possiamo dare ascolto a quei discorsi. Dobbiamo seguire la bussola più forte che abbiamo dentro -. Si batté il petto con il pugno, come se indicasse una bussola all’altezza del cuore. – Quella che ci dice qual è il nostro posto. Dobbiamo essere testimoni del mistero. Esploratori. Impavidi di fronte all’avventura e all’amore -.

Un ponte fra vita selvaggia e umana

E chi ne fa le spese è soprattutto la piccola Emaleen che, pur con il suo sguardo innocente e immaginifico di bambina, vede le cose distintamente. Arthur e Birdie non vivono nel mondo reale, nel mondo umano: sono animali selvaggi. Emaleen appartiene invece agli umani, è il ponte fra la vita selvaggia e quella sociale. E infatti nella terza e ultima parte del romanzo è Emaleen che, da adulta, deve mettere insieme i pezzi e capire dove stia la verità, prendendo distanza dalle favole infantili e portando il lettore all’apice della suspence.

Una storia selvaggia

Per me questo romanzo è stato una sorta di spartiacque della mia vita da lettrice: il grande legame della trama e della vicenda con l’ambientazione mi ha fatto capire quali sono i libri che fanno per me. L’uomo e la natura sono imprescindibili, nonostante 2000 anni di aggregazione sociale, ed è questo legame che voglio vedere espresso nei romanzi che leggo.

Eowyn Ivey è riuscita a raccontare davvero una storia selvaggia, come suggerisce il titolo. Ma con selvaggio non si intende solo l’allontanamento dalla civiltà, si intende piuttosto l’aderire a sé stessi, nonostante tutto e tutti. I veri selvaggi sono coloro che rispondono alla propria natura, qualunque essa sia.