Una pace senza volto: Zamir di Hakan Günday

“Quando si nasce all’inferno, si può evitare di essere un demonio?”

Zamir, di Hakan Günday, scrittore turco contemporaneo, maestro nell’incrociare Occidente, Oriente e vita colta in situazioni estreme, è uno degli ultimi romanzi pubblicati da Marcos y Marcos.

Siamo avvisati subito, già dalla quarta di copertina, che le 334 pagine in cui si dipana la storia non saranno semplici: “fino a dove può spingersi un uomo che ha perso il volto da bambino per arginare l’indomabile disastro della guerra?”.

La storia di Zamir: da dove partiamo?

El Aman, campo profughi come Terra Promessa al confine tra Siria e Turchia: non solo per chi scappa dalla prima, ma anche per chi, da Palaz, paesino già al di qua della frontiera, lo vede da lontano. Se riesci non tanto a varcare il confine, quanto il reticolato che divide il campo dal mondo, probabilmente sarai salvo. È oltre la rete che viene lasciato Zamir, il nostro protagonista, quando è ancora solo un neonato che ha lasciato dietro di sé, in un certo senso, una striscia di sangue. E quando nasci dal sangue, lo Zamir adulto ci sembra ricordare che non puoi vivere diversamente: poco dopo aver raggiunto El Aman, uno shrapnel gli porta via il volto.

È da questo momento che la vita di Zamir, salvato da un giovane chirurgo norvegese, è segnata: la storia si sviluppa su due binari temporali, da una parte, il racconto di un’infanzia di sfruttamento diverso da come potremmo concepirlo, uno sfruttamento benefico in cui il bambino senza volto viene usato per raccogliere fondi, dall’altra, un oggi alle porte del nuovo millennio anche se, in realtà, non capiamo bene quando si svolga questo presente. Più leggiamo, più ci sembra che si stia parlando del nostro mondo, ma i riferimenti, volutamente, non combaciano: si parla di un tempo che probabilmente è quello di vent’anni fa ma che, al contempo, potrebbe parlare di un futuro non troppo lontano.

Chi è davvero Zamir?

Se il primo binario della storia di Zamir si muove nella sua infanzia, cresciuto dall’organizzazione umanitaria All for All, l’altro riguarda il suo mellifluo (e inquietante) presente: è uno dei sette Conciliatori della Fondazione della Prima pace mondiale. Dove sta per scoppiare un conflitto, una guerra, un incidente diplomatico, Zamir e i suoi colleghi accorrono per disinnescare le scintille.

Rivolte razziali in Regno Unito per via di una sempre crescente islamofobia, espulsione dei cittadini di origine turca dalla Germania, senza timore di avviarsi verso la trasformazione dello Stato in qualcosa di molto simile al Terzo Reich, palestinesi che spariscono, scontri religiosi in Togo e dittatori che potrebbero sembrare macchiette e non lo sono, ed è questo uno dei grandi pericoli delle dittature. 

Volti, non volti, maschere

Questo libro potrebbe apparentemente sembrare un romanzo distopico, una spy story, una crasi tra le due: probabilmente sono definizioni un po’ semplicistiche. Non è l’azione, non è l’eccitazione del senso del pericolo, non è l’effetto sorpresa o il trionfo dei buoni sui cattivi: è qualcosa di molto più sottile e angosciante. È qui che scopriamo quale sia il vero centro di questo romanzo: non c’è un limite etico e morale dove fermarsi per portare la pace.

Fino a che punto siamo giustificati nel nostro agire, e da che punto si tratta di stravolgimenti alla legge di natura? Fino a che punto facciamo quello che dobbiamo fare in nome di un talvolta pericoloso bene comune e da che punto cominciamo a fuggire dalla verità? Sotto quante maschere nascondiamo l’angoscia?

Forse è per questo che Zamir è il conciliatore perfetto, proprio perché lui, un volto, non l’ha: prima senza volto, poi un volto non suo. Un volto che non può piangere e un volto che, in fondo, non si può nemmeno ricordare davvero: il pericolo è scivolare nella perdita dell’Io, nella perdita di se stessi. In un climax narrativo sviluppato su due piani temporali che si compenetrano più di quanto imagineremmo, siamo trascinati nella vita del protagonista e, in un certo senso, nel vortice della nostra angoscia. 

Caino, Abele, gli esseri umani

C’è un passo, circa a due terzi del libro, in cui Zamir dice: “Quanto a me, quando mi sentivo impotente, facevo quello che dovevo fare e fuggivo dalla verità. E, da anni, mi rifugiavo sempre nello stesso luogo. In un sogno… un sogno con Caino che stava per uccidere Abele. Riuscivo a placare l’odio di Caino con le mie parole e ad assicurare una pace eterna tra i due fratelli. Il vero sogno, tuttavia, veniva dopo. Perché la cosa più ardua da immaginare era questa: se Caino non avesse ucciso Abele, come sarebbe il mondo oggi?”.

Le tradizioni abramitiche ci consegnano come prime guerre l’immagine di fratelli in lotta: Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Esaù e Giacobbe. Forse ci siamo assuefatti a una realtà che preveda la guerra, forse è qualcosa di connaturato nell’uomo, proprio perché, come ricorda Hakan Günday, persino gli antichi Romani davanti alla Pax Augusti (la Pace donata da Augusto all’Impero) si trovarono spaesati davanti alla pace, perché non conoscevano una realtà che non comprendesse lo scontro bellico: d’altra parte, se pensiamo alla Storia, molti popoli si affermano quali tali solo dopo una guerra.

La guerra è qualcosa che l’uomo si porta dentro tanto quanto il desiderio della pace, da sempre, a diversi livelli: potremmo persino scomodare le Epistole di Paolo di Tarso “Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Lettera ai Romani, 7,18-19). Ricordare il fratricidio della Genesi è, forse, uno dei punti in cui Zamir vacilla. 

“Che cos’è la Verità?”

Fuggire dalla verità non è qualcosa che possa durare in eterno: nella tradizione ebraica, soprattutto nelle leggende riguardanti la Creazione del Golem di Praga, scopriamo quanto la verità dia modo di disvelare (come nell’etimologia greca, ἀλήθεια, aletheia, ciò che è svelato) qualcosa che non siamo (o non siamo più) abituati a vedere.

Il Golem di Praga viene portato in vita quando sulla sua fronte vengono vergate le lettere che, in ebraico, formano la parola Verità, אמת, ’emet, il Golem di Praga perde il soffio vitale nel momento in cui la prima lettera, א, ‘alef, la lettera che rappresenta D-o, la lettera dell’inizio, viene cancellata. Restano solo le ultime due lettere, מת, Met, morte. 

La parola אמת è composta dalla prima lettera dell’alfabeto ebraico, dalla lettera mediana, e dall’ultima: il significato che gli dà la Gematria è che la Verità è tale solo quando è raccontata per intero, dall’inizio alla fine. Credo che in Zamir, sia nel personaggio in sé, sia nel romanzo stesso, la vera domanda non sia tanto riguardo la pace, la guerra, l’etica o la moralità, quanto il trovarsi nudi davanti alla verità della meschinità dell’essere umano.

Ma se è vero che conosciamo per contrasto e negazione, se dalla pace conosciamo la guerra e viceversa, sarà pur vero che consci della bruttezza umana, dovremmo riconoscere che da qualche parte, magari molto nascosta, può esserci della bellezza. Quella che, forse, Zamir fatica tanto a vedere.