Un rendez-vous con la Vecchia Europa: Appuntamento a Kronstadt

Appuntamento a Kronstadt, di Edgar Reichmann, è un rendez-vous con la Vecchia Europa: nelle 255 pagine edite da Atlantide e tradotte da Maria Sole Iommi, troviamo la storia del continente dalle avvisaglie della Seconda Guerra Mondiale alla fine del secolo, storie di sradicamento, di amicizie, di amori perduti e ritrovati, con tinte fosche quasi da spy story. Tutto questo, accompagnando e inseguendo Arnim Stern, il protagonista, a volte osservandolo dall’esterno, a volte ascoltando i suoi pensieri. Dalla Kronstadt-Brașov rumena, ungherese e tedesca al contempo, alla Galizia spagnola, passando dalla Francia e dal neonato stato israeliano.

Storia di uno sradicamento

La storia comincia dalla fine: Arnim, un professore ebreo rumeno in fuga dalla Francia (senza che il lettore sappia ancora il perché), si trova nella casa galiziana del suo amico di infanzia Ariel. Da lì, inizia il racconto della vita del protagonista, esule, apolide e forse persino in pericolo. 

I ricordi di Arnim partono da Kronstadt, Brașov, Brassó: i nomi sono molteplici, ma la città è una. Nella Transilvania, erede di un passato asburgico e multinazionale, il giovane protagonista vive una vita trilingue e triculturale, rumena, tedesca, ungherese, a cui si aggiunge una quarta dimensione, la tradizione ebraica dalla quale proviene. Attorno a lui, una famiglia agiata, l’inquieto amico Arnim, la cugina Rachel e Rita Horowitz: se l’inizio sembrerebbe riportarci alla tradizione dei tardi scrittori mitteleuropei, cantori dei margini del vecchio impero danubiano, come ad esempio von Rezzori, quasi subito capiamo che in Appuntamento a Kronstadt c’è qualcosa di diverso. Una dimensione onirica e l’onnipresente figura, che sia esplicitamente citata o meno, della principessa Matilda Cernetz Janossi, bellissima e inaccessibile, la cui presenza infesta ancora Palazzo Janossi, morta per amore, per per un amore proibito con Rachele, la rossa figlia del Rabbino, nel XVI secolo. 

La Storia irrompe nella vita di Kronstadt e trascina gli uomini nel suoi vortici: l’occupazione nazista, le false speranze della liberazione, il peso del totalitarismo sovietico. Di pari passo, assistiamo alla disgregazione e allo sradicamento di Arnim: i lutti familiari, gli strappi e gli addii degli amici, l’esilio a Parigi, l’inseguimento attraverso l’Europa di Matilde, illusione, moglie, sogno, visione.

Arnim e Ariel: due facce della medaglia

Arnim e Ariel sono amici fin dall’infanzia, eppure quasi non ci spieghiamo il perché: il primo, di famiglia agiata e circondato di parenti, legato alla propria identità, al proprio passato, con poco amore per il rischio, anzi, quasi disperatamente alla ricerca di un porto sicuro dove riposare; l’altro, mutevole, proteiforme, disposto a cambiare il proprio nome per trarne in qualche modo vantaggio, propenso a guai che diventano sempre più grandi al crescere dell’età.

Due amici, così diversi e così legati, nonostante gli allontanamenti fisici e non solo, sono le facce di una stessa medaglia: sono i figli di un’Europa che scompare, di una dimensione reale e fiabesca tipicamente mitteleuropea, figli di una patria decadente che faticano, in modo differente, a trovare un posto nel Nuovo Mondo. Che sia la Kronstadt dell’infanzia, reale e fiabesca, che sia la Parigi dell’esilio, che sia la costa galiziana, da un bordo all’altro del continente, l’unica cosa (e l’unica casa, in un certo senso) che resta ai due uomini è l’esistenza dell’altro.

Matilde, donna, ninfa

Uno dei personaggi più multiformi, tanto da essere forse persino uno e trino, un unico personaggio spaccato in tre, è Matilde (o magari sarebbe meglio dire sono Matilde), la cui testa, in un certo senso, perseguita la vita di Arnim: che sia la Matilda della leggenda, che sia la Matilde incontrata per sbaglio in piscina, o la Matilde che Arnim sposerà, resta sempre qualcosa di inafferrabile a cui non si sa dare il nome, ma che il protagonista si trova a inseguire per tutta la vita.

Matilde, alla fine, forse non è che l’immagine mitica di una ninfa: ci domandiamo con Arnim chi sia, da dove venga, dove la si abbia incontrata prima. Matilde è colei che fugge, che abbandona, che resta irraggiungibile, eppure non riusciamo a smettere di seguirla. Possiamo solo restare nei dintorni, senza essere mai arrivati, continuando a desiderare, con Arnim, ciò che sappiamo di non poter avere.

Kronstadt, Brașov, Brassó: e pluribus, unum

Kronstadt, Brașov, Brassó: tre nomi per un’unica città. E pluribus, unum, dai molti, uno, locuzione virgiliana che ben si adattava al concetto della monarchia danubiana. Non è la prima volta che uno scrittore mitteleuropeo ambienta la propria storia in questa città (basti pensare, ad esempio, anche a Ioana Parvulescu con il suo Dove i cani abbaiano in tre lingue), forse perché ben rappresenta un mondo plurilingue e pluriculturale tipico di un’Europa passata: la grandezza di Reichmann, infatti, sta anche nel rappresentare un’identità di frontiera in cui ognuno si riconosce nella propria casa. Forse è per questo che per Arnim, ma come per tutti i cittadini di Kronstadt dispersi, è così difficile trovare una nuova patria: al di là della difficoltà propria dell’apolide, c’è la consapevolezza dello sgretolarsi di un mondo in cui ci si riconosceva.

In un certo modo, tutto si tiene nel microcosmo di Kronstadt-Brașov,Brassó: la moltitudine di personaggi che circondano i protagonisti sono descritti con tenerezza, anche quando forse non se lo meriterebbero. Probabilmente è l’identità di frontiera a tenere stretti il più possibile i propri figli, anche se la follia dei totalitarismi porta alla scomparsa del mondo. L’Europa che attende i protagonisti fuori da Kronstadt  ha una traiettoria incerta, anche dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale: quel che è certo, è l’agonia di un continente che diventa progressivamente straniero a se stesso. La cittadina, allora, assurge ancor di più a una patria del cuore, reale e fiabesca, a cui in fondo ogni personaggio da essa uscito sente di tendere per tutta la vita. E non è un caso, forse, allora, che il libro si chiuda su un altro confine del Vecchio Continente, un altro Finis Terrae.