Un certo bisogno di socialismo: quando l’Europa fu spaccata in due

Sceneggiatore, scrittore e docente di storia del cinema presso l’Università di Torino, Giaime Alonge è un nome ben noto all’interno del panorama del romanzo storico italiano: dopo Il sentimento del Ferro (2019) e L’arte di uccidere un uomo (2021), entrambi editi da Fandango Libri, torna alla ribalta con un terzo titolo sempre legato alla storia contemporanea. Un certo bisogno di socialismo, edito dal 19 settembre 2023, si presenta immediatamente per ciò che sarà: uno spaccato della drammatica quotidianità che ha preceduto uno dei momenti più drammatici della storia del vecchio continente.

La storia delle persone comuni: una storia diversa

Berlino, agosto 1961: questa data segna l’istante in cui, nella storia mondiale, accadde qualcosa che nessuno avrebbe potuto mai immaginare. Dopo i drammatici anni della guerra mondiale, le tensioni geopolitiche fra i vari stati erano alle stelle: all’alba del 1945 le due grandi potenze dell’epoca, USA e URSS, insistevano per spartirsi il vecchio continente in zone d’influenza, e il centro di tutto era proprio la città di Berlino. Lasciata ancora sanguinante dalla guerra, la capitale della Germania era stata costretta a dividersi fra l’America e l’URSS, creando quegli sconvolgimenti geopolitici che hanno, inevitabilmente, plasmato il mondo in cui viviamo oggi.

La narrazione prende il via proprio da quelle mattine dell’agosto ’61 quando, per affrontare l’enorme fuga di cittadini dalla DDR verso la zona d’influenza americana, l’URSS prende una decisione che, nella storia del vecchio continente, non vide precedenti: la costruzione del primo muro europeo, atto a dividere la capitale tedesca in due, simbolo di un’Europa ormai inevitabilmente scissa.

Ed è proprio su queste basi che Giaime Alonge ci introduce, in medias res, nella narrazione: il lettore si trova catapultato nelle vite di quelle persone comuni, che una mattina, al risveglio, trovarono ad accoglierli chilometri di filo spinato, che sarebbero stati sostituiti in pochi giorni da quei tristemente famosi mattoni. Sono proprio loro i protagonisti del romanzo, che sembrano incarnarsi dinnanzi a noi, dando a questo tragico pezzi di storia i volti di persone perfettamente normali. C’è Katherine Wheeler, una cittadina americana e unica donna della Missione diplomatica statunitense a Berlino: laureatasi con il massimo dei voti al MIT, Katherine è un’abile analista e ideatrice di wargame. Eppure neanche lei avrebbe mai previsto ciò che si è consumato davanti ai suoi occhi: la costruzione di un sistema chiuso, privo di qualsiasi ipotetico spiraglio. Qualcosa che, in nessuna delle sue ipotesi belliche, non aveva immaginato neanche lontanamente.

Accanto a lei si muove il giovane Arthur, ultimo scalino della catena della Missione diplomatica, come si definisce lui stesso, che si approccia timidamente alla donna di cui sembra essersi infatuato. Ed è insieme che i due, una mattina, scorgeranno le fondamenta di quel muro ad oggi tristemente noto.

Al loro fianco, Alonge ritrae i cittadini di Berlino, che per le strade della capitale realizzano di trovarsi davanti ad una scelta logorante, che probabilmente li porterà a separarsi da coloro che amano. È questo il caso della famiglia composta da Felix, Minna e la loro figlia Dora: se il primo cerca disperatamente di passare nella Berlino statunitense, le altre due sono fedelissime alla DDR, tanto che a denunciare il tentativo di fuga di Felix sarà proprio sua figlia Dora, disprezzando qualsiasi legame, da lei definito come borghese.

Per quanto siano le persone comuni le protagoniste del romanzo, Alonge vuole ricavare uno spazio anche per i personaggi della politica internazionale di quell’epoca, sia dalla parte di Mosca che da quella di Washington, sottolineando lo sconvolgimento del presidente Kennedy nel momento in cui apprese cosa l’URSS aveva deciso di fare. Nessuno avrebbe mai pensato che la Russia potesse spingersi fino a questo punto, neanche il sindaco di Berlino Ovest Willy Brandt, simbolo del disorientamento tedesco, attonito dinnanzi a quegli eventi e incapace di accettare la definitiva scissione della sua città. Proprio a questo proposito, è interessante sottolineare come Alonge stesso, nel romanzo, dà vita alla volontà di alcuni berlinesi di non costruirsi una coscienza critica in relazione al muro: è il caso di Minna, la moglie di Felix, rimasta nella Berlino est che rifiuta financo di andare a vedere la costruzione che ormai divide la città.

Dal Berliner Esnemble alla porta di Brandeburgo c’era appena un quarto d’ora a piedi. E invece, senza rendersene conto, Minna si era limitata agli spostamenti veramente necessari, il tragitto da casa al lavoro e qualche commissione nel quartiere, sempre a debita distanza. Adesso realizzava che non aveva voluto vederlo perché non sapeva cosa pensarne, e trovarselo davanti l’avrebbe costretta a prendere una posizione.

Quello che sente Minna è un sentimento perfettamente legittimo: andare alla porta di Brandeburgo e contemplare quell’opera mastodontica, avrebbe significato ammettere a sé stessa la sua esistenza e fronteggiarne le conseguenze. Molti berlinesi, come ben sottolinea la donna, non hanno veramente voluto riflettere su cosa possa comportare la nascita del muro: si limitano a riproporre le motivazioni già sentite dalle autorità, cercando di non pensare. Proprio come Minna, molti non sono stati in grado di affrontare immediatamente quel trauma collettivo. Come sottolinea giustamente Alonge: Il muro conveniva a tutti, tranne che agli abitanti di Berlino.

Quella di Alonge è una narrazione impeccabile degli eventi: è degna di nota la delicatezza con cui ritrae i timori e le ansie dei berlinesi, che vedono la loro esistenza cambiare radicalmente senza poter agire, rimanendo degli spettatori destinati a contemplare il dilaniarsi di quella città che amano, ma che sanno di non poter salvare.