Tutte le giostre che ho chiamato casa: fuggire dal proprio passato
Tutte le giostre che ho chiamato casa è l’esordio letterario (edito Giulio Perrone) di Michela La Grotteria, scrittrice genovese e interprete freelance dal francese. Già rinomata per i suoi racconti pubblicati su alcune testate italiane e francesi, l’autrice stavolta debutta nel mondo del romanzo vincendo il premio Walter Mauro 2023.
Come ha affermato lei stessa, il suo libro ricompone “un ritratto generazionale, dove le tappe della vita sembrano pezzi di un puzzle che non combaciano mai veramente”. Questa descrizione prende spunto dai titoli a cui la stessa Michela si è ispirata per la scrittura del suo testo: L’idiota di Elif Batuman, Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti e Parlarne tra amici di Sally Rooney.

Il silenzio della stanza si allargava ad amplificare la risonanza della sua delusione, del senso di sconnessione dai giusti binari che sentiva sulla pelle a ogni mossa. Poi, dopo averla spinta appena a un passo dallo scatto delirante, dall’azione per l’azione, per far qualcosa o cambiare le cose un’ennesima volta, quel silenzio si è richiuso sulla sua insoddisfazione e l’ha messa a tacere con l’imparzialità del sonno.
La storia
La protagonista è Nadia, un’universitaria di ventitré anni che vaga per il mondo spostandosi da un luogo all’altro sempre in cerca di qualcosa. Nessun posto la fa sentire a casa e nessuna persona la fa sentire davvero al sicuro, neanche la sua terapeuta. Ciò da cui fugge Nadia è il peso di dover affrontare situazioni complesse e dolorose: una relazione a distanza con Edoardo e il lutto per un’amica non ancora elaborato. Ma quando la vita universitaria si avvicina al termine, il suo passato torna a richiedere un confronto necessario.
Lascio città in sequenza, a distanza più o meno regolare di due-tre anni lavorativi, senza eccedere perché le radici messe non marciscano. Lascio ogni tipo di città. Quelle che ho amato e quelle che mi hanno fatto soffrire.
Nadia vive sospesa, con la continua sensazione di essere evanescente e opaca. Non sente di star davvero vivendo la propria vita e si sente fuori luogo in ogni contesto. Prova a spostarsi continuamente perché è convinta che il movimento perpetuo possa interrompere il flusso dei suoi pensieri, troppo spaventosi da affrontare. Ogni giorno prova a fare ordine nella sua vita cercando di ricomporre i cocci di un passato frammentato, ma la fatica è troppa e sembra non esserci via d’uscita. Così cerca in altre città la possibilità di trovare una pace interiore, una casa e un’identità che le appartenga.
È sempre stata abituata a lasciarsi guidare dagli altri per evitare di dover prendere decisioni e fare delle scelte, ed è proprio questo a farla sentire assente alla propria vita. Infatti, tra le pagine del libro traspare un forte e profondo senso di colpa per essere viva e per essere sopravvissuta alla sua amica, che invece è morta in circostanze non chiare.
Quel che invece Nadia non ha mai detto a nessuno, nemmeno in confidenza, è che ha l’ansia veramente per tutto. […] L’ansia si è accumulata, l’ha coltivata come una cara figlia ma ora è un tumore, un parassita che vive delle sue insicurezze e le demolisce corpo e mente.
Il romanzo alterna il racconto della sua nuova vita parigina, assieme alla coinquilina Annette, e le pagine di un diario personale in cui cerca di dare linearità alla sua storia. Sarà proprio l’incontro con Annette a sbloccare gli schemi ricorrenti di Nadia. Le insegnarà la meraviglia del disordine, la tranquillità del lasciare il controllo e il coraggio di vivere in bilico.
La fotografia di una generazione
Tutte le giostre che ho chiamato casa racconta uno spaccato di una generazione sempre pronta a partire con una valigia in mano, che cerca di prendere distanze dalle proprie origini. Fallendo miseramente. Il libro di Michela La Grotteria insegna che è impossibile dimenticare il passato o evitare di affrontarlo. Inevitabilmente, tornerà sempre a bussare alla nostra porta. E spesso la migliore scelta possibile è quella di fermarsi e cercare di fare ordine, prima di poter andare avanti.
La notte è lunga, il tempo è sospeso. Il tempo è morto, andremo al suo funerale. Il tempo si è perso quando l’ho cercato con troppa insistenza. La notte è lunga e sono solo le undici ma il letto mi stringe già da due ore. L’alba sembra così lontana che non so se ci arriverò.