Triste tigre: dissezione dell’indicibile

Come un bisturi pronto a incidere un corpo fragile per tirar fuori un male putrescente: in questo modo si presenta Triste tigre di Neige Sinno, pubblicato in Italia da Neri Pozza e in lizza per il Premio Strega Europeo 2024.

Edito in Francia nell’agosto del 2023, è diventato sin da subito un caso letterario, accolto con gioia da scrittori e scrittrici, vincitore di molteplici premi tra i quali il Prix Femina, il Prix Goncourt des Lycéens, il Prix littéraire Le Monde. La candidatura come finalista al Premio Strega Europeo è dunque l’ennesima conferma della grandezza di quest’opera.

In acque torbide

Copertina dell’edizione originale (P.O.L., agosto 2023)

«Leggere Triste tigre è come calarsi in un abisso con gli occhi aperti» scrive il Premio Nobel Annie Ernaux, e sulla copertina dell’edizione italiana la fotografia di Marta Bevacqua mostra una donna il cui sguardo è l’unico elemento che emerge dalla superficie liquida. Appare interessante questa scelta grafica, in contrasto con l’originale che invece mostra semplicemente il titolo e il nome dell’autrice su uno sfondo bianco: nell’edizione francese quel bianco, colore spesso associato al candore e alla purezza tipici dell’infanzia, sottolinea in particolar modo la difficoltà, o meglio, l’impossibilità di esprimere ciò che è accaduto e le sue conseguenze. Nello sguardo ferito ma intenso che compare sulla copertina italiana, invece, c’è il ritratto della triste tigre del titolo, impossibilitata a guarire, ma forte e coraggiosa.

In questo romanzo torbida è la materia, torbida è la forma.

Triste tigre narra la storia di un abuso sessuale perpetuato per anni ai danni di una bambina, la cui infanzia è stata rubata da colui che avrebbe dovuto proteggerla e amarla, il suo patrigno.

Si tratta dunque non solo di violenza, ma anche di incesto, malgrado alcuni, tra i quali il carnefice di questa storia, chiudano gli occhi di fronte a questa consapevolezza. Ma davvero cambia qualcosa se tra carnefice e vittima c’è o meno un legame di parentela? Se il sangue è diverso allora è meno grave l’abuso, è più giustificabile? Quesiti di questo tipo percorrono la narrazione come una scossa elettrica, irrompono sulla pagina scritta portando sempre più a fondo la riflessione sul male che governa il nostro mondo.

Letteratura come bisturi

A far da scudo al dolore vissuto sulla propria pelle, i libri. Difatti, se da un lato è vero che la scrittura non può avere effetti terapeutici di fronte a dei traumi di così grande portata, la letteratura può essere però un importante strumento di analisi e, forse, di catarsi. Con acutezza da critica letteraria, Sinno utilizza la letteratura per dissezionare il cadavere di sé stessa bambina: plurime sono le citazioni che costellano il testo, così come le analisi di brani, opere e film (tra le quali ricordiamo L’occhio più azzurro di Morrison e L’arte della gioia di Sapienza).

Una presenza letteraria particolarmente ingombrante è quella di Lolita di Vladimir Nabokov, il romanzo per antonomasia sugli abusi sessuali ai danni di minore, che compare sin dall’esergo.

Triste tigre si apre proprio con il Ritratto del mio stupratore poiché, comincia così Sinno, «anche a me, in fondo, sembra più interessante quello che succede nella testa del carnefice»: immediatamente il legame tra Humbert Humbert (voce narrante del romanzo di Nabokov) e il patrigno viene esplicitato.

La lettura di Lolita la sorprende perché si tratta di una storia incredibilmente simile alla sua: le giustificazioni amorose di H. H. somigliano a quelle del patrigno, anche lui le raccontava di farle quelle cose per un eccesso d’amore; la fragilità di Lolita, la sua paura, i suoi “no” ignorati da H. H. sono gli stessi della sua infanzia; l’immagine distorta di sé stessa, l’idea di essere sbagliata, provocante, di meritare quel trattamento perché cattiva appaiono similari.

È vero che c’era in me qualcosa di vulnerabile, una situazione di solitudine estrema, di alienazione, che mi predisponeva a essere una vittima. […] Piangevo spesso, soprattutto quando ero con lui, almeno sapeva perché piangevo, almeno con lui potevo lasciarmi andare senza che nessuno mi facesse domande. Mi consolava. Come Lolita, ero in trappola. Anch’io non avevo altro posto al mondo dove poter andare.
All’albergo prendemmo camere separate, ma nel mezzo della notte lei venne singhiozzando nella mia e ci riconciliammo con grande dolcezza. Vedete, non c’era altro posto al mondo dove potesse andare.

Oltre l’autobiografismo

Copertina dell’edizione italiana (Neri Pozza, aprile 2024)

Il terreno letterario in cui si muove Triste tigre è ibrido, scivoloso, mutante: il passaggio tra autofiction e fiction è talmente sottile che appare difficile individuarlo ed è esso stesso argomento di profonda riflessione da parte dell’autrice.

Quella narrata è la storia di Neige Sinno, o meglio, della bambina Neige, quasi persona altra rispetto a chi scrive. Dunque si tratta di un’autobiografia, di un’opera di testimonianza? No, non proprio. Triste tigre è un’opera che racconta l’indicibile, ciò che non può essere espresso perché troppo insito nel proprio intimo.

Il testo si apre con un ritratto neutrale dell’uomo: la sua gioventù trascorsa in una scuola cattolica; l’età adulta e lo sbocciare dell’amore con sua madre, giovane donna con già due figlie a carico, Neige e sua sorella; i primi tempi trascorsi come felice famigliola, sereni nonostante la facile irascibilità di lui e un istinto primordiale alla violenza. Ma il ritratto dell’uomo si interrompe improvvisamente: i ricordi bruciano, le immagini del suo corpo forte sulla sua fragilità bambina irrompono nella memoria.

La memoria autobiografica, soprattutto quando fa riferimento a un passato traumatico, è labile e confusa, piena di resistenze e silenzi, troppo soggetta a emozioni e sensazioni per essere davvero fedele ai fatti accaduti. Ecco perché l’autrice non spera di ottenere salvezza tramite la stesura di questi eventi in Triste tigre, ma si augura di poter raggiungere una verità, malgrado neppure questa sembri essere possibile.

Amico lettore, amica lettrice, mia simile, sorella mia, ecco una confessione che sento di dover fare, poiché non desidero in alcun modo portarvi fuori strada: state attenti alle mie affermazioni, si presenteranno sempre mascherate. Non prendete questo testo nel suo insieme per una confessione. Qui non c’è nessun diario, nessuna sincerità possibile, nemmeno nessuna bugia. Il mio spazio, quello davvero mio, non è in queste righe, esiste solo dentro.

Non è possibile salvarsi da un dolore simile. Non è possibile una redenzione quando si è vittime.

Che cosa ci salva? La letteratura può salvarci? La scrittura come terapia è una visione che ho sempre trovato discutibile. Come se raccontare, raccontarsi, condividere la propria sofferenza fosse la strada verso la redenzione. Quest’idea mi ha sempre fatto ribrezzo. Scaricarsi attraverso la scrittura, attraverso l’arte, come ci si sbarazza di una sostanza tossica andando a vomitare i nostri mali addosso agli altri. No, sul serio, non mi convince proprio. Ciò non toglie che la letteratura abbia permesso […] di accedere a un territorio in cui sono diventati, in un certo senso, più liberi. Ma in che modo? Come ho già detto poco sopra, fare arte con la sofferenza, estetizzare la violenza, diventa in breve tempo una strada senza uscita.