Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf

A oltre trent’anni dalla sua uscita, Trilogia della città di K. dell’autrice Ágota Kristóf continua a confermarsi una grande romanzo amato da tutte le generazioni. Non stupisce la sua presenza nella lista dei 100 classici di nuova generazione stilata da Feltrinelli. Perché Trilogia della città di K. è un libro che ti colpisce a più riprese e alla fine ti resta impresso nella memoria.

Il libro è costituito da tre romanzi indipendenti pubblicati nell’arco di cinque anni: Il grande quaderno (1986), La prova (1988) e La grande menzogna (1991) e racconta la vita di due gemelli che, a causa della guerra, lasciano la loro città e cercano riparo nella casa in campagna della loro nonna materna. È proprio qui, nella città di K., che si snoderanno le vicende e la crescita dei due personaggi della storia con uno stile asciutto e tagliente.

La struttura narrativa del romanzo muta attraverso le pagine prendendo dapprima le sembianze di una “fiaba nera” dove spiccano personaggi loschi, eventi raccapriccianti e un contesto inquietante; poi assume i toni di una tragedia ricca di introspezione e carica emotiva; infine, nell’ultima parte (ultime 100 pagine), vige il colpo di scena continuo che lascia il lettore spaesato e inerte. I capitoli sono brevi, intensi e suggestivi. Non ci sono giri di parole, la Kristóf arriva dritta al punto affondando il coltello senza preavvisi.

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.

L’autrice

Ágota Kristóf nasce in un villaggio rurale dell’Ungheria nel 1935 e ci abita fino al 1956 quando, a causa della guerra contro l’URSS, è costretta ad espatriare in Svizzera e portare in luogo sicuro la sua famiglia. È qui che vivrà la sua intera vita, imparando il francese – lingua che utilizzerà per scrivere tutti i suoi libri -. Lungo il corso della sua vita ha sempre vissuto con amarezza l’allontanamento dalla sua patria, al punto da descrivere (nella sua autobiografia “L’analfabeta”) la fuga come un trauma senza rimedio. Nei suoi libri, infatti, sono sempre presenti i temi dell’erranza e dell’abbandono della propria terra a causa della guerra.

Partendo dalla sua storia risulta evidente come le vicende raccontate nella Trilogia della città di K. siano stato ispirata dalla sua vita. È lei stessa, in un’intervista, a raccontare che il primo dei tre romanzi nasce da piccoli racconti autobiografici della sua infanzia vissuta insieme al suo fratellino durante la Seconda Guerra Mondiale. Motivo per cui la prima parte della trilogia risulta così reale e vivida. Ne sono un esempio la censura, la corruzione, la povertà, la violenza, la repressione e la chiusura al mondo oltre confine.

Poi cambiai il mio nome e quello di mio fratello e trasformai i personaggi in due maschi e poi in due gemelli. Da quel momento non scrissi solo di cose da me vissute ma cominciai a immaginare altro. Lasciai l’autobiografia e riorganizzai quei capitoli per una struttura romanzesca.

La sua scrittura verrà sempre descritta come sgradevole, disturbante e asciutta. Se da una parte questa è una scelta artistica, dall’altra è una impossibilità linguistica. Infatti, come già detto, la Kristof ha dovuto imparare il francese e integrarsi nella cultura di un paese completamente diverso dal suo. La lingua le si è presentata da subito come un grande ostacolo ed è lei stessa ad affermare che nonostante lo parlasse già da trent’anni le era impossibile evitare di commettere errori, nonostante l’utilizzo costante di un dizionario.

Parlo il francese da più di trent’anni, lo scrivo da vent’anni, ma ancora non lo conosco. Non riesco a parlarlo senza errori, e non so scriverlo che con l’aiuto di un dizionario da consultare di frequente. […] Questa lingua, il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, dalle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta“.

Considerata una delle voci più intense della letteratura francofona, la Kristof è deceduta nel 2011 a 76 anni, dopo aver avuto numero riconoscimenti, tra cui il Premio Alberto Morabia, l’Adelf in Francia, il Premio austriaco per la letteratura europea e il Premio ungherese Kossuth.

Il grande quaderno

Il grande quaderno è una fiaba nera e incisiva, ma anche vero e proprio romanzo di apprendistato su cui domina un umorismo nero, che ci consegna senza travestimenti e senza un’oncia di sentimentalismo, le disgrazie della guerra e del totalitarismo.

La storia è incentrata su due giovani gemelli che spingono la logica della sopravvivenza fino alla crudeltà. Per tenerli lontani dal pericolo della seconda guerra mondiale, la loro madre affida i suoi due gemelli alla nonna che vive in campagna. Ma la guerra non risparmia il piccolo villaggio e tutti gli abitanti ne soffrono, alcuni sprofondano nella follia.

Le persone in tempo di guerra non si comportano come le persone in tempo di pace. I tabù sono facilmente trasgrediti. Claus e Lucas impareranno a cavarsela nel modo più duro e inconsueto per dei bambini della loro età.

Con uno stile infantile ma altrettanto perspicace, raccontano il loro modo di apprendere la vita. Attraverso degli esercizi, cercano di diventare insensibili alla sofferenza morale, al dolore fisico, alla sfortuna dell’alienazione sociale. Con lucidità e ingenuità raccontano le esperienze della routine quotidiana che li costringono a indurirsi, a diventare crudeli. Un giorno ci riusciranno, ma a quale prezzo?

In questo primo libro, tutti i valori alla fonte dell’umanità sono ribaltati. Quando più nessuno può dire la differenza tra verità e bugie, non possiamo più fidarci l’uno dell’altro. La salvezza sta nella cecità morale. Salvare la vita diventa più importante che salvare la propria anima. In questo contesto, i gemelli impongono le proprie regole morali per sopravvivere. Fin dall’inizio, non c’è spazio per i sogni. La realtà è pesante e seria. Ognuno diffida di tutti e tutti approfittano di ciascuno.

La lettura de Il grande quaderno non lascia indifferenti: la sua violenza, le sue descrizioni crude, la sua propensione alla fatalità, generano un duro colpo per il lettore.

I due gemelli impareranno, troppo in fretta per la loro giovane età, la brutalità dell’esperienza umana: umiliazioni fisiche, ingiustizie, fame, sete, violenze di ogni genere; nessuna di queste sofferenze sembra volerli salvi. La storia si chiude con la loro separazione, un evento traumatico ma apparentemente voluto da entrambi per superare una delle loro più grandi prove: vivere separati.

La prova

Dopo la durezza e la violenza de Il grande quaderno si passa alla seconda parte del romanzo, intitolato “La prova”. Pubblicato originariamente nel 1986, segue le vicende di uno dei due fratelli Lucas T., in seguito alla partenza del gemello al di là della frontiera.

Si evince già dalle prime righe un cambio di punto di vista. Mentre nella prima parte la storia viene narrata in prima persona plurale e dimostra come i due gemelli vivevano come fossero un’unica entità, nella seconda parte l’autrice adotta la terza persona. I periodi diventano più lunghi e articolati e si dà spazio a diversi personaggi che raccontano la loro storia.

Se Il grande quaderno metteva in luce la disumanità, ne La prova quello che arriva al lettore é il senso di solitudine assoluta che avvolge gli abitanti del luogo. La storia continua ad essere narrata senza delle coordinate spazio – temporali. Si presume che la guerra citata sia la Seconda guerra mondiale perché l’autrice ha vissuto in prima persona quegli anni, ma non viene mai esplicitamente detto.

Lucas T. , dopo la fuga del fratello gemello è un individuo svuotato. Si rifiuta di mangiare, non si accorge del tempo che passa e gli abitanti si rivolgono a lui come “lo scemo del villaggio”. È come se il fratello non fosse mai esistito, nessuno lo nomina, è qui che iniziano i primi dubbi del lettore.

Entrano in scena altri personaggi, alcuni individui che sembrerebbero dare un senso alla vita di Lucas T., anche se lui non riesce a esprimere i propri sentimenti, non riesce a lasciarsi andare. Continua a vagare la notte per le locande, a cercare nuovi amori e stimoli che possano scuoterlo. Nel frattempo continua a scrivere, non smette mai, a suo fratello. Sperando che un giorno possano ricongiungersi.

Fin qui sembrerebbe quasi “coerente” la narrazione. Peccato che le ultime pagine ribaltino completamente le certezze costruite fino a quel momento. Si mischiano le carte. Il lettore si confonde, il lettore si sente quasi preso in giro. Questo è l’effetto che voleva riservarci l’autrice e ci è riuscita pienamente.

La terza menzogna

Trilogia della città di K. si conclude con La terza menzogna, pubblicato originariamente nel 1991. È il romanzo delle rivelazioni, che ci porta all’uscita del labirinto abilmente creato da Ágota Kristóf. Finalmente tutto torna al suo posto e acquista un senso. La verità viene a galla, ma è dolorosa e nera. Non ci si poteva certo aspettare un lieto fine, data l’ambientazione disumana e cupa dell’intero romanzo, ma la realtà dei fatti colpisce come un pugno per quanto è triste e tragica.

Questa terza e ultima parte si sviluppa principalmente nel passato, grazie a numerosi flashback. Dapprima siamo spettatori de “la cosa”, la tragedia da cui tutto ebbe origine. Poi, come una coltre di nebbia che si dipana, ne scopriamo gradualmente le conseguenze drammatiche e perpetue nell’arco dei decenni. In chiusura, un epilogo degno del suo nome, che riassume tutta la decadenza umana e la solitudine di cui l’opera è intrisa.

Conclusioni

Trilogia della città di K. è senza alcun dubbio un capolavoro letterario, uno di quei romanzi che smuovono profondamente l’anima dei lettori e lasciano un ricordo indelebile.

È impossibile rimanere indifferenti ai temi trattati, narrati con grande potenza descrittiva. Primo fra tutti vi è la guerra, causa di povertà, sofferenza e disumanizzazione. Attraverso gli occhi dei due gemelli, che ne Il grande quaderno sono la voce narrante, assistiamo infatti ad alcune scene disturbanti, che però sono del tutto funzionali e adatte al contesto, ovvero una società in cui le persone hanno perso il senso della ragione e si comportano come bestie crudeli.

Questo scenario cupo – ma purtroppo realistico – introduce anche un’altra tematica fondamentale dell’opera, ovvero la perdita dell’innocenza infantile. Le prove a cui i gemelli, ancora piccoli, decidono di sottoporsi ne sono l’esempio. In un’epoca malata come la loro, infatti, non c’è tempo per essere bambini allegri e spensierati, bisogna solo sopravvivere.

A rendere il tutto ancora più incisivo contribuisce il brillante stile di Ágota Kristóf, che in questa prima parte è molto secco, con frasi brevissime e dialoghi ridotti all’essenziale. La narrazione, quindi, scorre velocemente, in un crescendo di brutalità e follia.

Nel secondo romanzo, La prova, il tema principale diventa la solitudine, che tende a sfumare verso la questione dell’identità e l’impossibilità di distinguere la realtà dalla fantasia. Con il progredire delle pagine e l’immersione nella mente di uno dei due gemelli, inoltre, la narrazione diventa sempre più intima e contorta, creando diversi interrogativi nei lettori.

Anche la terza e ultima parte tratta la solitudine, in modo molto diretto e senza filtri. Ad essa sono direttamente collegati temi come le relazioni familiari disfunzionali, i sensi di colpa, la ricerca di sé e di un senso alla propria esistenza. La terza menzogna è sicuramente il romanzo più difficile da leggere, a livello emotivo,perché lascia addosso una sensazione di dolore e tristezza molto forte.

In conclusione, Trilogia della città di K. è un’opera che andrebbe letta almeno una volta nella vita. Non è un semplice romanzo, è una vera e propria immersione nei lati più oscuri e reconditi dell’animo umano.