The woman in me: Britney Spears racconta la sua verità

L‘atteso romanzo-verità The woman in me di Britney Spears è uscito lo scorso ottobre in Italia per Longanesi. Dopo anni di diffamazione da parte dei media e della lunga conservatorship a cui è stata sottoposta dalla sua famiglia, Britney ritrova la voce e la libertà per raccontarci il suo calvario e svelare diversi retroscena finora sconosciuti.

Il memoir ha fatto molto discutere, tanto che importanti case di produzioni americane si stanno già contendendo i diritti per adattarlo in film. Secondo alcune indiscrezioni, il libro ha tardato l’uscita a causa di questioni legali. I rumors raccontano che alcune persone spaventata da Britney, e da ciò che lei ha potuto scrivere, abbiano inviato lettere e querele agli editori. Proprio per questo, gli avvocati della popstar hanno lavorato (e continuano a lavorare) a lungo per evitare cause legali, per via dei toni brutalmente onesti che la Spears ha dovuto abbassare più volte.

A poche settimane dall’uscita, il libro è già diventato un piccolo fenomeno letterario. Britney Spears, una delle popstar più controverse e di successo degli anni Duemila, non si fa scrupoli nel raccontare rapporti famigliari tossici; parlare dei suoi problemi di dipendenza da alcol e da sostanze; dell’evidente trattamento maschilista subito nell’industria musicale; di un aborto “costretto” durante la relazione con Justin Timberlake.

In The woman me troverete il drammatico racconto di un’esistenza controllata nelle relazioni, nella musica e nella vita privata. Ma andiamo con ordine, esaminando i punti più salienti del testo e cercando di capire quali sono le rivelazioni che stanno creando tanto scalpore mediatico.

I rapporti controversi con i famigliari

Britney Spears non ha mai avuto modo di instaurare un rapporto sano con i suoi famigliari. Come apprendiamo dalle prime pagine di The woman in me, cresce in una famiglia disfunzionale segnata dalla tragedia:

La storia della mia famiglia è segnata dalla tragedia.
Il mio secondo nome l’ho ereditato dalla nonna paterna, Emma Jean Spears, che tutti chiamavano Jean.
Ho visto foto che la ritraggono e capisco perché dicono che le assomigli: abbiamo gli stessi capelli biondi, lo stesso sorriso. Sembrava più giovane della sua età.
Il marito, mio nonno June Spears Sr., era violento.
Jeans perse un figlio a soli tre giorni dalla nascita.
June la fece ricoverare presso il Southeast Louisiana Hospital a Mandeville, un orribile istituto psichiatrico, dove la sottoposero a una terapia a base di litio.
Nel 1966, a soli trentun anni, mia nonna Jeans si sparò con un fucile sulla tomba del figlioletto morto poco più di otto anni prima. Non riesco nemmeno a immaginare il dolore che deve aver provato.

Suo padre James era violento, pieno di debiti da gioco, dipendente da alcol e non ha mai contribuito a un clima familiare sereno. Britney fin da piccola, amante del ballo e del canto, si è lanciata nel mondo dello spettacolo per sfuggire alle continue liti domestiche e dalle urla che potevano durare anche tutta la notte. Al contrario da ciò che si potrebbe pensare guardando il videoclip di “Baby, one more time“, e dall’immagine da lì scaturita di questa giovane donna, Britney non andava bene a scuola e non fu mai una cheerleader, anzi, le piaceva giocare a basket e fumare di nascosto le sigarette nel bagno della scuola.

I rapporti altalenanti con la famiglia hanno contribuito a minare la sicurezza della giovane popstar, che si è chiesta più volte se il loro affetto fosse sincero oppure dipeso dal fatto che lei li mantenesse economicamente, comprando anche tutto ciò che le richiedevano. La madre, infatti, dopo aver capito che poteva lucrare sul talento della figlia, non ha perso tempo e ha cominciato a portarla a tutti i talent show locali che le capitavano sottomano, a passarle alcolici di nascosto e a sottoporla al rituale della permanente ai capelli (ora illegale).

La costruzione della propria identità

Nel libro Britney racconta di come avrebbe voluto avviare una carriera da attrice ma che, in seguito alla sua prima esperienza cinematografica, capì di fare fatica nell’uscire dal ruolo interpretato.
La sua prima esperienza da attrice è stata sul set di Crossroads, scritto da Shonda Rhimes. A riguardo, racconta di essersi calata talmente tanto nel personaggio interpretato che nella realtà cominciò a comportarsi come tale, facendo fatica a ritrovare il suo vero io. Per questo motivo in seguito rifiutò diverse parti importanti in altre produzioni cinematografiche, come in The notebook di Nick Cassavetes.

Già da queste primissime situazioni diventa evidente il fulcro di tutta l’opera che richiama anche il titolo
The woman in me. Un lungo percorso di costruzione della propria identità di donna che deve riuscire a soddisfare le aspettative dei fan e della famiglia, restando coerente con se stessa.
Una lotta estremamente difficile contro il sistema mediatico maschilista che ha dipinto Britney Spears come una ragazza “troppo” libera sessualmente, folle, sregolata e drogata. Al contrario di come venivano, e vengono tuttora, dipinti i colleghi.

La relazione non idilliaca con Justin Timberlake

La relazione con Justin Timberlake che durò per ben 3 anni e che fece sognare i teenagers di tutto il mondo non era perfetta come sembrava. I due si conobbero da giovanissimi sul set di The Mickey Mouse Club e si rincontrarono ai loro esordi musicali. Nel libro, Britney rivela come abbia dovuto perdonare più volte i tradimenti del partner, che agli occhi dei giornalisti veniva dipinto come il ragazzo perfetto.

La rivelazione che ha infervorato tanto gli animi dei lettori riguarda il racconto dettagliato dell’aborto a cui fu costretta, perché il giovane Justin Timberlake non si sentiva pronto per diventare padre.

Successivamente alla rottura, Britney passò un periodo di profonda depressione mentre la stampa continuava ad attaccarla costantemente su tutti i media, perché ritenuta colpevole per la fine della storia d’amore. Complice il fatto che Justin Timberlake continuava a marciare pubblicamente sulla relazione per farsi pubblicità, soprattutto dopo l’uscita della canzone “Cry Me a River“.

La figura di Britney è sempre stata sminuita agli occhi della stampa e del pubblico a causa degli uomini con cui ha avuto relazioni amorose. A detta della cantante i suoi partner sono sempre stati più interessati ad usarla come personaggio pubblico, in grado di dargli la fama, piuttosto che creare delle vere storie d’amore. Nel contempo si impegnarono tutti per far crollare uno dei personaggi più importanti della storia musicale pop, ma invano.

Britney accetta la conservatorship per i suoi figli

Il capitolo più buio nel racconto della cantante è riservato alla lotta per la custodia dei figli e alla lunga conservatorship a cui fu sottoposta dalla famiglia. Momenti che misero a dura prova la salute mentale della popstar. Come si può notare anche dai gesti compiuti dalla stessa: rasarsi la testa a zero per protestare oppure colpire un giornalista con un ombrello.

La riflessione che sorge spontanea è che tutte le persone che sono state vicine a questo personaggio, capirono che potevano guadagnarci qualcosa e ne approfittarono. Nessuno si preoccupò realmente del suo stato d’animo e del suo benessere psicofisico. Può una donna sopportare tutto questo?

La campagna diffamatoria mediatica continuava: Britney era dipinta come una cattiva madre, il suo corpo ormai era deformato per via delle gravidanze. Infatti, fu addirittura derisa durante la sua performance agli VMA 2007 perché non era in forma. Come si fa così tanto a giocare con la vita di una persona?

Da popstar a robot

La conservatorship, a cui fu sottoposta da suo padre, durò per ben 13 anni. Periodo in cui la Spears non ebbe alcun tipo di libertà e autonomia.
Come racconta la cantante, lei accettò la conservatorship per poter vedere i suoi figli.
Lei fu giudicata incapace di intendere e di volere, non libera di gestire i propri guadagni che finivano nelle tasche della sua famiglia e così anche la sua passione per il ballo e il canto andò a scemare.

Divenne un robot.
Non ci metteva più cuore nelle performance e i fans cominciarono ad accorgersene.
Di lì a poco sarebbe nato il movimento FREE BRITNEY che contribuì, e non poco, a renderla libera.

Era sottoposta a continue visite mediche, fu ricoverata addirittura in una clinica psichiatrica, e costretta a diversi rehab. La domanda è: Se ci fosse stato un uomo al suo posto avrebbe subito lo stesso trattamento? La risposta è negativa.
Agli uomini è concesso non vedere i figli per settimane pur di fare carriera, le donne vengono etichettate come le cattive madri. Tanti suoi colleghi facevano uso di sostanze, molto più di lei, ma non vennero mai chiamati “drogati” o costretti ad intossicarsi con l’assunzione di integratori. I colleghi uomini non vennero mai accusati di lanciare cattivi messaggi ai giovani con il loro comportamento. Agli uomini veniva permesso avere più partner, perché contribuiva al ritratto di playboy.

Insomma, The woman in me è una denuncia contro le persone che l’hanno privata della libertà, ma anche verso tutta la mentalità maschilista che accompagna le donne in tutti i campi della vita.
Non importa chi sei, puoi essere anche la principessa del pop, rimani comunque una donna.

A chi è consigliato questo libro

The woman in me è una lettura scorrevole e con spunti interessanti.
Sicuramente non fa gola ai super fans che conoscevano già la maggior parte delle situazioni raccontate.
Il testo è scritto con un linguaggio infantile, si notano i diversi tagli effettuati e si evince l’anima fragile della narratrice che si è messa completamente a nudo, mostrando la sua grande forza d’animo.
Si tratta di un memoir non giudicabile oggettivamente. Se si vuole leggere di riflessioni filosofiche e si vuole rimanere ammaliati da uno stile impeccabile, non si va a leggere di certo il memoir di Britney Spears.

Questo memoir è una sorta di riscatto per la popstar.
Messa a tacere per troppi anni, questo libro è più per lei che per noi, che finalmente è libera di potersi raccontare e di denunciare la sofferenza subita.