Tempo di uccidere di Ennio Flaiano

Domenica 20 Novembre si è celebrato il cinquantesimo anno dalla morte di Ennio Flaiano.
Ma chi è Ennio Flaiano?


In pochi, tra i più giovani, sanno chi è o lo hanno letto, eppure sono sicura che tutti hanno sentito uno dei suoi aforismi almeno una volta nella vita, senza nemmeno sapere che fossero scritti da lui. Flaiano è dunque un autore di nicchia, giornalista e anche sceneggiatore de La dolce vita e 8½ di Federico Fellini.

Nonostante fosse pescarese, il suo nome è indissolubilmente legato alla città di Roma dove visse e lavorò per la maggior parte della sua vita. Della capitale infatti conosce ogni aspetto, dai cantieri ai luoghi della “dolce vita”, appunto.

Flaiano con Federico Fellini e Anita Ekberg nel 1960

Il romanzo

Tempo di uccidere è il suo unico romanzo, pubblicato per la prima volta da Longanesi nel 1947 e nello stesso anno ha vinto anche il Premio Strega, ma l’autore ha continuato a modificarlo più volte nell’arco della sua vita. La storia è ambientata nel periodo dell’invasione italiana dell’Etiopia ed ha un’atmosfera assurda, onirica e a tratti anche grottesca.

Il protagonista è un ufficiale che narra le sue vicissitudini sull’altipiano etiope, a partire dalla sua ricerca di un dentista che potesse curargli un molare dolente. Durante il tragitto incontra una giovane donna del posto con un turbante sulla testa e con la quale avrà un rapporto intimo.

Da questo momento in avanti il protagonista sarà attraversato da una serie di rimorsi e sensi di colpa, a causa dell’omicidio di Mariam (la giovane precedentemente incontrata), che lo porteranno ad avere un comportamento estremamente paranoico, se non addirittura ossessivo.

Ed è proprio con questo tormento costante che si troverà immerso in situazioni grottesche e assurde, a tal punto che ad un certo punto penserà di avere contratto la lebbra, a causa di alcune piaghe formatesi sulle sue mani.

All’interno del romanzo ci sono anche varie allegorie, come quella dell’orologio che non funziona ma che continua ad avere un’importanza fondamentale nella storia, oppure l’odore dolciastro che gli ricorda la “Lei” lasciata a casa, che la sua coscienza rievoca ogni volta che deve fare i conti con le sue responsabilità, ma anche la stessa malattia che pensa di avere è un male che intacca prima il suo animo, poi il corpo.

Quando alla fine della storia le piaghe del protagonista vengono curate, ancora non è convito che la sua non sia lebbra (perché quest’ultima può manifestarsi anche dopo dieci anni) e a questo punto, come dice lo stesso Flaiano, si scopre una malattia ancora peggiore, che viene fuori quando cominciamo a conoscerci meglio, quando cominciamo a dialogare con noi stessi.

L’opera può essere considerata come una parodia dei romanzi postcoloniali, in cui ci sono tutti gli stereotipi tipici del genere, ma anche e soprattutto la crisi del colonizzatore che diventa un personaggio inetto, incapace di prendere decisioni, egoista e anche poco coraggioso.

Nonostante il personaggio principale sia oggettivamente sgradevole, l’ironia cinica di Flaiano riesce a renderlo semplicemente una macchietta che puoi solo sbeffeggiare, passa in secondo piano anche la sensazione di repulsione per lui, è solamente ridicolo.

Comunque io vi consiglio di leggere il suo romanzo spassionatamente, anche per lo stile narrativo di Flaiano che scriveva divinamene, ma soprattutto perché è arrivato il momento di dare a questo autore l’importanza che merita.