Una testimonianza sulla Depressione Post Partum: Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino

E poi sono caduta, ma non sono morta.

Inizia così il memoir Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino. Un libro necessario e sincero in cui l’autrice ci racconta della sua esperienza con la depressione pre e post-partum e con il suo tentato suicidio del 2012.

Fuani aveva appena partorito la sua prima figlia e avrebbe dovuto solo essere felice della sua vita, eppure la crepa che già aleggiava nella sua vita ad un certo punto si è allargata risucchiandola all’interno, come in un buco nero. Così, dopo quattro mesi dal parto, durante una vacanza estiva decide di gettarsi dal quarto piano di un appartamento. Il tentativo di suicidio però non è riuscito e ne è conseguito un lunghissimo ricovero in ospedale, a causa delle lesioni interne ed esterne provocate dall’impatto con l’asfalto.

Autore: Fuani Marino
Anno di pubblicazione: 2019
Casa editrice: Einaudi
Numero di pagine: 168

Ormai passati quasi sei anni da quella estate, Fuani ha deciso di scrivere questo libro raccontandoci a cuore aperto cosa significa vivere la depressione ed essere una madre che, in preda alla disperazione, ha fatto un gesto estremo che avrebbe modificato per sempre la vita di sua figlia e di tutti i suoi cari. E il motivo per cui ci consegna queste pagine è per rompere il silenzio e affermare la sua sopravvivenza nel mondo.

Fuani aveva progettato quel gesto ed è onesta nel raccontarlo: “La paura di quanto potevi accadermi non superava quella di quanto mi era già accaduto”. La verità è che lei, da molto tempo, si sentiva scollata dalla vita e dalle emozioni; sentiva di portare con sé un malessere e una stanchezza estrema; percepiva il peso del lavoro e delle aspettative familiari. Poi, in seguito alla nascita della figlia, è entrata nel vortice della depressione post-portum, toccando il fondo della sua condizione.

Dall’infanzia all’adolescenza

Nella prima parte del libro, Fuani fa un excursus sul suo passato. Ci racconta della bambina che è stata: una neonata difficile (a detta della madre), con problematiche riguardarti il sonno e l’appetito; una bambina indisciplinata sempre pronta a cacciarsi nei guai o a farsi male con giochi spericolati; un’adolescente poco propensa a studiare e più orientata ad essere anticonformista e ribelle.

[…] Ma è difficile liberarsi del bambino che siamo stati. La nostra infanzia ci insegue e condiziona. E se non è stata felice, anche dopo molti anni continua a urlare vendetta.

Cresciuta in una casa disordinata, piena di libri, dove non esistevano riti familiari (nessun albero di Natale, nessun pranzo di famiglia e nessuna convenzione sociale) e allevata da due genitori che non si amavano. Fuani scrive “Si odiavano, i miei genitori, o comunque non provavano piacere nello stare insieme. Mi sono nutrita di tensione. O ero solo io a percepirla? Permettetemi di dubitarne.”

Poi il padre è morto e la madre di Fuani diventa la sua unica figura di riferimento. Una madre permissiva e molto ansiosa che le insegna inconsciamente a non vivere malamente il lutto. Così, in seguito a questo evento, Fuani si concentra sullo studio e inizia a migliorare i suoi voti scolastici, oltre ad appassionarsi alla Filosofia. Passione che la porterà a spostarsi a Roma per studiare all’università di Psicologia.

Studiavo con pochi altri compagni di classe che avevano scelto filosofia, ci sentivamo superiori agli altri e trascorrevamo lunghi pomeriggi a dibattere del superuomo, sospensione del giudizio e alienazione. In quel periodo compresi che il mio essere-nel-mondo ambiva alla conquista di un posto confortevole.

Primi segnali di malessere

L’autrice passa a raccontarci il periodo di vita in cui ha sentito i primi accenni di una crepa nella sua salute mentale. È proprio durante gli anni dell’università che comincia a notare dei periodi “fuori-fuoco”, in cui si sente più stanca, meno concentrata e più svogliata. Ma non gli dà molto peso, lasciando che passino da soli. Tutto però evolve, in seguito ad un malore della madre, scopre la sua totale incapacità di gestire lo stress e conosce per la prima volta l’ansia disfunzionale, quella che l’avrebbe accompagnata lungo la sua vita da quel momento in poi.

Avevo idea che la mia natura, quella più autentica, fosse molto più vicina alla ragazza strafottente che ero stata rispetto alla studentessa modello con l’ansia di laurearsi in tempo. Credo che a causa di questi ragionamenti si sia fatta strada dentro di me la supposizione: se solo la vita mi avesse risparmiata.
Mi sentivo sottoposta a continue privazioni, e quello a cui mi pesava di più aver dovuto rinunciare era la mia incoscienza.

Nello stesso periodo Fuani inizia il suo sogno ad occhi aperti: cercare un rifugio da chiamare Casa, un Marito da poter amare e con cui poter avere una famiglia. Sente il bisogno di sicurezza e, nonostante l’adolescenza ribelle, si ritrova a desiderare proprio quelle convenzioni sociali che tanto odiava. Ma ecco che il sogno si realizza. Si fidanza con Riccardo e qualche tempo dopo entrambi decidono di sposarsi e di andare a vivere in una grande casa (fin troppo). L’unico neo della loro storia d’amore sembra essere la famiglia di lui: altamente patriarcale, borghese e tradizionalista. Cioè totalmente l’opposto di quella di Fuani.

Esordio

Da questo momento Fuani dedica la sua concentrazione al lavoro da giornalista, dapprima come collaboratrice esterna e poi, nel 2010, come responsabile sostitutiva per la stagione estiva. Il suo contratto di lavoro prevedeva sei giorni di lavoro alla settimana, estenuanti. Nello stesso periodo, lei e Riccardo incominciavano a provare ad avere figli, senza risultati; dettaglio non di poco conto se si pensa al carico emotivo che ne consegue.

Tenni duro, e a settembre tirai un sospiro di sollievo. Ma è come se da quel periodo non fossi riuscita più a ricaricarmi, e anzi avessi aggiunto stanchezza a nuova stanchezza.

Dopo quell’estate, Fuani inizia a perdere peso, a sentirsi molto stanca, ad avere crisi di ansia o pianto, ad avere l’umore depresso e a sentire che qualcosa si sta incrinando. Non riesce più a trovare energie quotidiane e a concentrarsi sul lavoro. Così si rivolge ad uno psichiatra che le prescrive diversi psicofarmaci per curare i suoi episodi depressivi e la sua ansia. Questo è il momento in cui l’autrice sente di aver perso l’immagine di sé come donna sicura e che malgrado tutto ce la fa.

Esitavo nel fare le cose più banali: nella mia vita avevo superato prove e raggiunto risultati, ma adesso tremavo nel digitare una password. Vacillavo. Dubitavo di me, percepivo chiaramente di non essere padrona delle mie facoltà. Decidere cosa mettermi era un’impresa, guidare la macchina una scommessa.

Gravidanza

Nel periodo in cui Fuani comincia a sentirsi un po’ meglio, scopre di essere incinta e ne è felice. Sente che questo evento può avere il potere di aggiustare le cose. I primi mesi di gravidanza procedono magnificamente e le riconsegnano un buon umore ma col passere del tempo, verso l’ultimo trimestre, inizia a sentire tutta la fatica di portare in grembo un’altra vita. Nonostante questo la gravidanza procede bene, grazie anche alle sedute di psicoterapia, alle classi di yoga e alle lunghe camminate con Riccardo.

Poi a marzo 2012, all’ottavo mese, si rompono le acque. Ne consegue un parto prematuro e con diversi rischi per la bambina appena nata. Fuani ricorda di essersi sentita un’aliena quando andava a trovare la sua bambina nella terapia intensiva neonatale o quando, per toccarla, doveva inserire le mani nei guanti dell’incubatrice.

Tornare a casa senza Greta fu orribile, ma anche quando finalmente venne dimessa tutto era diventato davvero troppo, per me. Le tutine sporche una volta lavate non si asciugavano mai. Lei era piccola, in terapia intensiva l’avevano abituata a bere il latto con il biberon […] quindi adesso non si attaccava al seno.

[…] Ero piombata in uno stato di allarme e avvilimento irreversibile, in cui tutto era innaturale e spiacevole. […] La sensazione era quella di sprofondare. […] Mi sentivo schiacciata dal peso della responsabilità. Stavo male e me ne vergognavo.

Post-Partum

Sentendosi così, Fuani cerca il suo psichiatra per chiedergli aiuto e se possibile di ricominciare i farmaci che l’avevano fatta stare meglio. Ma il medico inizialmente suggerisce di aspettare e, dopo tempo, le prescrive le due ricette. Peccato che ormai fosse abbastanza tardi per intervenire. Così Fuani cambia medico e si ritrova davanti ad un professore che, finalmente, le fa chiarezza sulla sua condizione psicologica: umore ciclotimico. Una condizione che predispone all’insorgenza del disturbo bipolare.

C’era un clima di panico crescente intorno a me. Era dentro e fuori. Era ovunque.

Rivolgendosi ad un terzo medico le viene prescritto un antipsicotico dopo averle chiesto se avesse mai pensato di poter far del male a sua figlia. Fuani a quella domanda risponde di no, ma sente la volontà di voler allontanare la bambina da sé e di essere ricoverata. Nessuno le da ascolta, nè medici né familiari.

Chiesi più volte di essere ricoverata, ma non volevano separarmi dalla piccola, mentre io in quel momento non avevo bisogno di altro.

Oggi

Fuani, nella terza parte del libro, ci racconta di tutto ciò che avvenuto dopo il tentato suicidio. I lunghi mesi in ospedale, le infinite operazioni, le centinaia di ore trascorse in fisioterapia per tornare a camminare e muovere le braccia e, infine, condivide con noi i suoi pensieri riguardo quel gesto e su ciò che avrebbe potuto evitarlo. Oggi l’autrice sta meglio ed ha riconquistato il suo ruolo di madre (anche se, a dirla tutta, quel posto non l’aveva mai perso).

Nelle ultime pagine invita tutti a prendersi più cura della salute mentale e a dare importanza, soprattutto, al benessere psicologico della maternità piuttosto che all’allattamento al seno. In Italia (e nel mondo) c’è ancora molto da fare a riguardo. Le future madri, molto spesso, vengono abbandonate a sé stesse, senza guida e senza supporto emotivo. Come se non fossero già abbastanza sole nel loro corpo che si trasforma e si allarga in nove mesi.

Bisognerebbe incentivare la prevenzione, la cura e gli screening precoci per evitare crolli mentali e tragedie familiari. E soprattutto, dopo questa lettura, bisognerebbe smettere di stigmatizzare chi ha un problema psicologico. Cosi, come sarebbe essenziale smettere di far viaggiare mille tabù intorno al tema del suicidio. Argomento che è fin troppo reale, anche nella nostra nazione. Ne ho già parlato a proposito nel libro La vita di chi resta di Matteo Bianchi.

Libro consigliatissimo, per sensibilizzarsi e per accrescere la propria conoscenza sul tema. Grazie a Fuani Marino per aver aperto il suo cuore su una vicenda così personale e così dolorosa. Sono certa che il tuo racconto contribuirà, nel tempo, a scardinare lo stigma sulla salute mentale.