Sylvia Plath: respirare dentro una campana

La parola «follia» deriva dal latino follis, e successivamente, nell’evoluzione della lingua interna, da fatuus, che indica metaforicamente una persona con la testa vuota, che ha perso la ragione. Eppure il concetto di follia attraversa il tempo ed assume forme mimetiche e cangianti, fin quando Franco Basaglia ispira la revisione ordinamentale degli istituti psichiatrici (la legge 180, ndr) – contribuendo a normalizzare la follia come esperienza umana e, al di là di ogni pronostico, a riconoscere la logica e la razionalità degli eventi psichici.

Introduzione al concetto di “follia”

Nel mondo classico, la follia si lega in modo inscindibile al trionfo dell’irrazionale e alla sacralità: attraverso il folle, si manifesta la voce del divino, ascoltata con timore e reverenza. Nonostante esista una sola parola per designare il concetto di follia (manìa, ndr) – i Greci ne intuiscono l’esistenza di una forma cupa e terrificante, che – spesso e volentieri – comporta non poche complicanze (si pensi al tragico finale di Medea) e di una forma artistica ed «ispirata», che, invece – almeno secondo il Fedro platonico – è un valore concesso dagli dèi, ancora più prezioso e virtuoso della saggezza, considerata un bene supremo.

Oltre i confini spaziali e temporali dell’antica Grecia, la follia tende a manifestarsi apertamente e la sua sola presenza è in grado di turbare la società: il folle è lo scacco della ragione, un vuoto dell’esistenza insieme ridicolo e tragico, perché di lui si può soltanto ridere, ma anche riconoscere lo spazio di esistenza ancora aperto a nuove possibilità. Così, la reazione che si ha, dinanzi al folle, è quella di sgomento, di paura – ed è un sentimento che nasce proprio dall’assenza di comprensione delle ragioni che scandiscono i suoi pensieri e da cui hanno origine epiloghi drammatici.

Le realtà storiche e sociali del Medioevo e dell’età moderna reagiscono alla follia con l’espulsione sociale del folle, il quale viene segregato nell’istituzione manicomiale, che assume – di luogo in luogo – tratti più o meno terrificanti; in Letteratura, però, si nota una tendenza opposta: cioè, si considera la follia degli scrittori come archetipo di una genialità sregolata, nel senso che viene tratteggiata come sintesi dei due significati ereditati dal pensiero greco, ed è sì, perdita della ragione e squilibrio del giudizio, e porta sì ad azioni apparentemente irragionevoli e scellerate, ma, in presenza di una mente creativa, essa si esprime come una liberazione anarchica del proprio estro, della propria personalità.

Per fare qualche nome, Charles Baudelaire, Edgar Allan Poe, Virginia Woolf, Dino Campana, Alda Merini, Sylvia Plath vivono profondi travagli interiori, per le cui azioni – alcune funeste e infauste, altre oscure e incomprese – sono costretti a far fronte alle difficoltà di pubblicazione e di riconoscimento rispetto al panorama editoriale e letterario del tempo, ma tutti sono passati alla storia della Letteratura con un unico grande «merito»: il fascino della follia.

UN DISPERATO AMORE DI VIVERE

STORIA DI UNA VITA SULL’ORLO DI UN PRECIPIZIO

Sylvia Plath nasce a Boston il 27 ottobre del 1932, da madre austriaca e padre tedesco. Sin da piccola, mostra un talento precoce: pubblica la sua prima poesia alla tenera età di otto anni; nello stesso anno, perde suo padre, in seguito alle complicazioni di un diabete mellito diagnosticato troppo tardi. Da quel momento in poi, cerca di pubblicare i suoi scritti su varie riviste americane, raggiungendo un successo marginale.

Nel 1950, riesce ad entrare con una borsa di studio allo Smith College; pur uscendovisi nel 1955 con la lode, Sylvia vive il percorso accademico in modo travagliato, perché inizia a soffrire di una grave forma di depressione, che la porta, nel penultimo anno di corso, a tentare il suicidio per la prima volta. Viene ricoverata in un istituto psichiatrico e, dopo la laurea, vince un’altra borsa di studio per l’Università di Cambridge, dove continua a scrivere e pubblicare poesie e, soprattutto, dove si avvicina sempre più al poeta inglese Ted Hughes: così, nasce un amore – uno di quelli «maledetti» – destinato a finire in tragedia.

Sylvia conosce Ted durante un party in occasione di una rivista appena nata, in cui Hughes aveva pubblicato alcune poesie che l’avevano folgorata. L’attrazione fisica diventa sempre più intensa e avvolgente, i due sentono uno spirito affine che li lega, una propensione alla poesia che li unisce e così, innamoratissimi, nel 1956 si sposano. Della loro unione, si hanno due versioni: da un lato, i Diari di Sylvia e le lettere che scrive alla sua psichiatra; dall’altro, Tu l’hai detto, un romanzo in cui l’autore, Connie Palmen, racconta la versione romanzata di Ted.

Nelle prime lettere, risalenti al periodo del 1960, sembrerebbe che il matrimonio sia sereno, ma già in quelle del 1962, Sylvia descrive un marito aggressivo ed infedele: subisce percosse e violenze che le procurano un aborto, e che, sommate ai ricatti morali del marito, compromettono ancora di più la sua salute mentale – messa a dura prova già durante gli anni giovanili. Riesce a trovare la forza di allontanarsi dal marito, il quale tuttavia continua ad influenzare le sue decisioni e le sue scelte.

Nelle ultime lettere, risalenti all’inizio del 1963, Sylvia racconta di vivere in un appartamento a Londra – lo stesso in cui aveva abitato il poeta inglese William Butler Yeats – insieme ai suoi due bambini: Frieda Rebecca e Nicholas. L’inverno tra il 1962 e il 1963 è molto duro, il più freddo degli ultimi cent’anni: inoltre, la mancanza di soldi, la solitudine e la salute dei figli spesso malati, iniziano a pesarle.

La depressione torna e, dopo appena un mese dalla pubblicazione del suo romanzo La campana di vetro, sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas, verso le 4.30 di mattina, sigilla la porta e le finestre della cucina, e, non prima di aver preparato pane, burro e due tazze di latte ed aver spalancato la finestra della camera dei suoi bambini, mette la testa nel forno. Si spegne così, a soli 31 anni, un fuoco ardente.

Più di un gesto iconico: le ragioni di un dolore

Sylvia Plath si è cristallizzata eternamente in questo gesto iconico, spesso e volentieri interpretato con romanticismo e a cui si sono ispirati romanzi, poesie, drammi teatrali. Di lei, non ci viene consegnata che l’immagine di una donna «depressa» che, dopo aver scritto

Morire | è un’arte, come ogni altra cosa. | Lo faccio in un modo eccezionale. | Lo faccio che sembra come inferno. | Lo faccio che sembra reale. | Ammetterete che ho la vocazione.

mette in scena una morte che sembra essere uscita da una tragedia di Shakespeare. Sylvia è una scrittrice che esercita il suo fascino poiché la storia della sua vita è stata edulcorata dal fascino della follia, eppure non dovremmo eccessivamente soffermarci su questa immagine, ma provare a comprendere le ragioni delle sue scelte: infatti, Sylvia le racconta nel suo romanzo semiautobiografico La campana di vetro, attraverso la voce di Esther, che può essere considerata l’alter-ego dei pensieri che attraversano e a volte sostano – pur indesiderati – nella sua mente.

Respirare dentro una campana di vetro

Esther Greenwood è una diciannovenne che si trasferisce da Boston a New York per lavorare come stagista nella sede della rivista Ladies’ Day. Nonostante la sua partenza sia spinta dal forte desiderio di lasciarsi travolgere dalla vita della città, Esther si ritrova, di punto in bianco, in un ambiente che non conosce e da cui si sente soffocata: pur provando a soddisfare le aspettative di tutti, non sente che la sua scrittura possa trovare il suo posto nel panorama della moda, le colleghe sono troppo impegnate a divorarsi l’un l’altra e i ragazzi sono talmente presi da sé che la trattano come un oggetto da esposizione.

Così, Esther cede al suo senso di insoddisfazione e lascia la città per rientrare a Boston, dove la attendono nuovi progetti – iscriversi a un corso di scrittura e iniziare un romanzo -, che, ahimè, non vanno a buon fine; così, il senso di malessere di Esther sfocia in una grave depressione, che la spinge ad ingoiare una confezione di sonniferi. Gli ultimi capitoli del romanzo si dispiegano all’interno di un ospedale psichiatrico, dove Esther inizia il suo percorso di guarigione, per lo più volto a «correggere» i suoi atteggiamenti anticonformisti.

L’anticonformismo è il termine chiave di questo romanzo: infatti, Esther non accetta le regole imposte dalla società, fa solo finta di accoglierle e di comprenderle. Da lei ci si aspetta – come da ogni altra donna del tempo – che sia allegra, disponibile, volta a cercare un uomo con cui metter su famiglia e dare alla luce dei figli; invece, si ritrova a fare i conti con la tristezza e il senso di inadeguatezza (non solo dovuti ai suoi fallimenti personali), con i pensieri sulla sofferenza e sulla morte, che la portano ad affrontare i suoi drammi sfidando le convenzioni sociali.

Infatti, il suo è un romanzo di formazione al contrario, nel senso che Esther – e insieme a lei Sylvia – arriva a conoscersi fino in fondo non attraverso l’evoluzione del personaggio verso una maturità socialmente condivisa (qualsiasi cosa essa voglia significare), bensì attraverso un processo di regressione psicologica, che, però, diviene – nel suo percorso di vita – essenziale.

Due epiloghi diversi dello stesso dramma

Esther e Sylvia vivono in una campana di vetro, priva di aria, che distorce la loro visione del mondo ed impedisce loro di relazionarsi con la realtà esterna. Ma come si possono giudicare «folli» le loro scelte? Se ascoltassimo i pensieri e i sentimenti che hanno vagato per anni e anni nelle loro menti – anzi, nella loro mente -, nessuno di noi potrebbe biasimare le vie di uscita che ciascuna ha saputo trovare. Anche se alla fine del romanzo, la campana viene sollevata, Esther continua ad avvertirne il peso, pronto a caderle nuovamente addosso

Non ero sicura affatto. Come facevo a sapere se un giorno o l’altro – al college, in Europa o in qualche luogo, in qualsiasi luogo – la campana di vetro, con le sue distorsioni opprimenti, non sarebbe discesa di nuovo sopra di me?

Chissà, forse la campana di vetro risparmia Esther ma si scaglia con violenza contro Sylvia, che, per l’ennesima volta, si sforza di respirare: eppure, più respira, più avverte l’aria della sua campana – e ciascuno di noi, che ha una propria campana, può provare ad immaginarlo – viziata e mefitica. Ecco perché la sua morte non è leggendaria e non ha niente di romantico, ma vela un disperato amore di vivere – come lei stessa definisce la sua esistenza – talmente intenso da consumarsi in un atto che è in grado di rivelare in che modo la sofferenza altera i processi del pensiero e tormenta l’esistenza, il passaggio di alcune – molte, più di quelle che pensiamo – persone in questa vita, che a volte chiede troppo per essere vissuta.