19 Aprile 2024

Storia di uno spreco: l’Evgenij Onegin di Aleksandr S. Puškin

Evgenij Onegin, di Aleksandr Serge’evič Puškin, è un romanzo in versi, pubblicato per la prima volta in Russia nel 1833. Composto tra il 1822 e il 1833, è forse una delle opere più conosciute del poeta russo e consta di otto capitoli (più alcuni frammenti, “I viaggi di Onegin” e l’abbozzo non finito di un decimo capitolo), divisi a loro volta in 389 stanze, ognuna delle quali costituita da quattordici tetrametri giambici. Si tratta di uno dei primi romanzi russi moderni ed è stato il modello del grande romanzo realistico russo. Il compositore Pëtr Il’ìč Čaijkovskij ne ha tratto un’opera lirica in tre atti, ed è stato oggetto di diverse trasposizioni cinematografiche. Tuttavia, però, forse più di ogni altra cosa è la storia di uno spreco.

Evgenij Onegin

Chi è Evgenij Onegin?

Ma chi è Evgenij Onegin? Il nostro protagonista, è un giovane dandy della San Pietroburgo del 1820 e, come scopriamo subito in apertura della prima stanza, lamenta un grattacapo incombente: deve recarsi di gran fretta in campagna ad assistere uno zio ricco e moribondo. Tuttavia, una volta giunto a destinazione, Onegin scopre di essere stato sollevato da questa noia: lo zio è già morto, e così il giovane si limita a incamerare l’eredità e a stabilirsi nella tenuta del defunto.

Onegin è un giovanotto pietroburghese come tanti, fedele alla moda del disgusto romantico (e spesso vuoto) per la società e della nostalgia per il “deserto”. Eppure, in campagna, così diversa dalla città, la sua personalità risulta essere originale. Stringe amicizia con il giovane poeta Lenskij, fidanzato con Ol’ga Larina, una ragazza del vicinato. 

In occasione della prima visita alla tenuta dei Larin, Onegin conosce la sorella maggiore di Ol’ga, Tat’jana, che si innamora repentinamente di lui, proiettando sul giovane tutti i desideri che ha mutuato dalla letteratura allora in voga. Arriva a scrivergli una lettera appassionata ma meccanicamente densa, in un certo senso, di reminiscenze letterarie, ma non per questo priva di una straziante innocenza.

Onegin la rifiuta, rispondendo a voce, con una certa supponenza, di non essere fatto per la felicità e rimproverandole l’irruenza. Tuttavia, in occasione dell’onomastico della fanciulla, oppresso dal provincialismo della festa, il giovane cerca di dare sfogo alla noia stuzzicando la gelosia di Lenskij per Ol’ga, ma il risultato non è quello auspicato: il poeta sfida Onegin a duello e resta ucciso.

Dopo il duello: cosa resta di Onegin e Tat’jana?

Dopo il duello, Onegin lascia la tenuta e torna a Pietroburgo, per poi partire per un lungo viaggio verso le propaggini meridionali dell’impero. Durante la sua assenza, Tat’jana decide di vistare la sua casa, scoprendo qualcosa in più della personalità di Evgenij: sarà il momento, in fondo, di una catarsi. Il rischio di restare intrappolata in quello che Pia Pera, in un bellissimo saggio a introduzione dell’edizione Marsilio dell’opera, definisce “in una forma quasi bovaristica di desiderio” è scongiurato dall’iniziazione alla vera personalità di Onegin.

Onegin è rivelato per quello che è: di fatto, un eroe romantico incapace di sentire se non attraverso la mediazione altrui, il cui desiderio non è generato dal nucleo più vero e intimo della persona, ma da suggestioni esterne.

Tornato a Pietroburgo nell’autunno del 1824, il nostro protagonista, inaspettatamente, rivede Tat’jana a un ricevimento, ma non è più la giovane che aveva lasciato dopo il duello: si è sposata ed è ora moglie di un principe. Onegin non è cambiato: non ha smesso di aver bisogno di appigli esteriori per alimentare i propri desideri e, quindi, si innamora di Tat’jana. Le scriverà una lettera appassionata che rimarrà senza risposta fino all’epilogo, che forse non è quello che il lettore si sarebbe aspettato.

Fretta e ritardo

La cifra fondamentale di questo romanzo in versi è l’alternarsi diabolico di fretta e ritardo nelle vicende dei protagonisti, soprattutto di Onegin. L’esergo posto in apertura, attribuito al principe Vjazemskij, recita: “Fretta ha di vivere, urgenza ha di sentire”. Evgenij si annoia, potremmo chiamarlo quasi uno spleen ante litteram, eppure ha fretta, è irrequieto, non ci sono in lui i germi di quell’oblomovismo cifra di tanti personaggi dei romanzi russi (e non solo). Ha così fretta di vivere che arriva perennemente in ritardo sulla vita stessa, quando, ormai, non si può più porre rimedio a ciò che è successo.

Onegin vive nell’imitazione dei costumi del mondo e, quindi, dei desideri altrui, che siano di Lord Byron o di Napoleone: la frenesia l’ha fatto divenire vittima di una fretta che gli ha impedito di scoprire le proprie passioni o, addirittura, di averne. E tanta impazienza fa sì che il giovane arrivi sempre tardi e, in fondo, che non riesca mai a vivere pienamente. Non si dice mai “È tardi!”, in questo romanzo, ma siamo sempre indotti a pensarlo.

I tanti ritardi dell’Onegin

Ci sono tanti ritardi nell’Evgenij Onegin: c’è persino trasfigurato quello della Russia stessa e del suo narodnost’, spirito nazionale, nei confronti dell’Europa e che Puškin nasconde in una vicenda che a prima vista non riguarda la Storia, per poter cogliere qualcosa di essenziale alla sensibilità nazionale risvegliatasi dopo le invasioni napoleoniche.

C’è poi il ritardo con cui Onegin riconosce il proprio sentimento per Tat’jana: Puškin, nell’ultimo capitolo, rimugina su quanto sia triste arrivare in ritardo agli appuntamenti della vita, per poi ritrovarsi a scorgere, nel proprio passato, null’altro che una parata insensata di occasioni mondane, in una disperata ricerca di emulazione che, però, non è che un guscio vuoto. Come dice Pia Pera, “Se l’imitazione è la conseguenza metafisica del ritardo, il ritardo rispetto al sé è la conseguenza pratica dell’imitazione”: per questo il destino di Onegin è non arrivare mai in tempo a provare i propri sentimenti. Anzi, a non arrivare ad averne.

Tat’jana: fiaba e antifiaba

Saremmo indotti a pensare che Onegin si muova, ma in realtà è bloccato nella posa subordinata di chi, imitando, va al seguito. Ma Tat’jana?

Tat’jana, a differenza di Evgenij, non si annoia da sola, pur vivendo in quello che Puškin definisce un deserto. Ed è proprio questo deserto, come nella tradizione patristica, a fare da sfondo alla tentazione. Onegin contagia la ragazza della sua irrequietezza, della sua noia: sarà solo osservando la casa del suo amato che Tat’jana sarà assalita dal dubbio sulla natura di Evgenij, iniziando a raggiungere una sofferta maturità.

La prima apparizione di Onegin lo vede nel ruolo di seduttore passivo, e Tat’jana ne esce sconfitta. Nella seconda, l’uomo cerca attivamente di conquistarla, ma la fedeltà al giuramento fatto e la pietas della giovane sembrerebbero trionfare, ma non è così semplice. Manca quella conclusione canonica tipica delle fiabe, il “vissero per sempre felici e contenti”: la divaricazione nel destino dei protagonisti fa scivolare tutto nell’amarezza di un’antifiaba. Non si verifica una coincidenza fra felicità e integrità: nello sfasamento tra i piani, resta solo la soluzione dolorosa e tragica del superamento e della rinuncia. L’ostacolo è di natura temporale: entrambi, in fondo, sono arrivati tardi.

L’Evgenij Onegin: uno spreco

Ma cosa racconta, alla fine, l’Evgenij Onegin? Uno spreco, una storia d’amore mancata, un accordo impossibile fra educazioni sentimentali ispirate a modelli letterari diversi, la vita stritolata tra natura e civiltà. Forse la più bella opera letteraria russa, forse non conosciuta quanto meriterebbe, magari per la sua effettiva intraducibilità, come ebbe a dire anche un suo illustre traduttore, Vladimir Nabokov.

Eppure, con la leggerezza che lo contraddistingue, Puškin ci porta tra i contrasti del sangue e i ghiacci di Pietroburgo, mascherando la disperazione con un eroico sorriso.