Sputiamo su Hegel: la donna vaginale e la donna clitoridea

Una delle più prolifiche menti del femminismo italiano, fondatrice del gruppo femminista Rivolta Femminile, Carla Lonzi (Firenze, 6 marzo 1931 – Milano, 2 agosto 1982) rappresenta un’istituzione e una tappa fondamentale per gli studi di genere nostrani. Nel 1970, dopo la nascita di Rivolta Femminile, pubblica Sputiamo su Hegel: la donna clitoridea e la donna vaginale, ancora da considerarsi un testo fondamentale per il femminismo italiano, in cui polemizza con la cultura patriarcale a lei contemporanea.

Il dramma dell’uguaglianza: una soluzione al sapore di condanna

Immediatamente, prima ancora di spiegare la ragione di questo peculiare titolo, Carla Lonzi prende una posizione precisa circa il concetto di uguaglianza, tanto in voga negli anni ’70 quanto al giorno d’oggi.

La donna è altro rispetto all’uomo. L’uomo è altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna ai più alti livello. Identificare la donna all’uomo significa annullare l’ultima via di liberazione.

In questa prima frase, Carla Lonzi stabilisce immediatamente uno degli elementi principali di questa primo scritto: la donna non deve essere uguale all’uomo. La categoria di uguaglianza implica ridurre tutte le sue particolarità, impedendole così di sussistere in quanto soggetto diverso dal maschile. Ed è da queste premesse circa l’autocoscienza di genere e del rifiuto dell’uguaglianza che prende il via la trattazione.

Dopo aver richiamato dal XVIII secolo l’esecuzione di Olympe de Gouges, portata al patibolo per aver richiesto pari diritti fra uomini e donne, in un’epoca di costituzioni che vantavano pari diritti per tutti gli uomini, Carla Lonzi ribadisce come l’uguaglianza non sia altro che un mezzo dell’oppressore per ammansire l’oppresso. Proprio come quando i colonizzatori offrono ai colonizzati parità sul piano dei diritti e delle leggi: in quest’ottica di pensiero, l’uguaglianza assurge a mezzo di egemonia culturale. Essa diventa «il mondo della sopraffazione legalizzata».

Offrire alla donna la partecipazione al potere maschile non è altri che annullare la diversità della donna, impedendole di fare ciò che è invece necessario: la messa in questione del concetto di potere. L’intera struttura patriarcale, come è evidente anche al giorno d’oggi, regge i complessi rapporti sociali che regolano le nostre esistenze: ammettere la partecipazione della componente femminile implicherebbe la mancata riflessione critica su di essa.

Ed è qui che Carla Lonzi prende posizione rispetto ad uno dei più grandi interrogativi del femminismo: la partecipazione delle donne alle istituzioni tradizionalmente maschili. Fin dagli albori del movimento, le donne si sono interrogate sulla possibilità di integrarsi nelle relazioni di potere degli uomini che le circondano: se da un lato, ciò permetterebbe una massiccia presenza femminile ove prima non figurava, dall’altro implicherebbe la partecipazione delle donne a quei meccanismi che le hanno sempre marginalizzate.

Carla Lonzi, dunque, attraverso queste sue parole rivendica una posizione radicale ben precisa: le donne devono mettere in questione le forme di potere patriarcali, esercitando criticamente il loro pensiero e rivendicando degli spazi solo ed esclusivamente femminili.

Una genealogia dell’autocoscienza e della lotta di classe: da Hegel ai Gender studies

Sputiamo su Hegel l’ho scritto perché ero rimasta turbata constatando che la quasi totalità delle femministe italiane dava più credito alla lotta di classe che alla loro stessa oppressione.

Carla Lonzi inizia il suo scritto con un obiettivo polemico ben preciso: l’idealista G.W.F Hegel. Come è noto, le pagine della filosofia hegeliana che ebbero più fortuna nella tradizione occidentale successiva furono quelle dell’Autocoscienza, fulcro della Fenomenologia dello Spirito. L’intera trattazione di come la Coscienza diventa consapevole di sé stessa, attraverso un sofferto processo dialettico, è stato di grande ispirazione per le principali correnti filosofiche successive, fra cui il marxismo. L’intera riflessione socialista e comunista, come vedremo nelle righe successive, trova il suo iniziatore nella Fenomenologia dello spirito. Ma per quale ragione?

Un aneddoto vuole che Karl Marx si iscrisse alla facoltà di filosofia dopo aver ultimato la lettura del capolavoro hegeliano: egli ne fu tanto affascinato da introiettare molto del pensiero del filosofo nel suo, arrivando così a costituire il famoso materialismo storico e il celeberrimo concetto di lotta di classe.

Quest’ultimo nasce proprio grazie allo studio marxiano dell’autocoscienza hegeliana, nello specifico della dialettica servo-padrone: l’autocoscienza si afferma come tale solo a seguito di uno scontro, necessariamente violento, dal quale uscirà vincitore chi non ha avuto paura dell’annichilimento totale, della sua propria morte. Ma la dialettica non si ultima qui: la coscienza che assurge a padrone andrà in realtà incontro ad uno stato di regressione, in quanto essa non dovrà provvedere al suo sostentamento, facendo affidamento sul servo. Colui che è destinato invece in una progressione è proprio il servo, il quale affermerà il suo essere autocoscienza attraverso il lavoro. E sono proprio queste le pagine a cui Marx si ispirerà per la sua lotta di classe.

La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti tra collettivi di uomini: essa non prevede la liberazione della donna, il grande oppresso della civiltà patriarcale. La lotta di classe, come teoria rivoluzionaria sviluppata dalla dialettica servo-padrone, ugualmente esclude la donna. Noi rimettiamo in discussione il socialismo e la dittatura del proletariato.

La dialettica servo-padrone rimane un obiettivo polemico stabile per tutto il testo della Lonzi, e non è difficile comprenderne la ragione: questo è l’impianto teorico ancora presente nelle filosofie politiche a lei contemporanee. Partire dalla critica hegeliana è necessario per arrivare ai socialismi del ‘900: ed è questo che avviene nella prima parte dello scritto. L’obiettivo polemico fondamentale diventano tutte quelle teorie di sinistra che si concentrano sulla lotta di classe, inglobando in essa anche la rivendicazione femminista, privandola di quello spazio che le spetta di diritto.

Il problema fondamentale del far rientrare la lotta femminile nella dialettica servo-padrone è evidente: le pagine dell’autocoscienza hegeliane nascono in seno alla riflessione di una società maschile. Esse vanno a problematizzare una lotta di classe insita alla società patriarcale, ma non si pone mai la questione della discriminazione dell’uomo sulla donna: quest’ultima non è discriminata per classe, bensì per genere.

All’interno della filosofia hegeliana, la donna non raggiunge mai uno stadio oltre la soggettività: manca della possibilità di affermarsi nella sua autocoscienza e diventare cittadina. Al contrario dell’uomo, che riesce ad oltrepassare la soggettività portando a termine il processo dialettico che lo vede come protagonista.

L’intera riflessione marxiana, e poi marxista, non può dunque inglobare anche l’elemento femminista, ed è proprio quello che Lonzi riesce a dimostrare in questo manifesto. Procedendo nella lettura, risulta evidente come questa problematica strutturale emerga in tutta la sua essenza nella complessa situazione storico-politica della Russia post-zarista: dopo la rivoluzione del ’17, dove la lotta di classe ha visto la sua massima espressione, la società patriarcale si è fossilizzata, trasformando lo stato stesso secondo i medesimi meccanismi di potere che la contraddistinguono. La donna è stata completamente esclusa dall’elaborazione delle teorie socialiste dell’epoca, andando a marginalizzare fortemente la figura femminile.

Come emerge con chiarezza dagli scambi epistolari di Lenin, leader della rivoluzione, la questione femminile è completamente ignorata: essa è inglobata completamente dalla lotta proletaria, sottoposta ancora una volta ad un’ideologia maschile sovrastante.

Ed è qui che Carla Lonzi rivendica l’apoliticità delle sue affermazioni: il femminismo non rientra in nessuna delle ideologie maggioritarie, non appartiene a nessuna rivoluzione dai valori maschili. Il femminismo è dalle donne e per le donne: come è stato sottolineato precedentemente, il femminismo parte dalla messa in questione del potere maschile. Esso si rifiuta di partecipare, dunque, a qualsivoglia programma ideologico paternalistico: la donna è protagonista del suo proprio movimento, non partecipe di altri.

Carla Lonzi, così, rivendica l’autonomia del femminismo sotto il profilo politico e ideologico, stabilendo la totale indipendenza del movimento da qualsivoglia legame patriarcale.

Ma la rivendicazione non si ferma qui: essa è totalizzante, arrivando a comprendere anche la sessualità femminile.

La donna vaginale e la donna clitoridea: una critica al sistema freudiano

Ed è a questo punto che veniamo alla seconda parte del titolo: la donna vaginale e la donna clitoridea. Il riferimento culturale in questione, come viene immediatamente messo in chiaro da Carla Lonzi, è alla psicologia freudiana: in accordo con la scuola di pensiero dello psichiatra, la donna vaginale è sessualmente natura, al contrario di quella clitoridea. Quest’ultima è da considerarsi sessualmente immatura, in quanto incapace di arrivare all’orgasmo attraverso la penetrazione.

Ed è proprio sul concetto di penetrazione che si gioca l’intera seconda parte del manifesto femminista: per secoli, sottolinea Lonzi, si è ignorata completamente la sessualità della donna, riducendo il complesso e polimorfo concetto di rapporto sessuale alla solo ed esclusiva penetrazione. L’idea della stessa porta con sé la necessità di una presenza maschile al fine del raggiungimento dell’orgasmo: ed è qui che la scrittrice sottolinea come, in realtà, la sessualità della donna possa completamente prescindere dalla suddetta penetrazione. La clitoride è, anatomicamente parlando, il punto con il maggior numero di terminazioni nervose, e la scienza moderna ha stabilito con certezza che la donna può sperimentare un orgasmo solo a seguito della stimolazione clitoridea.

Il raggiungimento dell’apice del piacere attraverso la penetrazione, dunque, avviene solo in caso di stimolazione indiretta della clitoride.

Questa è una distinzione fondamentale agli occhi di Carla Lonzi: è attraverso questa riappropriazione dell’orgasmo clitorideo che la donna si riappropria della propria autonomia sessuale. Non solo ribalta completamente le errate conclusioni freudiane, ma assume su di sé il proprio orgasmo: non c’è bisogno dell’elemento penetrativo per avere accesso al piacere sessuale, in quanto la clitoride è esterna. L’orgasmo clitorideo assume un valore politico vero e proprio.

Se fino a questo momento, come ben sottolinea l’intellettuale, il rapporto tra i sessi è stato il rapporto fra il maschile e la sua privazione – rifacendo l’eco all’invidia del pene di freudiana memoria – qui la sessualità femminile diventa qualcosa di a sé stante, che non necessità di null’altro che di sé stessa.

La donna clitoridea assurge quindi a modello di indipendenza: ella è colei che, agli occhi dell’intellettuale, non si è piegata al modello di sessualità patriarcale. Ha fatto il passo necessario per riprendere in mano la sua autonomia sessuale, non sottostando alle leggi maschili della penetrazione.

Attraverso l’analisi delle categorie di vaginale e clitoridea, Carla Lonzi conduce una fondamentale riflessione sulle dinamiche di potere che derivano dall’attività sessuale tradizionale: l’idea che il vero rapporto sessuale sia quello penetrativo non fa altro che perpetrare il messaggio secondo cui la sessualità è ciò che porta alla procreazione, stabilendo così una posizione di inferiorità della donna.

La ragione di questa inferiorità risiede, a detta di Lonzi, nella procreazione coatta: nel 1970 la donna non aveva libertà di abortire, firmando così la propria condanna a morte. Come scrive all’inizio di questo saggio:

Noi di Rivolta Femminile sosteniamo che da uno a tre milioni di aborti clandestini calcolati in Italia ogni anno costituiscono un numero sufficiente per considerare decaduta, di fatto, la legge antiabortiva. La comunità femminile ha rischiato la vita, l’ostracismo civile e religioso […] di uno stato patriarcale affrontando clandestinamente le pratiche abortive alle quali, tutt’ora, è affidata l’ultima parola per sottrarsi a un processo di gestazione non voluto. Ci rifiutiamo oggi di subire l’affronto che poche migliaia di firme, maschili e femminili, servano da pretesto per richiedere dagli uomini al potere […] quello che in realtà è stato il contenuto espresso da miliardi di vite di donne andate al macello dell’aborto clandestino.

Davanti alla clitoride, organo sessuale indipendente e non necessario alla riproduzione, Carla Lonzi teorizza l’indipendenza e l’autonomia sessuale della donna.

Il dramma delle milioni di donne morte a causa dell’aborto clandestino è, tutt’oggi, un dramma che contraddistingue la nostra società: in Italia, per quanto l’accesso all’aborto dovrebbe essere garantito dalla legge 22 maggio 1978 n. 194, è ancora presente un’alta percentuale di obiettori, rendendo spesso difficoltoso il processo verso un aborto veloce e sicuro. Inoltre, abbiamo assistito due anni fa al ribaltamento la sentenza Roe Vs Wade (1973), che garantiva il diritto federale all’aborto negli Stati Uniti d’America: un paese che si professa baluardo della civiltà occidentale nel mondo ha fatto un doloroso passo indietro. Secondo Tarah Demant, direttrice dei programmi di Amnesty International USA una donna o ragazza su tre, in età riproduttiva, vive ora in stati dove l’accesso all’aborto è completamente o quasi del tutto impossibile.

Per questa ragione, le parole di Carla Lonzi dovrebbero ancora oggi parlare a ogni donna, di qualsivoglia età: quello dell’aborto è solo un frammento dell’immensa riflessione che si potrebbe trarre dai suoi testi, i quali sono un fondamento dei studi di genere al giorno d’oggi.

La rivendicazione all’autonomia del femminismo, la necessità di uno spazio di sole donne volto al dialogo e alla decostruzione è, oggi più che mai, un elemento imprescindibile. Penso che il manifesto di Carla Lonzi sia una lettura ancora oggi dolorosamente attuale, che dovrebbe esser fatta da ogni giovane donna che si affaccia al mondo circostante: solo attraverso la lettura e il dialogo critico sarà possibile proseguire questo progetto ideologico.