Breviario mediterraneo e Danubio: Spazi a geometria variabile

La koiné mitteleuropea tra Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejević e Danubio di Claudio Magris.

“Scegliamo innanzitutto un punto di partenza: riva o scena, porto o evento, navigazione o racconto. Poi diventa meno importante da dove siamo partiti e più fin dove siamo giunti: quel che si è visto e come”.

Chi nasce sul fiume difficilmente si troverà a suo agio davanti al mare: le dimensioni, la maggiore stabilità, la mescolanza con il resto del paesaggio (boschi, rocce, anfratti in cui nascondersi) faranno sì che, davanti a un’immensa distesa d’acqua di cui è difficile persino azzeccare il colore, ci sgorghi nel petto una certa angoscia, una certa paura, una certa percezione di essere totalmente indifesi e, soprattutto, molto visibili, anche se minuscoli individui in confronto a qualcosa che ci sembra sconfinato.

L’animo continentale è renitente davanti allo spirito litoraneo e viceversa: eppure è qualcosa che, in uno spazio piccolo e impreciso come la Vecchia Europa, in un certo senso appartiene a ciascuno di noi e, ancor di più, a chi si trova a vagare (nel suo doppio significato: muoversi senza, in fondo, una meta precisa, e trovarsi vaghi di un desiderio, spesso indefinito) tra le geometrie aleatorie di quel mondo di ieri e mito di oggi che è la Mitteleuropa.

Cos’è la Mitteleuropa?

Cos’è la Mitteleuropa, se non un termine lontano dal definire qualcosa di preciso? Qualcosa di sfuggente, di inafferrabile, di costantemente avvicinabile (ma solo per approssimazione) e infinitamente eterogeneo: un’entità politica, un’entità geografica, un ideale regolativo, una comunità intellettuale, un progetto, una singolarità storica, una storia comune… potremmo probabilmente proseguire per molto tempo, senza riuscire a mettere un punto da nessuna parte.

Come riconosciamo la Mitteleuropa? La associamo ai confini della monarchia asburgica, la identifichiamo nei territori in cui si parla tedesco o, comunque, dove sono presenti enclave di lingua tedesca, in una generica Europa di mezzo abbastanza certa nei suoi margini occidentali e sempre più sfilacciata via via che ci spostiamo verso Oriente?

A grandi linee possiamo collocare questo grande spazio dai confini variabilissimi tra il corso del Danubio a nord, Il Mar Nero a est e le coste europee del Mediterraneo orientale. Ma se siamo tanto legati all’importanza del nome (sia che pensiamo alle conseguenze di ciò che un nome indica, sia che pensiamo al nome come radice), cos’è la Mitteleuropa?

Forse il termine più vicino a definire l’indefinibile sia κοινή, koiné, qualcosa di comune: credo che sia in primo luogo il paesaggio antropico a definire questo non-luogo (ci basti pensare al “giallo imperiale degli edifici governativi”) ma, soprattutto, un difficilmente individuabile senso di appartenenza. Non solo una storia comune, ma storie comuni. Credo che la Mitteleuropa, alla fine, sia un grande racconto. James Krüss riporta più volte, in uno dei suoi più bei libri per l’infanzia, “La gabbianella del faro”, che “non importa che le storie siano vere: devono soprattutto essere belle”.

Claudio Magris, Predrag Matvejević ed Erodoto

Claudio Magris e Danubio, Predrag Matvejević e Breviario Mediterraneo, ma anche Erodoto: ciò che rende la Mitteleuropa un mondo di ieri e un mito di oggi è la concatenazione di narrazioni, da parti che si tengono insieme senza riuscire tuttavia a costruire un tutto monolitico, forse proprio perché basate sul concetto di λέγειν τά λεγόμενα, Relata refero, riportare le notizie per il solo fatto che esistano. Il rischio è, ovviamente, la tendenza a inventare miti (μυθοποίησις) e attribuire a fatti reali o al loro racconto un valore fantastico di riferimento sociale e culturale. Eppure, questa enorme messe di realtà e narrazione ha contribuito a formare la Mitteleuropa stessa come patria, più che dell’anima o sovranazionale, hinternazionale, una patria dietro le nazioni (dal tedesco hinter, dietro).

Come ho già anticipato, allora, per parlare di un orizzonte del genere, dove solo alcuni gradienti possono essere colti, in cui si è chiamati provocatoriamente a cercare un’identità puramente culturale  scevra da vincoli geografici, Magris e Matvejević, il Danubio e il Mediterraneo. Non solo in quanto figli di quella Mitteleuropa, non solo in quanto figli delle Storie di Erodoto (che, in fondo, è più facile da amare di Tucidide), non solo in quanto ultimi epigoni dei diari di bordo europei, bensì in quanto legati tra loro da vincoli sì culturali, ma soprattutto umani nel loro raccontare.

Danubio: dalle sorgenti al Mar Nero

Parlamento ungherese sul Danubio, Budapest

Danubio, opera forse più nota di Magris, potrebbe sembrare cronaca di viaggio dalle sorgenti del grande fiume nelle foreste bavaresi alla foce nel mar Nero tra Romania e Ucraina: lo è, ma il portato di quanto leggiamo ci porta a casa, anche se siamo nati lontani nel tempo e nello spazio.

In quello spazio indefinito che continuiamo a rincorrere troviamo un preciso humus culturale, leggiamo storie che, con il Danubio, passano per città, boschi, capitali, paesi diversi: c’è un senso di identità comune che va oltre l’appartenenza nazionale, c’è la consapevolezza di assistere (e di essere) a un’anomalia della Storia, e che lungo le rive del fiume c’è posto per tutte quelle storie che non trovano posto nelle grandi gesta perché troppo minute e perché, in fondo, su quelle sponde sono più i vinti dei vincitori. C’è la nostalgia di un mare lontano che chiama e spaventa.

Vivere di coincidenze

Magris racconta di frontiere, di frontiere spaesate, frontiere inspiegabili e frontiere che a volte attraversiamo senza rendercene conto, proprio perché sono le cicatrici delle ferite della Vecchia Europa; tra queste pagine, ci troviamo a recuperare il passato tra i sedimenti e i detriti dell’inautentico e a consegnarlo a chi verrà dopo nell’unico modo in cui è dato trasmettere una realtà possibile: raccontare, quanto di più ancestrale abbiamo come esseri umani, raccontare la vita, la morte, nostre e del mondo, sovrapporre le voci di cui siamo fatti eredi.

In Danubio c’è un continuo alternarsi delle voci di chi si incontra lungo il corso del fiume: una pluralità che, in fondo, arriviamo a far coincidere con la descrizione che Joseph Roth dà di Andreas, il protagonista della Leggenda del Santo bevitore, “er lebte von Zufällen […] Sie scheinen mich zu verkennen”, “viveva di coincidenze […] sembra che Lei non riesca a vedermi”, le fascinazioni momentanee, gli slanci e le cadute, le fregature che sembrano prendere agli occhi di chi lì guarda dalla prospettiva dei vinti.

“Um wiederzukehren”: sempre verso casa

I personaggi di Danubio, storici o meno, non arrivano mai perché forse hanno capito che non devono andare da nessuna parte (e sì, anche secondo l’asburgico principio dell’etica del Fortwursteln, del tirare a campare utilizzando i beni che si hanno per fruire del tempo e non viceversa): cercare di avvicinarsi sempre allo scopo della propria esistenza è nobile, anche quando lo si fa con un’imbarazzante costanza di intenti, ma è ciò che si trova per via a riempirci.

Magris, in tutto questo, ci riporta a casa, in ogni sfaccettatura, sentiamo vibrare una corda di noi stessi: fuori dalle nostre piccole patrie, il Danubio (sarà un caso che, in tedesco, si parli di die Donau, al femminile, un ancestrale ritorno al concetto di madre?) ci riporta sempre in un posto che ci sembra noto, in una patria dell’anima dove ogni esiliato può tornare a casa.

Breviario Mediterraneo: Mare Nostrum, e poi?

Lungomare Francesco Giuseppe, Volosko, Croazia

Breviario Mediterraneo sposta la prospettiva su un orizzonte più grande che arriva a scomodare un mondo ancora più ondivago (dopotutto, ora parliamo di un mare, non più di un fiume) e ancora più grande, dai Greci alla Mitteleuropa, costruendo, in questo caso, anche una geografia delle mancanze, spazi ancora più variabili, ancor meno paese, ancor più spazi mobili.

Il mare è amnios originario dell’umanità e persino degli dei, come Afrodite, ed è storia di naufragi e sirene, è la grande prova dell’anima di cui parla Musil, l’incontro con il simbolo dell’eterno e della persuasione della vita che riluce nel suo puro presente, eppure, anche qui, riecheggia la strada di casa. Non è un caso, credo, che la più grande storia dell’individuo che si avventura nel mondo e torna a casa, ossia a se stesso, sia l’Odissea. L’Odissea che, guarda caso, senza mare non esisterebbe.

Ulissi contemporanei?

Il posto in cui nasciamo ci influenza inevitabilmente, tanto quanto i nostri genitori, e leggendo Breviario Mediterraneo senza riuscire a definirlo, si ha l’impressione che a parlare, come in Danubio, sia uno di quegli uomini ricordati nel libro stesso, vissuti sul mare, tra i fari e i dizionari nautici. Un Ulisse moderno che si ritrova  a dover diventare, però, un esperto della lontananza del mito, un esploratore dell’assenza e della latitanza dalla vita che il mondo chiede.

Matvejević, in questo libro che è e non è un trattato poetico-filosofico, un romanzo postmoderno, un’antologia di racconti, una cronaca di viaggio, difende la condizione dell’eroe omerico odierno: difende la soggettività senza rinunciare all’universalità, resiste al totalitarismo senza perdere di vista una prospettiva globale della realtà. L’eredità mitteleuropea, che sembra essere solo continentale e che, invece, scopriamo abbracciare anche il Mare Nostrum si riversa sulle onde mettendo in guardia contro una ossessiva, viscerale, atomistica esaltazione della propria identità e della propria immediatezza, cercando, all’opposto, di costruire quell’humus condiviso, centrale in uno spazio così impreciso.

Orizzonti ritrovati

Con queste premesse, da Breviario Mediterraneo ci si aspetterebbe un dialogo tra i massimi sistemi: invece, in un’incantevole chiave musicale (come la definisce lo stesso Magris) si legge il mondo, la realtà, i gesti, il vociare delle persone, “il prolungarsi della forma delle coste nelle forme dell’architettura”, i destini e le storie narrate nei dizionari nautici e nelle lingue scomparse. Il breviario diventa un libro epico pieno di pietas per ogni vita custodita e raccontata, facendo parlare, molto più di altro, la grazia del Mediterraneo, nonostante tutto.

Ciò che si trova in questo libro, soprattutto, è la volontà di afferrare il mare, cercando, anche questa volta, di circoscrivere: scopriamo che la realtà sempre sfuggente e mai pienamente raggiungibile, invece, si può solo abbracciare, nel senso più semplice e puro del termine. Forse in questa necessità di abbracciare l’orizzonte sta in un nostro equilibrio di europei che fatichiamo a raggiungere proprio per la nostra smania di particolarismo e per la nostra non volontà di vedere che viviamo in una patria di vinti.

“… comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando”

Magris e Matvejević, il Danubio e il Mediterraneo, un potamologo e un talassologo figli della stessa Mitteleuropa: persino amici, in realtà. Al punto di trovare queste parole del primo a proposito del secondo:

“Da potamologo che, in Danubio, ha cercato di dire soprattutto la grande nostalgia del mare, e in particolare dell’Adriatico, invidio fraternamente il talassologo Matvejević e sono felice che il Danubio sfoci nel mare”.

Forse ogni grande fiume ha bisogno di sfociare calmo, senza la furia della sorgente, in un mare che lo accolga quando è stanco. Forse, nella nostra finitezza, cerchiamo nel nostro cuore una quiete dalla tempesta, come ha traslato un altro grande cantore del mare, Biagio Marin, poeta gradese, perché in fondo tutto si tiene:

“Fa’ che la morte mia, Signor, la sia / comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando”.