Sopravvivere alla fine: I folgorati di Susanna Bissoli

Dopo una lunga pausa Susanna Bissoli torna con un’opera di sorprendente freschezza e acume: I folgorati (Einaudi Supercoralli, 2024).

Classe 1965, Bissoli si era già distinta in passato con due libri editi Terre di Mezzo: il suo esordio, Caterina sulla soglia (2009) è stato finalista al Premio Fahrenheit-Radio 3 e il suo romanzo, Le parole che cambiano tutto (2011), ha ricevuto vari elogi tra i quali anche quello di Paolo Cognetti che di lei ha detto:

La scrittura di Susanna riesce a maneggiare la malattia e il dolore, perfino a ballare con la morte restando miracolosamente gioiosa.

Malattia e dolore appaiono come il filo rosso che tiene insieme l’opera della scrittrice, temi inesauribili e universali con i quali Susanna Bissoli si confronta anche nel suo ultimo lavoro.

La malattia: un sentore di morte

Un incipit freddo e tagliente dà avvio alla storia di Vera, donna che per la seconda volta si ritrova a dover affrontare un tumore al seno.

L’ecografista, assistito da un’infermiera, mi buca il seno sinistro nella zona in alto a destra, dove da qualche settimana sento un rigonfiamento affusolato e mobile. L’ago non riesce a entrare, troppo duro. Il dottore scuote la testa, l’infermiera mi tampona il seno con una pezza.

Bissoli catapulta il lettore in una storia in cui la malattia e il sentore di morte la fanno da padrone, utilizzando immagini dalla precisione scientifica, incrementando in tal modo sin dal principio lo sgomento e la partecipazione emotiva di chi legge: parla del tumore senza fronzoli, senza edulcorazioni, senza preparare il lettore. In maniera cruda e asciutta, l’autrice usa la penna come un bisturi, aprendo uno squarcio dal quale poter osservare e narrare l’esistenza della protagonista.

Le terapie da seguire sono debilitanti e Vera non può permettersi di abitare nella sua casa solitaria durante quel periodo, così, dopo un tentativo presto fallito di condividere gli spazi con sua sorella Nora, si trasferisce a casa del padre, Zeno, nel paese della sua giovinezza, Quaderni. Di certo lì lo spazio non manca e la tranquillità del luogo sono un toccasana per la protagonista, tuttavia abitare in quella casa è come condividere una stanza d’ospedale: Zeno è un uomo anziano, pieno di dolori e acciacchi, come può essere d’aiuto a sua figlia durante la chemioterapia?

Eppure, malgrado i tentativi da parte di Nora e Franco, amante della protagonista, Vera resta nella casa paterna: lì non ha un infermiere arzillo e pronto ad assisterla, tuttavia riesce a trovare qualcosa di più importante, scoprendo un relitto nascosto da sempre.

«[…] il fiume che mi scorre sotto i piedi»

Scorro le coste dei libri con un dito, ci sono: un manuale di grammatica italiana, due volumi di un’enciclopedia per ragazzi, un almanacco dell’anno 1954 e… Mai toccare il serbatoio, il mio libretto di racconti! Li sfilo e, con curiosità, lo apro. Mio padre ha sottolineato delle frasi. Mi addosso allo schienale per leggere e vedo che, dal ripiano sotto il tavolo, spuntano due riviste. No, non sono riviste, sono due quadernoni: uno ha in copertina l’immagine di una zebra e, in alto a destra, il numero 25; l’altro l’emoticon gialla in campo verde di una faccia che ride e il numero 24 bis. Li sfoglio: sono pieni della scrittura panciuta e ordinata di mio padre, che corre per pagine e pagine e pagine, riempiendo anche i margini.

Vera lavora come insegnante, ma da sempre si considera una scrittrice: scrive da che ne ha memoria e a un certo punto è anche riuscita a pubblicare una raccolta di racconti, libro del quale va fiera, motivo d’orgoglio per la sua famiglia. Eppure dopo quella pubblicazione il suo rapporto con la scrittura sembra essersi incrinato, ormai troppo faticoso e addirittura spaventoso in quanto strumento per misurarsi con sé stessa:

Mia sorella tirava spesso fuori la scrittura, per via del libro di racconti che avevo pubblicato anni prima. A me faceva strano parlare di scrittura con lei, perché è una cosa tutta dentro, è un modo di vivere le cose. E soprattutto non mi ricordo più come si fa. Penso alla scrittura come i vecchi alla giovinezza, credo.

Quando Vera scopre i quaderni paterni è sbigottita: suo padre, uomo severo e tutto d’un pezzo, con il quale era convinta di non aver molto in comune, è uno scrittore più di quanto lei non lo sia. Un romanzo lungo e verboso è quello che scopre nella stanza chiusa, nascosto eppure visibile prestando un po’ d’attenzione: Vera inizia a leggerlo ed entra nel mondo letterario paterno, scoprendo una tenerezza da tempo dimenticata.

Genetica d’amore e di morte: essere una famiglia

La passione per la scrittura si rivela dunque una sorta di questione genetica che si trasmette di padre in figlia, salda con forza il legame tra i due. Lo stesso però vale anche per la malattia: da sua nonna a sua madre, Vera sembra essere predestinata alla malattia e alla morte.

La somiglianza fisica con mia madre diventa sempre più impressionante man mano che passano gli anni. A legarmi a lei e alle donne del ramo materno della famiglia adesso è anche questa probabile malattia genetica: un filo rosso che corre a ritroso attraverso le generazioni e si attorciglia al dito di sconosciute che improvvisamente mi diventano compagne.

I folgorati presta molta attenzione al tema della famiglia, o meglio dei rapporti familiari, spesso complessi e faticosi, ricchi di non detti e compromessi.

Se alla madre è legata dalla malattia e a Zeno dalla scrittura, il legame con Nora è il più difficile da definire: l’una responsabile, attenta e maniaca del controllo, l’altra egoriferita e volubile. Nora è salda a terra, Vera è nell’altrove.

Sin dall’adolescenza questi due caratteri si scontrano e creano fratture sempre più consistenti nel loro rapporto, modellando, senza neanche rendersene conto, l’una il carattere dell’altra. La relazione tra le due sorelle è faticosa, fatta di tanta complicità ma anche di moltissime discussioni e rancori, come emerge chiaramente dai flashback inseriti nella narrazione.

Particolarmente toccante questo dialogo, attraverso il quale si comprende bene il rapporto tra le due:

«[…] Appena compio diciotto anni, me ne vado da questo posto di merda. Anche tu devi andare via».
«Perché?»
«Perché non c’è niente, qui».
«E dove vado?»
«Non lo so».
«Posso venire da te?»
«Potrai venire, ogni tanto».
«Perché solo ogni tanto?»
«Avrai la tua vita. È normale separarsi, quando si diventa grandi».
«Ma io non voglio».
«Adesso, non vuoi. Ci faremo delle lunghe telefonate. Tu vivrai a Londra e io a New York. Ti ricordi, ti dirò quella sera che sei venuta in salotto e io ti ho fatto ascoltare Janis Joplin? E tu dirai: no».
«Non è vero, io mi ricorderò sempre di questa sera».

Tuttavia una certa difficoltà a relazionarsi non è una prerogativa soltanto dei rapporti di sangue: anche con Franco, infatti, le cose non vanno meglio. I due innamorati sembrano vivere una relazione finita ancor prima di cominciare: si frequentano da tempo, eppure non concretizzano nulla, vanno a cena fuori, eppure non sembrano comunicare, condividono il letto, eppure appaiono distanti. Dove collocare, allora, questa coppia?

– Franco!
Non mi sente. Accarezza la testa al ragazzino, là nel vento, sotto la chiglia arrugginita. Gli faccio segno di «dopo», con la mano. Lui annuisce e alza il pollice, mi manda un bacio. Dopo, senza faccia, senza vento. Dopo, con le parole che verranno a galla. Ci aggrapperemo a quelle per avvicinarci un po’.

I folgorati

– Dovremmo iscriverci al club dei folgorati.
– Cos’è?
– Una rete internazionale di persone che sono state colpite da un fulmine […]. Ho letto una storia incredibile, senti: l’anno scorso, a settembre, in Francia, durante una festa campestre c’è stato un temporale improvviso e un fulmine potentissimo si è abbattuto sulla cima di un ontano e poi, attraverso una sbarra di alluminio, sul tendono dove la gente era andata a ripararsi dal temporale. Una scarica di milioni di volt, te lo immagini? I testimoni parlano di una palla trasparente che rotolava verso la tenda, roba da fantascienza. E pensa che nessuno è morto, un miracolo. […] Ho strappato le pagine dell’articolo, ce le ho qui, in borsa. Sai, quelli che muoiono si chiamano «fulminati», i «folgorati» sono quelli che sopravvivono.

Susanna Bissoli ne I folgorati attraverso uno stile asciutto, nitido ed essenziale, narra una storia di sofferenza, amore e resistenza, ritraendo personaggi realistici nelle loro crepe e contraddizioni, descrivendo con fascino e maestria la complessità dei rapporti umani.