Shmutz: pornografia e fame di libertà di un’ebrea ortodossa

Shmutz è il romanzo d’esordio di Felicia Berliner, residente a New York e laureata in discipline artistiche alla Columbia University. È stato pubblicato in Italia il 12 settembre 2023 da Mar Dei Sargassi Edizioni.

La scoperta della pornografia e il deragliamento dalla retta via

Copertina libro Shmutz pornografia

Raizl ha 18 anni e abita a Brooklyn con la famiglia, parte della comunità ebrea ultraortodossa chasidish. Pertanto, la sua vita segue il ritmo delle festività – come Shabbes (o Shabbat), la festa del riposo celebrata ogni sabato – e riflette i dettami del Talmud, un testo sacro.

È sempre stata molto intelligente e rispettosa della propria religione, imparando a memoria le bruches (benedizioni) legate a ogni cibo e recitando doverosamente le preghiere giornaliere.

Tutto cambia, però, quando inizia a studiare al college grazie a una borsa di studio. È già tanto che possa andare all’università, fatto considerato particolarmente tumeh (impuro, profano) per una donna. Infatti, solo gli uomini – come Tati (suo padre) e i suoi fratelli – possono studiare. Loro, tuttavia, frequentano la yeshiva – una scuola religiosa in cui si studiano i testi ebraici – mentre Raizl è iscritta al corso di contabilità. Ha già un lavoro part-time, grazie al quale sostiene economicamente la sua famiglia, ma con una laurea guadagnerebbe molto di più. Suo padre, comunque, è stato molto chiaro con lei:

“Niente biologia, niente scimmie. Lo sai già da dove vieni. Contabilità e basta”.

Il college le fornisce un PC portatile, anch’esso tumeh. I rabbini hanno bandito l’uso di internet, ma in casa sua è permesso usare la connessione, per motivi legati al lavoro di Tati. Così, impara man mano a usare quello strumento tecnologico a lei sconosciuto. Incuriosita, scava sempre più a fondo nei meandri della rete, finendo per scovare l’inimmaginabile: il mondo della pornografia.

Diventa ossessionata dalle immagini dei corpi nudi avvinghiati, tanto da guardare video ogni notte, per ore, nascosta sotto le coperte. Decide quindi di rivolgersi alla Dottoressa Podhoretz, nella speranza che possa guarirla da questa dipendenza, che ha sgretolato ogni sua certezza. Prima fra tutte, il concetto di matrimonio come tappa fondamentale – nonché obbligatoria – della vita di ogni donna chasidish.
Raizl sa che non può sottrarsi ai b’show (appuntamenti combinati, svolti in casa) che presto i suoi genitori organizzeranno per lei, ma non vuole nemmeno pensarci. La pornografia le ha aperto gli occhi, facendole conoscere una realtà esotica e mistica, facendole sognare un destino diverso da quello che è già scritto per lei.

Teme di non riuscire a venire a patti col tipo di sesso che l’aspetta: quello anticipato da un bagno di purificazione rituale, quello del venerdì sera.

Da una parte, vorrebbe davvero seguire il corso prestabilito della sua vita, l’unico che abbia mai immaginato.

Se solo […] potesse giungere al talamo nuziale […] completamente innocente, pura e inconsapevole, pronta ad apprendere i piaceri del sesso come se non avesse uno straccio di competenza digitale! […] Se adesso riuscisse a smettere di guardare i video, forse non sarebbe troppo tardi […].

Dall’altra, però, vorrebbe provare emozioni proibite.

Riuscirà mai a convincere il suo chussen, il promesso sposo, a farle quella cosa con la lingua? Basandosi sulla sua osservazione delle donne dei video, Raizl non crede di poterne fare a meno, ma ha paura che il suo chussen la consideri una prost, una volgarotta dalle voglie squallide.

Una giovane donna alla scoperta di sé

In Shmutz la pornografia non è protagonista, ma un mezzo attraverso il quale si dispiega il tema principale: il viaggio di Raizl nelle buie profondità del proprio essere.

Ha sempre vissuto all’interno di un contesto sociale chiuso e restrittivo, ma che per lei era la normalità. Vestiti larghi e coprenti quasi ogni limbo di pelle; solo cibo kosher (adatto al consumo da parte degli ebrei); cellulari speciali, senza fotocamera e possibilità di inviare SMS; ovviamente, niente social media.

Più di tutto, essendo donna, ci si aspetta che si sposi al più presto e dia alla luce una prole numerosa. Sarebbe il corso naturale delle cose, ma la scoperta della pornografia e dell’autoerotismo fanno nascere in lei una nuova consapevolezza, finora assopita.

Un marito non significherebbe, forse, dover rinunciare a tutto questo? Ai piaceri dischiusi rimuginando sulle immagini ed esplorando il proprio corpo […].

Il college e l’amicizia con persone esterne alla comunità chasidish danno a Raizl la possibilità di fare esperienze per lei impensabili, come mangiare un cheeseburger e indossare dei jeans. Questi sprazzi di vita – ovviamente tenuti nascosti alla sua famiglia – innescano in lei una profonda crisi interiore.
Vorrebbe essere libera, ma teme che l’ira divina si abbatta su di lei, che giorno dopo giorno disonora il suo credo.

[…] sta sognando di essere sveglia quando invece è morta perché si è dimenticata di Dio [n.d.a.]? […] Convinta, già a quattro anni, che se avesse mancato di recitare la preghiera della sera non si sarebbe più svegliata. […] E se […] guardare porno annullasse gli effetti della preghiera? […] Avrebbe dovuto ascoltare i rabbi che avevano messo internet al bando.

La lotta contro le sue stesse pulsioni è sicuramente un punto focale del romanzo. Raizl tenta di mettere un freno alla sua dipendenza, in nome di un’entità più grande di lei, ma fa due passi avanti e uno indietro. Non è solo il Creatore a spaventarla, ma – paradossalmente – anche la prospettiva di una vita lontana dalle certezze finora date per scontato, una vita da sola.

Breve riflessione sul romanzo

È quasi impossibile non affezionarsi a Raizl, sorridendo dell’innocenza con la quale, giorno dopo giorno, scopre il mondo là fuori, esterno alla comunità chasidish. Ma è anche straziante, da donna libera, leggere delle innumerevoli regole alla quali deve sottostare e immaginare che il suo futuro sia già scritto. Lei non ha voce in capitolo, non esiste come persona senziente. Per questo è molto interessante seguire il suo tentativo di ribellione attraverso la pornografia, nella speranza che riesca a dare voce ai suoi desideri.

Shmutz è una lettura consigliata vivamente. Lo stile è scorrevole e azzeccato l’uso di parole in yiddish (tradotte nel glossario finale) all’interno dei dialoghi e della narrazione, in quanto rende il tutto ancora più realistico.

Inoltre, permette di approfondire aspetti dell’ebraismo ultraortodosso che magari prima si conoscevano solo superficialmente o per sentito dire.

Infine, come già sostenuto, la tematica e il suo sviluppo sono molto interessanti e per niente banali, anzi!