Shirley Jackson: maestra di inquietudine

In ricordo di Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce.

S. King, nella dedica presente nel suo romanzo “L’incendiaria”

Fino a qualche anno fa il nome di Shirley Jackson era sconosciuto ai più, a meno che non si fosse amanti del genere gotico, a cui è possibile ascrivere la maggior parte dei suoi scritti. Eppure, nelle parole del noto Stephen King, Jackson è considerata la sua musa ispiratrice, un punto di riferimento.

Entrambə scavano e hanno scavato nell’essere umano, cercando quei punti oscuri presenti in ciascunə, ma le modalità non sono (state) le stesse. Se per King l’orrore è palpabile, chiaro ed evidente, il modo di tratteggiare l’inquietudine di Jackson è sempre stato simile a quel brivido che ci pervade in maniera inaspettata.

Shirley Jackson, la scrittura come difesa

Shirley Jackson (San Francisco, 1916 – North Bennington, 1965), per certi versi, sembra uscita da uno dei suoi romanzi. Figlia di Leslie Jackson, che lavorava per una ditta litografica, e di Geraldine, una casalinga, era decisamente malvista da quest’ultima. Era, infatti, criticata costantemente, specialmente per l’aspetto fisico.

Fu questo, con tutta probabilità, a portare Jackson ad isolarsi e a trovare conforto nella scrittura, per cui era portata: a soli 12 anni, infatti, vinse il suo primo premio letterario.

A diciotto anni si iscrisse alla facoltà di Arti liberali all’Università di Rochester, ma nel 1936 si ritirò, a causa della depressione.

Questo, però, non la portò a staccarsi dalla sua passione, anzi: si prefisse l’obiettivo di scrivere ogni giorno almeno mille parole e quest’abitudine restò fino al termine della sua vita. Decise, allora, di studiare Giornalismo e Lingua e Letteratura Inglese, e inoltre fondò con il futuro marito la rivista The Spectre.

Il matrimonio con Stanley Edgar Hyman rappresentò per lei una via di fuga e un moto di ribellione nei confronti della madre e dell’ambiente conservatore. Nonostante questo, non ebbe una vita coniugale felice, in quanto il marito si mostrò presto maschilista e particolarmente retrogrado. Infatti, sebbene la loro casa fosse un luogo di incontro di intellettuali, Jackson si sentiva stretta nel ruolo di moglie ed esclusa dalla comunità.

A causa dei traumi infantili e dell’infedeltà del marito, la scrittrice iniziò a fare spesso uso di alcol e tranquillanti. Questo la portò progressivamente ad un esaurimento nervoso e ad un’acuta agorafobia. Quando si riprese, iniziò a scrivere un romanzo con uno stile diverso dal solito, positivo, che purtroppo non riuscì a terminare. Morì a quarantotto anni, colpita nel sonno da un’insufficienza cardiaca.

La lotteria: una lapidaria raccolta di racconti

Scritta nel 1948, si tratta della raccolta di racconti che portò l’autrice alla fama.

I quattro brevi racconti contenuti, dove il primo e più famoso dà anche il nome alla raccolta, sembrano raccontare qualcosa di familiare, di tranquillo. Eppure la potenza di Jackson sta tutta nel senso di inquietudine che è capace di creare in quella normalità e spesso le sue storie terminano “con una svolta che porta dritto in un vicolo buio” (parola di Stephen King!).

Curiosità: Il racconto “La lotteria” venne pubblicato nel New Yorker e portò moltə lettorə ad annullare la sottoscrizione al periodico.

La casa come specchio della sanità mentale: L’incubo di Hill House

L’incubo di Hill House (1959) è un viaggio nella mente umana, un libro in cui la vera protagonista è proprio Hill House, la casa in cui è ambientata la vicenda.

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta.

Incipit de “L’incubo di Hill House”

Spesso a questo romanzo viene associata l’etichetta “horror” e questo destabilizza lə lettorə. “L’incubo di Hill House” è un gotico moderno, nella sua essenza più pura ed inquietante. Un gruppo di persone, che non si conoscono, vengono contattate da un professore del paranormale per studiare Hill House, “che sana non era”. Quello che scopriranno della casa e di se stessə sarà la chiave di lettura dell’intera storia.

Il successo odierno di Shirley Jackson è sicuramente dovuto alla recente serie tv omonima prodotta da Netflix. Creata e diretta da Mike Flanagan, The Haunting of Hill House riprende le atmosfere claustrofobiche del romanzo raccontando una storia diversa, in cui emergono fortissime le dinamiche familiari, molto care all’autrice, come si può vedere in Abbiamo sempre vissuto nel castello.

Il rapporto (malsano) tra sorelle in Abbiamo sempre vissuto nel castello

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Ricardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.

Incipit di “Abbiamo sempre vissuto nel castello”

Se ne L’incubo di Hill House il sovrannaturale è (in parte) presente, l’orrore di Abbiamo sempre vissuto nel castello è tutto reale. Piccolo capolavoro del genere gotico, questo romanzo pubblicato nel 1962 mostra la grande abilità di Jackson nel tratteggiare le psicologie dei suoi personaggi.
Si tratta, infatti, di un romanzo incentrato sulle relazioni, in particolare viene analizzata quella delle sorelle Mary Katherine e Constance, uniche sopravvissute (o quasi) ad un avvelenamento di famiglia di qualche anno prima. A narrarci la vicenda, a farci entrare nel “castello” è la giovane Mary Katherine, una ragazza particolarmente dispettosa e morbosamente legata alla sorella maggiore.

Non è difficile immaginare cosa sia davvero accaduto il giorno dell’avvelenamento, ma a creare l’inquietudine è proprio la voce della narratrice, infantile e da brividi.

Figlio di narrazioni come queste, incentrate nel rapporto morboso e insondabile tra sorelle è sicuramente il romanzo di Daisy Johnson, Sorelle, che in chiave contemporanea porta sulla carta una simile sensazione di angoscia.

La ragazza scomparsa: una raccolta minore ma d’impatto

Raccolta di racconti meno nota, La ragazza scomparsa (pubblicato come racconto singolo nel 1957, ma arrivato in Italia insieme ad altri due solo nel 2019) rappresenta il mondo di Shirley Jackson come attraverso il buco della serratura.

Qui non troviamo l’orrore e l’angoscia dei due romanzi più noti. Eppure, chi ha letto La lotteria sa bene che l’inquietudine può risiedere appena al di là della patina di perfetta calma e tranquillità.

In questi tre racconti, diversissimi tra loro, Jackson costruisce modi differenti di tratteggiare l’angoscia (che è per me lo stato d’animo che ben rappresenta la raccolta): quella che deriva dalla sparizione di qualcunə (di cui nessunə ricorda l’esistenza), quella che si nutre dell’ingenuità infantile e quella destabilizzante della dimensione onirica.

Inquietudine su carta

Mancano all’appello altri scritti dell’autrice, lo so. Ci sarebbe Lizzie, per non parlare di Paranoia, continuando con La luna di miele di Mrs Smith, La meridiana, Un giorno come un altro e La strega. Senza contare tutti quei suoi scritti che in italiano ancora non sono stati pubblicati.

Personalmente, il non aver ancora letto questi suoi scritti non mi scoraggia, ma mi permette di aver la possibilità di conoscere nuove storie. So che risiedono lì, tra gli scaffali della mia libreria e potrò in qualsiasi momento perdermi nelle sue parole note così come in quelle che ancora non conosco. La certezza che avrò è che entrerò in mondi così vicini al nostro e, per questo, inquietanti.