Shimaguni: un ritorno al Giappone autentico

Francesca Scotti nasce a Milano, ma ad oggi vive a metà fra l’Italia e il Giappone. Dopo un diploma al Conservatorio e una laurea in giurisprudenza, inizia a pubblicare racconti e reportage su svariate riviste in Italia e all’estero. In questo testo, edito da Bompiani, emerge tutta l’anima dell’autrice: il suo amore per i viaggi e il suo strettissimo legame con il paese del Sol Levante. Inoltre, il potere evocativo delle parole della Scotti è egregiamente accompagnato dalle splendide illustrazioni del disegnatore giapponese Uragami Kazuhisa, che riesce a cristallizzare in un singolo dipinto un paesaggio da un lato in costante evoluzione, dall’altro cristallizzato nel tempo.

L’obiettivo dell’autrice è molto chiaro: offrire una visione del Giappone autentico, quello di cui oggi il turismo di massa non vede. Ogni isola è presentata all’interno della complessa tradizione storico-filosofica dell’arcipelago, restituendo così al lettore quel complesso mosaico culturale che è il paese dell’estremo oriente.

Un atlante spirituale: di quelle isole intrecciate ai Kami

Shimaguni è un emozionante viaggio fisico e spirituale nell’arcipelago giapponese: ma non ci si fermerà nelle grandi città, note mete turistiche ai viaggiatori occidentali, bensì Scotti riesce a trasportare il lettore nel Giappone nascosto. In questo reportage di un viaggio fittizio ci si troverà catapultati fra le svariate isole dell’arcipelago, insistendo soprattutto su quelle ormai disabitate che, però, hanno un legame inscindibile con la tradizione.

Molte di queste isole sono ad oggi irraggiungibili per molte ragioni: fra queste, spicca il nome di Minami Iōtō, isola dell’Honshū dove nessun essere umano è riuscito mai a mettere piede. La ragione risiede nella peculiare fauna autoctona del luogo: recenti studi hanno dimostrato come l’essere stata completamente isolata dalla presenza umana, ha consentito all’isola di conservare perfettamente la sua biodiversità, dando riparo a specie ancora sconosciute o in via d’estinzione.

Per dare, però, al lettore un assaggio della meraviglia che queste isole presentano, l’autrice si serve da un lato della potente arma dell’immaginazione, esercitata attraverso delle descrizioni evocative e quasi sensoriali. Dall’altro, l’atlante qui preso in esame è corredato di una serie di illustrazioni dell’artista giapponese Uragami Kazuhisa, volte a mostrare i paesaggi del Sol Levante in tutta la loro sacralità.

Spiritualità

Uno dei temi fondamentali che Scotti prende in esame è l’intimo legame fra le varie isole dell’arcipelago e la religiosità giapponese: come ben sottolinea l’autrice, per secoli il Buddhismo e lo Shintoismo hanno fatto da sfondo al paese del Sol Levante come se fossero un unicum. Filosoficamente parlando, le figure dei Kami e dei Bodhisattva si erano fuse come se appartenessero ad un unico sistema speculativo.

L’isola di Takeshima, piccola porzione di terra che fa riferimento ad Honshū, viene ricordata dall’autrice per il suo profondo legame con la suddetta tradizione spirituale: è qui che è situato uno dei pochissimi santuari dedicati alla divinità Benten. Unico Kami femminile fra i sette della fortuna, ella è da considerarsi come la protettrice della letteratura, della musica, della femminilità e della ricchezza. Inoltre, non è un caso che il tempio a lei dedicato si trovi nella baia di Mikawa: convenzionalmente, l’elemento a lei associato è proprio l’acqua.

Sempre legato al mondo della spiritualità e dei Kami, Francesca Scotti fa riferimento allo stretto legame che sussiste fra l’isola di Nushima e il Kojiki (Storia di antichi eventi), un complesso testo cardine della letteratura giapponese datato VIII secolo. Diviso in tre parti, nella prima si vanno a narrare le origini mitiche dell’arcipelago. Secondo questa versione, ciascuna delle isole del Giappone sarebbe il frutto della creazione mitica fra le due divinità più antiche: Izanami, Kami femminile, e Izanagi, Kami maschile. Essi, dopo aver creato l’isola di Ongoro dal fango primordiale, si stabilirono lì per iniziare il processo di creazione vera e propria dell’arcipelago. L’isola qui menzionata è, chiaramente, mitica, ma la storiografia ha ipotizzato che essa possa essere l’isola di Nushima stessa.

Ed è su questa linea interpretativa che si muove Francesca Scotti: attraverso il nostro viaggio in Giappone, ella ci ha condotto al santuario l’Onogoro jinja, restituendoci con le sue parole e con le meravigliose illustrazioni le immagini di un tempio raccolto accanto all’oceano.

yōkai

Un’altra isola caratteristica che viene qui presa in esame è quella di Kamishima, nell’arcipelago Amakusa. È qui che, nel nostro viaggio immaginario, abbiamo avuto modo di sperimentare la magia degli yōkai: per la prima volta ne abbiamo incontrato uno. Kamishima è un’isola nota per le sue splendide catene montuose, ed è proprio qui che molti demoni vivono in un rapporto intimo con la natura incontaminata che li circonda.  

Camminando in uno di questi sentieri, magistralmente descritti dall’autrice, ci troviamo dinnanzi un uomo dalla testa a forma di fagiolo con tondi occhi sporgenti, e una bocca sigillata. Sulle spalle ha un mantello, e nella mano destra impugna un bastone. Sulla nostra spina dorsale corre un brivido di timore, ma Federica Scotti ci dice immediatamente che non bisogna temere: è uno yōkai innocuo, un aburasumashi, di cui purtroppo si sa poco.

L’unica cosa certa si può, però, evincere dall’etimologia del nome: da un lato, esso potrebbe derivare dalla parola sumashi, che se calata nell’espressione idiomatica sumashigao riporta a delle espressioni facciali impassibili, proprio come l’aburasumashi. Dall’altro, esso si lega ad una delle principali coltivazioni del luogo, l’olio di camelia: nel dialetto dell’isola, il termine sumashi si utilizza per indicare l’azione dell’estrazione e della spremitura, riportando ad un’antica leggenda del luogo secondo cui lo yōkai sarebbe il fantasma di un ladro fuggito dai boschi dopo aver rubato il prezioso olio di camelia.

Un viaggio nella storia

Come accennato precedentemente, l’intera opera della Scotti mira anche a restituire alla storia i suoi luoghi, permettendo al lettore di immergersi completamente nella ricca e complessa storia giapponese.

Fra queste isole, spicca Sadogashima, luogo passato alla storia per il suo stretto legame con la storia di Zeami Motokiyo (1363-1445), attore e drammaturgo vissuto nel periodo Muromachi, che assieme a suo padre è considerato il fondatore di una delle tre principali forme di teatro autenticamente giapponese, il . Sebbene abbia raggiunto l’apice della sua popolarità nel periodo Edo, è qui che Zeami fu esiliato, ed è proprio su quest’isola che ad oggi si possono ammirare ben duecento palchi che in passato erano devoluti alle rappresentazioni Nō.

La ragione per cui Francesca Scotti, in questo viaggio immaginario, ci conduce dinnanzi ai palchi del Nō è molto semplice: attraverso questa peculiare forma teatrale, è possibile scoprire molto della cultura filosofica del Sol Levante. Le varie pièce teatrali fanno tutte riferimento ad eventi storici o mitologici dell’arcipelago, facendo appello al complesso bacino concettuale del Buddhismo e dello Shintoismo. Spesso si tratta di rappresentazioni drammatiche dalla forte componente morale.

Inoltre, la scena teatrale Nō stessa non è altri che un riflesso dell’importanza del concetto di vuoto nello zen: le varie forme artistiche giapponesi si possono definire metafisiche in virtù di questo complesso rapporto con la vacuità. Se in occidente si è abituati a considerare il nulla come non-ente, in Giappone esso assurge a ciò che consente la nascita dell’evento o, in questo caso, della scena.

In molti esempi di pittura Zen, come i paesaggi di Hsiao-Hsing di Yu-Chien, pittore dell’antica Cina, dal vuoto della tela sembra consentire l’accadere del soggetto, che risalta proprio grazie a questa peculiare condizione. Alla stessa maniera, è possibile osservare un processo analogo nella scenografia del teatro Nō: il palco è quasi interamente vuoto, consentendo così la nascita del dramma lì rappresentato.

Dopo aver assistito alla complessa rappresentazione Nō, l’autrice ci conduce in un’altra splendida isola protagonista di uno dei più grandi scontri fra samurai che la storia giapponese ci abbia tramandato: siamo a Ganryūjima, isola ad ovest dove si narra che avvenne uno dei leggendari combattimenti di Miyamoto Musashi.

La figura di Musashi è una di quelle di cui la storia si perde nella leggenda, rendendo complesso ricostruire fino a dove ciò che si tramanda sia avvenuto veramente: di lui abbiamo un importante produzione scritta sull’arte del combattimento, e su di lui si sono versati fiumi d’inchiostro. Eiji Yoshikawa, uno dei più importanti scrittori del XX secolo, deve al suo romanzo storico su Musashi la sua consacrazione all’eternità: ed è proprio alla fine di questo romanzo che ci viene narrato l’ultimo grande combattimento del Samurai con Sasaki Kojirō. È proprio questa vittoria che lo renderà una delle figure più celebrate del Giappone ma, nonostante la sua vittoria, l’isola sarà intitolata alla memoria del suo avversario: dopo il combattimento, accanto al nome originario, Funashima, si aggiunse Ganryūjima, da Ganryū, nome di battaglia di Kojirō e nome della scuola di spada da lui fondata. L’isola è ormai disabitata, ma forse è proprio grazie a ciò che, a distanza di secoli, è ancora possibile sentire l’aura di leggenda che ha abitato questo luogo.

È impossibile riportare in questa recensione la ricchezza del legame fra le isole e la storia giapponese restituito da Francesca Scotti, ma si può almeno cercare di ripercorrere quelle che più colpiscono.

Fra queste, si annovera sicuramente l’isola di Nozakijima, che permise ai cristiani di trovare riparo durante le feroci persecuzioni religiose che avvennero in Giappone a cavallo fra il ‘500 e il ‘600. Qui, molti continuarono a coltivare la loro fede in segreto. A testimonianza di ciò, l’autrice conduce per mano il lettore dinnanzi ad una piccola chiesa: si erge al centro dell’isola, fra i terrazzamenti ricavati dalla terra vulcanica. Ad oggi è abbandonata, ma ella sembra rimanere vegliare sull’isola, nel ricordo di chi, nei secoli passati, trovò conforto fra quelle mura.

Come è stato fin qui preso in esame, è impossibile restituire in tutta la sua complessità il viaggio onirico che le parole di Francesca Scotti ci hanno consentito di fare. Abbiamo avuto modo di conoscere il paese del Sol Levante nei suoi luoghi più reconditi e caratteristici, guidati da descrizioni evocative e illustrazioni in grado di cristallizzare in un solo istante la fluidità del paesaggio. Senza dubbio, si può affermare di trovarsi dinnanzi ad un reportage emozionante, in grado di calare il lettore in un universo in cui, da solo, non riuscirebbe ad entrare.