Sangue cattivo, ovvero come parlare di malattia (con ironia)

Uscito a settembre 2023, “Sangue cattivo” è tra i libri scelti per il #bookrave, ovvero il progetto che vede otto case editrici trattare un tema comune in modalità differenti. Per quest’anno, è stato scelto quello dei “corpi” ed Effequ ha presentato il primo romanzo di Beatrice Galluzzi, una storia autobiografica potente ed emozionante su quando i corpi non funzionano come dovrebbero, ma soprattutto sulla speranza.

Raccontare la malattia senza instillare in chi legge un senso di pietà, ma un forte rispetto è difficilissimo. Riuscire a farlo con ironia sottile, facendo sorridere e piangere contemporaneamente, è un dono. E Beatrice lo ha.

«Io l’ho scelto, di essere qui. Ho cesellato questo momento, ho desiderato di morire con così tanta intensità che le mie cellule l’hanno sentito e mi si sono rivoltate contro; gli anticorpi, la mia squadra di difesa, sono diventati i miei aggressori. Il sangue cattivo, inzaccherato dalle sostanze di scarto; il sangue che nessuno vuole, gli organi che nessuno userebbe per dare vita ai cadaveri. I miei nemici sono io.»

– Beatrice Galluzzi, Sangue cattivo

La malattia come punizione

Beatrice scopre di soffrire di una malattia ai reni poco dopo la morte del padre, un uomo colto, ma con un atteggiamento aggressivo, che ha fatto fatica negli anni ad amare. Eppure con quel padre, folle a dir poco, ha in comune il gruppo sanguigno: che abbiano quindi anche lo stesso sangue cattivo?

La comparsa del male autommune che la affligge la convince che ci sia una stretta connessione con lui. Si convince, così, che in un certo senso si meriti di stare male, di soffrire, anche di morire giovane.

E così, tra capitoli di vita quotidiana e di crescita in una famiglia complessa frammisti a scene ambientate in ospedale, in cui la penna si fa quasi chirurgica, ci confrontiamo con il dolore, con la malattia. In realtà, però, entriamo in contatto con la speranza, che nascosta dietro la paura e l’ironia, si affaccia sorniona.

«I dottori credono che stia vivendo in una tregua, una remissione. A dire il vero ci credono tutti, anche gli altri, tranne me, convinta invece che la punizione finirà il suo lavoro.
Ho fatto tre cicli di cortisone, ma non è bastato: la malattia si ancora, cammina in verticale facendo leva sulle piccole pietre sporgenti che sono debolezze innate, ricadute – sei diventata tossicodipendente, Beatrice, dovrai farlo a vita.»

― Beatrice Galluzzi, Sangue cattivo

La potenza delle parole

Mi sono approcciata a questo libro convinta di imbattermi in un qualcosa di sicuramente interessante, ma potenzialmente già visto. “Sangue cattivo” non è sicuramente il primo romanzo che parla di malattia, d’altra parte. Non potevo sbagliarmi di più.

Al di là di ciò che viene narrato, quello che più di tutto entra in relazione con il lettore è l’uso che delle parole sa fare Beatrice. Nessuna è lasciata al caso, e tutte, in un modo o nell’altro, permettono di operare quella che è una dissezione delle pagine e delle immagini raccontate, andando sempre più in profondità e portando a galla sentimenti difficili da gestire.

«Ciò che rassicura lui finisce per annientare me. Fingere non solo che la punizione non mi pesi, ma che non esista. Lasciare le cose a metà: se proprio rischio di morire, che almeno io muoia davvero.»

― Beatrice Galluzzi, Sangue cattivo

Aldo e Riccardo: la ricerca del sentirsi amata

La presenza di Aldo, compagno e poi marito, è positiva per Beatrice, quasi salvifica, sebbene a tratti tema di non meritarlo. Ma forse più di tutto teme di non meritare il suo amore. E questo fa la controparte con l’altra figura maschile, ovvero quella del padre, Riccardo, una personalità forte in apparenza, ma di fatto fragile. Se infatti Aldo le sta accanto in punta di piedi e sottovoce, il padre, Riccardo, è la furia, la rabbia, la recriminazione.

Eppure c’è un momento in cui Beatrice si riconosce in quel padre terribile, ma il fatto stesso di rendersi conto di ciò la rende automaticamente diversa, la svincola da quell’eredità che è convinta sia cucita nel suo DNA.

«Sono io che devo punire, sono io che merito di scontarla fino in fondo, sono io che ho ereditato la parte peggiore; sono segnata, la mia stirpe si deve concludere con me, non devo contagiare, non devo coinvolgere nessuno -e Aldo, allora, e lui? Eccolo il fulcro attorno al quale ruota tutta questa storia. L’eredità di mio padre non sono i suoi vinili, la sua presenza non è dovuta all’urna; la costante sensazione che lui mi sia vicino, e io abbia bisogno di chiamarlo. Non ce n’è bisogno, Richard non è vicino a me, lui sono io.»

Beatrice Galluzzi, Sangue cattivo

Il padre nella definizione del sé: anche in “Bestiario parentale”

Il ruolo maschile nella costruzione anche di un’identità femminile per una figlia è trattato anche in “Bestiario parentale” di Francesca Manfredi, sempre edito Effequ. In questo secondo appuntamento con la serie Elettra, nata appunto per delineare il rapporto padri-figlie, si cerca di far pace tra l’idealizzazione della figura maschile e quella della loro assenza.

Tra responsabilità, una famiglia di stampo matriarcale in cui l’uomo è utile quanto un fuco per le api, Manfredi sviscera in poco più di cinquanta pagine un vero e proprio bestiario per raccontare il padre. Ed è impossibile, da figlie, non riconoscere il proprio di padre.

Conclusioni

In tutti i libri c’è un po’ di chi li ha scritti. Sicuramente in “Sangue cattivo” c’è moltissimo di Beatrice e quello che leggiamo è parte della sua anima. Quello che non mi aspettavo era di trovarmi nelle sue parole, di riuscire ad empatizzare con lei, ridere con lei e piangere con lei.

Probabilmente ciò che rende un libro meritevole è la capacità di parlare a chi lo legge, ma anche di scavare all’interno di lui. O semplicemente quella di farlo interrogare su se stesso.

La paura della morte ci accomuna tutti, che abbiamo o no una malattia autoimmune. E forse ciò che ci permette di empatizzare con Beatrice è la nostra mortalità, oltre alla profonda umanità con cui questa vicenda dolorosa ci viene raccontata. Il corpo come teatro di dolore, ma anche come modo per riscattarsi, per chiedere un posto nel mondo, come bisogno di sopravvivere.

Leggere “Sangue cattivo” è questo.

«Ora che ho capito di essere così efficiente nel farmi fuori voglio vivere, voglio stare meglio, voglio rimanere.»

― Beatrice Galluzzi, Sangue cattivo