Ribaltare la visione della diversità: Monstrumana e Deforme

Chi ama soffermarsi sul significato profondo delle parole comunemente utilizzate in lingua italiana, probabilmente già saprà che la parola mostro deriva dal latino monstrum, che a sua volta deriva da monere. I significati del termine sono molteplici: il mostro è una figura – mitologica e leggendaria – che sia esteticamente che mentalmente travalica ciò che è umano. Pensate a tutte quelle creature diventate famose grazie alla letteratura come: Medusa, la Chimera o il mostro di Loch Ness e la lista potrebbe continuare.

Chi sono questi personaggi-entità? Sono state persone temute, leggende, voci, paure che serpeggiavano nelle menti delle popolazioni che mai si sono soffermate a indagare il perché di questa diversità, concentrandosi sui punti di debolezza e non su quelli di forza.

La letteratura, così il mito e la leggenda di cui spesso la letteratura si nutre, è piena zeppa di esempi di mostri, o presunti tali. Fino ad arrivare ai prodotti di intrattenimento odierni, la concezione di mostro è sempre stata tendente al negativo, come qualcosa da temere o da evitare e sicuramente da non prendere a esempio. Un occhio più critico ci insegna che in realtà la concezione di mostro nasce proprio nella nostra testa e che tali etichette risultano spesso inutili.

Due libri risultano illuminanti a tal proposito: Monstrumana di Francesca Giro e Gaetano Pagano, edito da Effequ, e Deforme di Amanda Leduc, edito da Nottetempo. Vediamo dunque come tali libri sradicano la concezione classica del mostro a cui siamo stati abituati fin dall’alba dei tempi.

Il mostro in letteratura

Viste così, Dracula e altre creature del gotico vittoriano sono un’espressione molto alta del concetto di mostruosità in senso generale: se il mostro è un’incarnazione liminale di tutto ciò che è altro, spaventoso e fuori dalla norma, un essere di confine che racchiude in sé quello che temiamo e non comprendiamo del mondo intorno a noi, allora una creatura complessa e articolata che riesce a simbolizzare le molteplici sfaccettature della realtà è un mostro per forza di cose potente. Tanto che dopo oltre un secolo siamo ancora qui a parlarne.

La letteratura, sia essa classica, moderna o contemporanea, vive per raccontare storie e lanciare messaggi. Avete mai fatto caso, però, che la quasi totalità degli antagonisti delle storie che leggiamo non ha forme umane? Monstrumana è un saggio altamente comprensibile che prende degli esempi molto celebri della letteratura mondiale e cerca di spiegarci la genesi di questi cosiddetti “mostri“. Mostri che spesso incarnano le paure più recondite dell’essere umano, che ha soltanto bisogno di esorcizzarle dando loro forme riconoscibili e, quindi, più facilmente temibili.

La raccolta comincia con la creatura forse più celebre: il mostro di Frankenstein. Badate bene, Frankenstein non è il mostro, come molti sono portati a credere, ma lo scienziato suo creatore, e già questa premessa dovrebbe far riflettere. Nato dal crescente interesse degli studiosi ottocenteschi nei confronti del galvanismo (l’ossessione di ricostruire pezzi di corpi morti saldandoli insieme tramite l’elettricità), in realtà il mostro di Frankenstein è il riflesso e il risultato della hybris del suo creatore, altrimenti chiamato “il moderno Prometeo”, che si spinge ogni volta sempre oltre le proprie possibilità. Assistiamo quindi all’ossessione di un uomo che si spinge così oltre da concepire una creatura sì orrenda, ma con una mente senziente e con delle emozioni, che vengono completamente ignorate al cospetto di un aspetto estetico sgradevole.

Pensiamo ora a Dracula, nato prematuramente nell’immaginazione di Bram Stoker probabilmente in seguito ai lunghi anni di malattia passati a letto in una condizione prossima alla morte. Dracula incarna la paura del nuovo, dello straniero, del diverso dal punto di vista culturale, molto facile da attribuire ad un personaggio esotico, carismatico e temibile come il conte che viene dalla Transilvania.

E se dicessimo Quasimodo, lo sventurato protagonista di Notre Dame de Paris? Il gobbo di Notre Dame è forse l’esempio più forte e lampante in letteratura di pregiudizio nei confronti del diverso e della disabilità fisica. Un pregiudizio così forte da sentire il bisogno di relegare, di chiudere e nascondere alla vista un “abominio” della natura che però, come Frankenstein, ha un cuore. Dalle parole di Victor Hugo:

La parola umana, nei suoi confronti, era una beffa o una maledizione. Crescendo, non aveva avuto intorno a sé altro che odio. Lo aveva acquisito. Si era conformato alla cattiveria degli altri. Aveva raccolto l’arma con cui l’avevano ferito. Tutto sommato solo a malincuore voltava la faccia verso gli uomini. La sua cattedrale gli bastava.

Cosa dire, poi, di Gollum, l’inquietante e ambigua creatura-doppio nata dallo hobbit Sméagol nella trilogia de Il signore degli anelli? Questo esempio, forse più di altri, è il riassunto più evidente del fatto che la parola mostro e così la sua concezione non necessariamente sono delle condizioni che gli altri ci impongono dall’esterno, ma talvolta consistono in una degenerazione di disagi e problematiche pre-esistenti, come nel caso di Gollum, che diventa un mostro dopo aver compiuto un omicidio. Il peso della colpa è troppo forte perché lo hobbit conservi non solo sembianze umane, ma anche la sanità mentale per convivere con un tale fardello, ed è proprio qui che il mostro subentra con uno spirito di sopportazione da fare invidia:

Nella consapevolezza della propria mostruosità, quando il male che abbiamo fatto è così profondo da prendere forma e voce, una voce che è più dolorosa della morte e che ci ricorda continuamente la nostra mostruosità, ricevere fiducia e ricevere perdono può essere un fardello molto più pesante di qualsiasi anello magico.

Ovviamente gli esempi citati nel testo, e anche nel podcast omonimo (che vi consiglio vivamente di ascoltare), sono più numerosi e più approfonditi. Queste poche parole, però, per invitarvi a dare una possibilità a un saggio veramente ben scritto e che in poche pagine riesce a riassumere un’analisi critica sui mostri più famosi della letteratura.

Il mostro nelle fiabe

Ancor prima che con la letteratura, cresciamo con le fiabe. La fiaba è un genere letterario che porta con sé un fardello notevole, ovvero quello di plasmare coscienze e modi di vedere la vita, caratteristiche durature del pensiero umano, difficili da sradicare.

Nel suo saggio Deforme, Amanda Leduc ci invita a riflettere sulla responsabilità che le fiabe hanno sul nostro immaginario di fisicità, di corpo e di estetica, ma soprattutto sulla disabilità fisica. Ci siamo mai soffermati a riflettere su come la bruttezza, la mostruosità, la disabilità o semplicemente la diversità siano qualcosa da superare con sforzo e fatica, al fine di ottenere la rispettabilità e una vita felice?

Pensiamo a La bella e la bestia, alla Principessa e il ranocchio, a La sirenetta. Ciascuno dei protagonisti è come intrappolato in un corpo che non è il loro. Un corpo che suscita scherno, vergogna ed esclusione, in mondi fiabeschi in cui la perfezione è l’unica via da percorrere e la via per la rispettabilità deve essere percorsa, a tutti i costi.

Quasi sempre soni gli stessi protagonisti che in qualche modo si trasformano- diventando più gradevoli, più belli, più adatti allo stampino della società in cui vivono. L’intervento è magico piuttosto che chirurgico, ma ci possiamo immaginare gli scrittori di queste storie argomentare in favore del modello medico: l’intervento salvavita, dove “vita” sta per reputazione e stima sociale.

Nella sua disamina di cosa succederebbe se le fiabe tenessero in considerazione la varietà non solo culturale, ma soprattutto dei corpi, Leduc aggiunge la sua esperienza autobiografica di persona e scrittrice con disabilità, regalandoci un valore aggiunto ad una trattazione, anch’essa, molto chiara ed esemplificativa.

Scardinare i pregiudizi

Sia Monstrumana che Deforme sono dei tentativi (a mio parere efficaci) di come la cultura, che in questo caso viene incarnata dalle fiabe e dalla letteratura, abbia il grande potere di plasmare il nostro modo di vedere le cose. Noti esempi di letteratura, passati alla storia con la grandezza dei loro autori e dei messaggi che ci hanno lasciato, sono stati anche e contemporaneamente esempi negativi di come viene concepito il diverso.

Leggere in contemporanea i due testi apre i nostri orizzonti e ci porta a rivalutare con un occhio più critico storie molto note e ad analizzarle in un’ottica più approfondita e soprattutto inclusiva.