Recidere il cordone ombelicale: Sofia di Paolo Cognetti

Noto per il successo di critica e pubblico del suo romanzo Le otto montagne, vincitore del Premio Strega nel 2017 e dal 2022 film diretto dai registi belgi Van Groeningen e Vandermeersch premiato con il David di Donatello, Paolo Cognetti fa il suo esordio nel mondo della letteratura dal 2003 con un racconto che viene subito insignito del Premio Subway-Letteratura, dedicato agli scrittori under 35.

Apprezzato sin dal suo esordio, Cognetti pubblica negli anni successivi tre raccolte di racconti con la casa editrice minimum fax: Manuale per ragazze di successo nel 2004, Una cosa piccola che sta per esplodere nel 2007 e Sofia si veste sempre di nero nel 2012. In particolare l’ultimo titolo (tra i candidati al Premio Strega 2013) si contraddistingue per il suo essere al contempo una raccolta di racconti e un romanzo, una forma ibrida con la quale Paolo Cognetti darà prova della sua abilità narrativa.

Un romanzo di racconti

Sofia si veste sempre di nero consta di dieci parti, ognuna con un suo titolo e perfettamente funzionante sia come racconto singolo sia come capitolo di un romanzo. L’aspetto ibrido di questa narrazione è spiegato dall’autore in prima persona nel suo blog Capitano mio Capitano nel quale racconta:

«Ho cominciato a scrivere di Sofia nel gennaio del 2008, immaginando una raccolta di racconti su una ragazza della mia età […] Poi durante gli ultimi cinque anni, mentre scrivevo, sono usciti […] Olive Kitteridge di Elizabeth Strout (2008), Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann (2009), Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (2010). Tre romanzi di racconti […]»

Dalla lettura di questi tre testi lo scrittore nota una certa somiglianza con quello che è il suo progetto iniziale e si rende conto che: «I racconti sono le bolle d’aria. Il romanzo è il sistema delle loro relazioni. Lo stagno siamo noi: siamo noi a ribollire di ricordi che a volte salgono in superficie ed esplodono, e leggiamo, scriviamo, per comprendere quel tumulto; se non riusciamo a tenerlo a bada possiamo almeno conoscerlo un po’ meglio, imparare come funziona. Per lo meno è così per me.»

Dunque Sofia si veste sempre di nero è un romanzo di racconti che narra le vicende della ragazza dalla sua nascita sino al raggiungimento dell’età adulta. La storia di Sofia è affrontata da molteplici ed eterogenei punti di vista, inserendosi così nel testo come protagonista diretta e indiretta del mondo in cui vive.

Ragazze orizzontali, ragazze interrotte

«Per mia madre la vita è una lotta contro la forza di gravità, lo sapevi? La mattina, quando le persone normali si alzano, lei resta a letto per ore, a volte per tutto il giorno. Ha come un peso che la tiene giù. C’è una poesia di Sylvia Plath che mi fa sempre pensare a lei. Dice: “Io sono verticale, ma preferirei essere orizzontale. Stare sdraiata per me è più naturale”».

Il tema della depressione e della sirena incantatrice del suicidio compaiono subito nel testo, catapultandoci sin dal primo istante in un buio che è difficile fendere di luce: il nero di Sofia è totalizzante, non lascia spazio a istanti di gioia e serenità, è un nero che inghiotte chiunque le stia intorno, come un messo infernale e implacabile. Colori come simboli del disagio psichico: compare il bianco della follia (trovi la spiegazione qui), il grigio cupo della stanza in cui si rintana sua madre Rossana, e Sofia che si veste sempre di nero perché possiede una rabbia cieca che non è in grado di contenere.

Intrappolata in una famiglia che non riesce ad amare e non riesce a darle amore – ad eccezione del padre, che però sembra avere il ruolo dell’inetto di sveviana memoria –, terrorizzata dalla paura di restare sola e, soprattutto, di diventare come sua madre, Sofia abbandona tutti coloro che incontra, tenta di non creare nessun legame, salvo poi abbandonarsi negli abbracci morbidi e carnali di colei che le farà finalmente comprendere cos’è davvero una casa, mettendo così in mostra il suo lato fragile e umano.

Abitare lo spazio

Appare evidente come il tema dello spazio sia fondamentale per Cognetti dal momento che il primo luogo che la protagonista abita è un’incubatrice dalla quale un’infermiera le intima dolcemente: «Sofia […] lo sai che cos’è la nascita? È una nave che parte per la guerra». Il futuro della bambina sembra infatti essere contenuto interamente in questa immagine chiave che apre l’opera.

Dall’incubatrice si sposta nell’appartamento milanese, poi presto nella campagna vicina dove Sofia, figlia unica, occupa una stanza con doppio letto e doppio armadio per un fratello non arriverà mai. Tuttavia quello spazio sarà presto occupato da Oscar, suo coetaneo con una tragica situazione familiare, che la famiglia Muratore ospita per alcuni mesi e che Rossana sembra amare oltremodo.

«[…] trova Oscar nell’ultimo posto in cui ha pensato di guardare, la camera dei suoi genitori. È a letto tra loro due. Roberto ne occupa più di metà, russando con la bocca aperta e il petto che va su e giù. Rossana si è raggomitolata su un fianco e voltata verso il muro, come se avesse sempre freddo. Oscar dorme accucciato contro la sua schiena. […] Non è sicura se quello che sta vedendo le piace, se vorrebbe essere in quel letto insieme a loro o richiamarli all’ordine con un grido. Poi si sente un’intrusa, lì sulla porta a spiare la famiglia di qualcun altro, così li lascia dormire e torna in camera sua.»

Negli anni successivi le fanno da casa le pareti bianche di una clinica psichiatrica, dove gioca a cambiare identità e riceve una premonizione su quale strada dovrà seguire per sperare in un futuro migliore; poi giunge nella prima casa in cui si sente, se non amata, finalmente compresa, quella di Marta, zia preoccupata e premurosa, ma che non soffoca e non giudica la giovane nipote; infine a Roma, in una casa per studenti che divide con tre ragazze, così diverse da chiunque lei abbia mai incontrato, dove finalmente trova il suo posto. Lì conosce l’amore, l’affetto, cosa vuol dire essere una famiglia: finalmente non è un’intrusa, non è di troppo, non è indesiderata, un peso inutile come si è sentita per tutta l’esistenza.

È presente anche il Cognetti descrittivo, l’abile paesaggista in grado di trasformare la caotica e cosmopolita città di Milano in un paesaggio lirico.

«Il gioco viene interrotto sul più bello, quando il treno esce dalla stazione e un cielo lattiginoso invade il finestrino. Sbattendo gli occhi osservi scorrere i treni in sosta, gli edifici ferroviari, i palazzi di edilizia popolare tra Greco e viale Monza. Non ti eri mai accorta che, dalla Stazione Centrale, i binari puntano verso nord, e per andare a sud bisogna fare il giro di mezza Milano. Per te era solo l’attraversamento di una palude urbana, la faticosa rincorsa necessaria prima di prendere velocità in campo aperto. Adesso invece riconosci i luoghi. Il ponte di via Padova, Lambrate, l’Ortica. Le torri di periferia logorate dal tempo, il giallo e il rosso sbiaditi verso un’uniforme tinta militare. I balconi incolonnati uno sull’altro, addobbati per la tua partenza, da cui ti dicono addio eroici scaldabagni e lavatrici, stendibiancheria sgangherati, piante d’appartamento rosicchiate dai parassiti, gabbie di criceti e canarini che ora corrono a vuoto e cinguettano nell’altro mondo, […]. Poi la visa ti si appanna o è il tuo fiato che fa condensa sul finestrino. E solo quando te ne vai ti accorgi che le vuoi bene, a questa morsa nello stomaco che è la tua città d’inverno.»

La Storia

Compare anche la storia italiana degli anni Settanta e Ottanta tra le pagine di Sofia si veste sempre di nero, in particolare nel capitolo che dà il titolo all’opera, dove è presentato il punto di vista di zia Marta, e quello intitolato Disegnata dal vento, dove il protagonista è papà Roberto.

Osservando il passato di questi due fratelli, oltre a scoprire le motivazioni che stanno dietro alcuni comportamenti dei due, il lettore è riportato indietro negli anni della violenza, della lotta armata, del terrorismo, della situazione nelle fabbriche, degli scioperi.

Roberto e Marta non potrebbero essere più diversi, costantemente in conflitto tra di loro sin dalla gioventù: Marta dalla parte dei ribelli, combatte per degli ideali, mentre Roberto da quella dei sottomessi, non chiede nulla se non una vita tranquilla e senza scossoni.

Paolo Cognetti riesce a narrare gli anni di piombo mettendo in mostra punti di vista in opposizione, senza esaltare né biasimare le scelte dei due personaggi: si limita a farne un ritratto, quasi uno sfondo casuale della formazione e dell’educazione sentimentale dei due fratelli.

Recidere il cordone ombelicale

Paolo Cognetti mette a punto un’opera ampia e densa di significato, in cui c’è spazio per silenzi, salti temporali e sottintesi, dove i temi si moltiplicano: la salute mentale, i contrasti tra nuove e vecchie generazioni, la storia italiana degli ultimi decenni del Novecento, la critica al cattolicesimo, il femminismo woolfiano di Una stanza tutta per sé, la rabbia e la ribellione, il disagio psicologico.

Particolarmente sentito è il tema dell’identità che allarga le sue maglie sino a comprendere quello dell’espatrio, basti pensare al capitolo finale e al Brooklyn Sailors Blues.

In conclusione, il viaggio di Sofia appare come un tentativo ossessivo di recidere il cordone ombelicale che la tiene legata alla sua casa e soprattutto a sua madre, costringendosi a superare la sua paura dell’abbandono e a tradire parti di sé stessa. Paolo Cognetti riesce a scavare all’interno dell‘animo femminile regalandoci un personaggio, seppur poco amabile, indimenticabile.