Camere Separate di Pier Vittorio Tondelli

Titolo: Camere Separate
Editore: Bompiani
Collana: Classici Contemporanei
Numero di pagine: 301



[…] la piccola frase che si trovò a scrivere in una di queste lettere fu ‘camere separate’. E spiegò a Thomas che avrebbe voluto, con lui, un rapporto di contiguità, di appartenenza ma non di possesso. Che preferiva restare solo, ma nello stesso tempo, pensava a lui come all’amante prediletto, al favorito di un fidanzamento perenne. Che non dovevano temere della loro solitudine, anzi viverla come il frutto più completo del loro amore perché, in fondo, pur nella separatezza, loro si appartenevano e continuavano ad amarsi. Che ogni anno avrebbero trascorso la primavera e l’estate insieme, viaggiando, e che ognuno, durante l’inverno, avrebbe lavorato ai propri progetti. Che era una scelta difficile, soprattutto diversa, ma che in cuor suo, Leo non si sentiva di fare altrimenti. Che, infine, a ‘camere separate’ lui sarebbe stato fedele fino alla morte.

La frase di un brano del cantautore Vasco Brondi, non molti anni fa mi portò alla conoscenza di un grande libro e di un grandissimo scrittore emiliano che da allora mi è stato sempre accanto quasi spiritualmente. Ma come è possibile spiegare a pieno l’essenza di un romanzo come Camere Separate, che contiene l’esperienza emotivamente totalizzante di una vita, della vita di Leo accanto a Thomas?

Ogni elemento, ogni descrizione di sentimenti, di azioni e di stati d’animo sono fondamentali per comprendere l’origine di un amore così totale nato dalla penna di Pier Vittorio Tondelli. Molti di coloro che criticarono il libro positivamente videro al suo interno persino Petrarca e la sublimazione dell’amore per Laura attraverso l’incontro di Eros e Thanatos. E questo è uno dei tanti significati di Camere Separate: la sublimazione di un grande amore attraverso l’incrocio di Eros e Thanatos e poi ancora la lode a Thomas attraverso l’arte della solitudine. Perchè proprio secondo Tondelli, la solitudine è davvero un’arte e non soltanto una forma di protezione dalla sofferenza.

Una grande storia d’amore è circondata dalla vita e dalla morte e allo stesso modo accade a Leo e a Thomas, due giovani che vivono la loro storia viaggiando insieme e scoprendo tanto l’uno dall’altro. Poi segue il punto di rottura, i litigi, la voglia di fuggire per poi ritrovarsi meglio di prima più innamorati e più desiderosi di stare insieme.

Tuttavia, la morte, che è un evento naturale così come la nascita, sopraggiunge e Leo impara a cogliere i frutti della propria sofferenza dedicandosi a se stesso, alla propria interiorità, alle proprie origini paesane e al rapporto con i genitori. Solo attraverso la morte di Thomas, Leo riesce a cogliere le mille sfaccettature che compongono il suo essere e il proprio dolore, quello stesso dolore che riesce a vedere nella Passione di Cristo celebrata nel suo paese d’origine, nella Bassa Padania e successivamente in un flashback a Barcellona, durante la Pasqua, insieme alla mattanza dei tori. Sovrapponendo le due feste religiose, il dolore del lutto si eleva in modo trascendentale nella presenza e al contempo nell’assenza, si concretizza nel sangue e nella carnalità, nella riverenza e nella devozione.

Guarda la statua di Cristo e si sente invaso da una pietà straziante perché ricorda Barcellona e il corpo di Thomas e ha la certezza che in quel giorno lontano lui stava già assistendo al funerale del suo compagno. Il ricordo è violento, reso ancora più straziante dalla marcia funebre della banda. E qui non ci sono fiori e non c’è festa. Ma solamente la crudezza di una tradizione contadina eseguita senza sfarzo.

La consapevolezza della propria interiorità

Thomas tenta di aggrapparsi alla vita con tutte le forze, ma invano e ciò conduce Leo verso il sentiero tortuoso del lutto feroce attraversando il rifiuto del proprio corpo e della propria anima, la sofferenza lancinante e ininterrotta, la ricerca di un piacere fulmineo e violento, lo straniamento dalle cose della vita per proteggersi, per giungere finalmente alla consapevolezza della propria interiorità, abbracciandola totalmente. L’amore e l’abbandono a causa di esso rappresentano per Leo un vero e proprio viaggio alla scoperta di sé, delle proprie possibilità, delle proprie passioni e dei propri sentimenti. Attraverso i versi di Rilke dalle Elegie Duinesi, Leo si domanda se sia possibile tornare a vivere superando il dolore dell’assenza o cercando di possederne un ricordo con un malinconico sorriso:

Infine, non han più bisogno di noi quelli che presto
la morte rapì,
ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,
come dal seno materno. Ma noi, che abbiamo bisogno
di sì grandi misteri, – quante volte da lutto
sboccia un progresso beato – : potremmo mai essere,
noi, senza i morti?

Forse un nuovo inizio

Leo non fa altro che chiedersi se potremmo mai essere noi, senza i morti e giunge alla conclusione che no, senza i morti non sarebbe possibile essere noi perchè quelli hanno contribuito ad arricchire la nostra esistenza, la nostra essenza, la nostra anima, il nostro cuore. I morti, le persone care, sono coloro che ci hanno amato e a cui noi abbiamo donato perdutamente amore senza desiderare nulla in cambio se non soltanto amore incondizionato.

L’amore di Thomas era incondizionato, profondamente attaccato a quella vita che desiderava tenere per sé e per Leo, ma la morte gli ha strappato la vita perchè tutto fa parte di un ciclo. E quasi per un momento, appare lo spiraglio di una speranza, la boccata d’ossigeno che è necessaria per sopravvivere e per vivere. Ad un tratto, la vita appare meno amara perchè ogni cosa fa parte di quel ciclo in cui si guarisce e come ogni ciclo vi è un nuovo inizio. Un giorno, casualmente, proprio quando meno si pensa a rimettere in gioco il cuore, quello stesso cuore inaridito e pieno di volontà di svanimento, si sente il desiderio che è rinato riflettendosi in un paio di occhi blu dalle sopracciglia foltissime e chiare, in una chioma piegata all’indietro da colpi di spazzola, in un paio di pantaloni di fustagno chiari e una giacca floscia di velluto grigio.

La scrittura di Pier Vittorio Tondelli, in questo romanzo, scava disperatamente e al contempo con una delicatezza struggente entro la dimensione sentimentale di Leo, ma anche entro la sua dimensione esistenziale. Non ci sono preziosismi, ma soltanto un lungo flusso di coscienza nell’intimità di un amore assoluto.

Bisogna affrontare la lettura di tale romanzo allo stesso modo in cui si affronta la vita, attraversando le sferzate di dolore e gli impeti di gioia, e poi speranze e nuovi inizi. La vita di Leo diventa anche quella del lettore, gli appartiene, rimanendo impressa per sempre. E così il suo amore per Thomas e un lutto così privato si apre ad una dimensione pubblica, in condivisione, con il lettore.