Rapito: il cinema impegnato di Marco Bellocchio

Dopo Esterno Notte, film che racconta la prigionia e l’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse dai diversi punti di vista dei personaggi che creano un solo filo conduttore – attraverso l’uso di una fotografia dai toni cupi, che trasmette un senso di oppressione e l’uso di colonne sonore incalzanti – Marco Bellocchio, regista molto apprezzato per le pellicole d’impegno civile, decide di parlare di Edgardo Mortara e in particolare della famiglia Mortara vissuta nell’Ottocento e coinvolta in un rapimento che in Europa e in Nord America destò lo sgomento di tutte le personalità influenti.

Presentato prima al Festival di Cannes e poi in tutte le sale, Rapito è tratto liberamente dal libro del 1996 dello scrittore Daniele Scalise, Il caso Mortara. La vera storia del bambino ebreo rapito dal papa. La vicenda del rapimento del piccolo Edgardo Mortara si svolge a Bologna, appartenente allo Stato Pontificio nella metà dell’Ottocento e coinvolge famiglia Mortara che professa la religione ebraica. Il bambino, quando era ancora in fasce, venne battezzato in segreto da una delle balie di religione cattolica, Anna Morisi e quello fu il motivo che scatenò le pretese della Chiesa e in particolare di Papa Pio IX nei confronti di Edgardo.

Strappato via dalle braccia dei genitori dai gendarmi pontifici, il piccolo venne condotto a Roma e allevato in un collegio nella fede cattolica. Inutili gli appelli al Papa e alla comunità ebraica di Roma da parte dei genitori di Edgardo, che persero la patria potestà sul loro figlio. Edgardo, intanto, mostra prima riluttanza nei confronti di quelle ritualità così diverse dalla preghiera che recitava a sera insieme alla madre e i fratelli: lo Shemà Israel ; successivamente l’indottrinamento da parte della Chiesa farà sì che il cattolicesimo diventi la sua fede, dimenticando quella originaria.

Nella pellicola, il regista mostra chiaramente quanto la comunità ebraica fosse subordinata al potere papale e quanto si sentisse schiacciata non soltanto dal punto di vista religioso. Inoltre, è importante il dettaglio del ciondolo simbolo dell’ebraismo appartenente sia a Edgardo sia ad altri bambini. Da qui emerge la realtà delle cose vista anche dall’occhio del piccolo Edgardo, che ha ormai perso la propria identità di bambino ebreo: i bambini venivano prelevati e costretti a professare un’altra religione in quel collegio, sostenuto non dalle sovvenzioni del Papa, ma dalle sovvenzioni della comunità ebraica continuamente vessata.

Il giovane Edgardo, interpretato da Leonardo Maltese (protagonista d’esordio ne Il signore delle formiche di Gianni Amelio), risulta totalmente fedele ad una confessione diversa e a quello stesso Papa che ordinò il suo rapimento, ormai irrimediabilmente. Nel film traspaiono degli emblematici elementi di drammaticità presenti nelle figure e nelle espressioni dei genitori di Edgardo, interpretati da Fausto Russo Alesi e da Barbara Ronchi, e degli elementi di satira che convergono nelle azioni del Papa affiancato dal cardinal Giacomo Antonelli – interpretati rispettivamente da Paolo Pierobon e Filippo Timi – come la scena dell’incubo sulla circoncisione da parte della comunità ebraica, che lo travolge dopo aver letto le notizie negative sulla sua condotta.

La pellicola, da una parte, si lascia alle spalle un’atmosfera prevalentemente oscura per indagare sulla psiche dei personaggi e in particolare sulla natura del rapporto tra Papa Pio IX e un Edgardo ormai fedele tra i fedeli della Chiesa, un rapporto di odio-amore quasi di riflesso, quasi come se una parte di sé subodorasse la menzogna dietro alla sua storia, ma quel “quasi” rimane tale perchè ogni cosa è ormai vittima del cambiamento. E il cambiamento riguarda principalmente la storia, perchè la Breccia di Porta Pia segna la fine dello Stato Pontificio.

Ma la fine del suo dominio non sortisce un effetto positivo per il futuro di Edgardo, che inizialmente mostra segni di squilibrio nei confronti del proprio traviamento causato dal Papa che considera un padre, per poi continuare ad essere quello per cui era stato formato: un sacerdote che vuole convertire al cristianesimo.

Al processo intentato contro il sacerdote e giudice inquisitore Pier Gaetano Feletti, interpretato da Fabrizio Gifuni, non trionfa la giustizia nei confronti della famiglia Mortara, costretta a subire ulteriormente e ancora per anni. Ogni azione terrena risulta vana e ogni atto di ribellione placato dall’egida del potere del Papa, che persino dopo la morte sottrae ancora Edgardo alla famiglia e in particolare alla madre morente. Ancora una volta il cinema di Marco Bellocchio non delude e riesce a coinvolgere lo spettatore portando sulla scena un fatto storicamente avvenuto, un caso di ingiustizia nel bel mezzo del potere politico-religioso e una tragedia di estrema attualità, che pone diverse riflessioni soprattutto oggi. In questo film ci si trova davanti al fallimento dell’umanità e della giustizia terrena, davanti alla disumanità della religione cattolica che preferisce colpevolizzare e indottrinare, mancando di tolleranza nei confronti di altre fedi (che non sono affatto eresie).

L’occhio critico di Bellocchio espone abilmente allo spettatore, attraverso un montaggio alternato, le differenze di rito tra le due religioni comunicando un chiaro messaggio: una è la religione che si impone dall’alto della sua forza, sottomettendo e l’altra è la religione del sentire personale e in questo caso del sentire familiare che viene schiacciato dal dominatore, Papa Pio IX, ma non riesce ad essere annientato nemmeno dallo stesso Edgardo. La storia del nostro paese è costellata da moltissimi casi di ingiustizia, di soprusi, di vendette, di stragi e di omicidi trattati già da grandi registi come Elio Petri, Damiano Damiani e Francesco Rosi e mai come ora è necessario che il cinema, sia uno strumento di denuncia affinché simili errori non siano ripetuti dall’uomo e Marco Bellocchio ottempera magnificamente a questa necessità perchè come afferma Voltaire :

Ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto.