Racconti felici, o quasi di Norman Erikson Pasaribu
Pubblicato nel 2025 da Atmosphere Libri nella collana Asiasphere, diretta da Gianluca Coci, Racconti felici, o quasi di Norman Erikson Pasaribu, tradotto da Antonia Soriente, è l’edizione italiana di Cerita-cerita Bahagia, Hampir Seluruhnya, uscita nel 2021 per Tilted Axis Press (UK). Tredici racconti – ognuno un piccolo universo surreale e malinconico – attraversano la solitudine contemporanea con una voce che mescola ironia e disperazione. Pasaribu, tra le voci più originali della narrativa indonesiana contemporanea, usa la scrittura come lente deformante per esplorare la fede, l’amore, la perdita e la stessa natura della narrazione. Il risultato è un libro più concettuale che emozionale: una sfida al lettore, non un rifugio.

Un autore “quasi felice”
Norman Erikson Pasaribu, nato a Jakarta nel 1990, appartiene all’etnia Toba Batak, di tradizione cristiana, elemento che permea profondamente la sua scrittura. Poeta, narratore e traduttore, ha vinto nel 2017 il Sastrawan Muda Award (Young Author Award del Majlis Sastera Asia Tenggara) ed è stato finalista all’International Booker Prize 2022 con l’edizione inglese di Racconti felici, o quasi. Nei suoi testi, religione e ironia convivono senza mai conciliarsi del tutto; l’autore mette in scena l’identità queer e la spiritualità in conflitto, l’amore e la solitudine, il bisogno di credere e la paura di essere dimenticati. La sua è una scrittura che non teme il paradosso: poetica, disarmante, a volte volutamente caotica.
Il sangue blu (ma non nobile)
Già dal secondo racconto, La sua storia, capiamo che non c’è scampo. Una donna si punge con la spilla del cartellino e dal suo dito esce qualcosa di blu scuro. Non è sangue, e non è nemmeno simbolo: è il punto in cui la realtà collassa. L’idea che la protagonista possa essere un personaggio, un’invenzione nata nella mente di uno scrittore distratto, guida l’intera raccolta. Forse chi mi ha creata era solo un principiante, pensa lei, mentre intorno le parole si sbriciolano. È una riflessione metanarrativa, ma anche una dichiarazione di impotenza: la vita non è che un racconto scritto male.
“Prese il cartellino col suo nome, lo staccò dal petto e si punse il dito con la spilla che lo fissava al vestito. Qualcosa di blu scuro usci lentamente. Annusò l’odore di quel liquido e lo assaggiò. Era qualcosa che non conosceva. Sapeva cosa fosse il sangue. Capiva di cosa si trattasse, ma quello non era sangue; primo perché non era rosso, e secondo, perché era un po’ metallico ma non metallico come il sangue.”
Dio, l’alcol e le pagine bianche
I personaggi di Pasaribu cercano un autore, un senso, o almeno una sobrietà narrativa. Sperava che la sua storia fosse stata scritta senza l’influsso dell’alcol, leggiamo: un pensiero che suona come una supplica ma anche come una presa in giro. Le pagine si svuotano, i mondi si dissolvono, l’amore e la fede si mescolano in un linguaggio tagliente e spesso caotico. A tratti sembra che l’autore goda nel sabotare la propria trama: costruisce una tensione emotiva e la interrompe un attimo prima della catarsi. È un libro che non consola, non salva e non pretende di farlo.
“A che serve creare qualcosa se non sei in grado di finire quello di cui il tuo processo creativo ha bisogno?” Sperava almeno che lo scrittore ricordasse ancora che tutti hanno bisogno d’amore, lei compresa. Sperava che qualcuno avesse scritto per lei. E sperava che la sua storia non fosse solo un racconto triste immaginato per attirare lettori disperati.”
Il Niente come casa
A un certo punto, la protagonista si trova davanti a un muro invisibile e scoppia a ridere: Questo è il Niente. È un’immagine chiave per leggere tutto Racconti felici, o quasi: personaggi che camminano in un bianco senza confini, madri che parlano con i morti, poeti che cercano di sopravvivere al cuore spezzato scrivendo manuali.
Il Niente di Pasaribu non è solo assenza, ma uno spazio mentale, un luogo dove ogni certezza si scioglie. Non ci sono verità o morale, solo una sottile ironia che tiene insieme fede e disincanto, tragedia e umorismo. È il vuoto in cui l’autore lascia respirare i suoi personaggi e, forse, anche i suoi lettori.
“Davanti a lei c’era un mondo completamente bianco. Provò ad avanzare, ma urtò contro un muro invisibile. “Un muro?” Scoppiò a ridere. Non era un muro, pensò poi, “Questo è il Niente”.”
Quasi felici (ma lucidi)
La scrittura di Pasaribu è spigolosa, ibrida, a volte volutamente stonata. Alterna la prosa lirica al sarcasmo, la spiritualità al quotidiano, la leggerezza dei meme alla pesantezza del dolore. La traduzione di Antonia Soriente restituisce bene questa voce dissonante, pur mantenendo la complessità del testo originale. Racconti felici, o quasi è un libro più intelligente che empatico, più cerebrale che commovente. Ma ha il merito raro di non voler piacere a tutti: costringe chi legge a guardare nell’abisso e a riconoscersi, almeno per un istante, in quei personaggi “quasi felici” che provano a esistere dentro una pagina bianca. Non è un libro che amerete facilmente, ma forse è proprio questo il suo modo di dirci la verità.