Quo Vadis? Un’incredibile storia d’amore nella Roma di Nerone

Henryk Sienkiewicz (5 maggio 1846-15 novembre 1916), scrittore e giornalista polacco, è ad oggi ricordato come uno dei più brillanti autori vissuti a cavallo fra il XIX e il XX secolo. La sua produzione è stata particolarmente prolifica, ma fu il celeberrimo Quo Vadis? a portare il suo nome alla fama internazionale, valendogli il premio Nobel per la letteratura nel 1905.

Il dramma della Roma di Nerone

Il romanzo, come molti a lui contemporanei, compare a puntate fra il 1894 e il 1896.

Nel dramma della Roma imperiale, massacrata dalla tirannide di Nerone, Sienkiewicz racconta la tormentata storia d’amore fra Licia, figlia cristiana di un re svevo condotta a Roma come ostaggio, e Marco Vinicio, patrizio romano. La passione che li lega, però, non può non risentire delle grandi differenze ideologiche che li animano. Vinicio è la perfetta incarnazione del paganesimo, che vive in quei giorni il suo massimo splendore, mentre Licia è inevitabilmente legata al mondo sotterraneo dei Cristiani. Da un lato, lo sfarzo e la decadenza dei pagani, dall’altro la frugalità e l’amore delle prime comunità cristiane.

La loro storia, dunque, affonda il suo accadere negli avvenimenti della Roma neroniana, che condurranno al tristemente famoso grande incendio del 64 e, di conseguenza, alla successiva persecuzione religiosa contro i Cristiani, ingiustamente accusati dei fatti.

Ed è proprio dall’universo del Cristianesimo che Sienkiewicz prende il titolo del romanzo: egli fa riferimento al celebre episodio, appartenente alla tradizione popolare e non ai Vangeli, nel quale Gesù appare a San Pietro e questi, devastato dagli ultimi avvenimenti, gli rivolge la domanda: Quo vadis, Domine? (Dove vai, Signore?). Egli aveva visto Cristo dirigersi verso Roma, pronto ad essere crocifisso una seconda volta e l’Apostolo, preso dalla vergogna, ritornò a Roma per il suo martirio.

Come qui accennato, oltre alle figure di Pietro e Paolo, accanto ai fittizi personaggi di Vinicio e Licia, si muovono anche molti dei nomi più celebri della Roma antica, fra cui l’autore del Satyricon, Petronio Arbitro, zio del protagonista, e l’Imperatore romano Nerone, caratterizzato a pieno nella sua follia.

Il romanzo ripercorre la storia di tutte queste figure, concludendosi con un epilogo che la storia ci ha reso ben noto: il suicido di Nerone.

Il contesto storico: ritratto di un’epoca

La penna di Sienkiewicz può vantare non solo un’abilità narrativa fuori dal comune, ma anche una ricostruzione storica magistrale. L’autore non si limita solo a raccontare, egli conduce il lettore nei dettagli più vari della vita durante la Roma neroniana, restituendone tutte le sfaccettature e contraddizioni.

Quo vadis?

Lo stile fortemente immaginifico consente di immergersi in quel tripudio di sapori, colori e odori che ha caratterizzato la capitale in quegli anni. Nelle precise descrizioni delle catacombe in cui i Cristiani erano costretti a professare il loro culto, è impossibile non sentire l’oppressione iniziale in cui si trova Vinicio: il buio e la sensazione di claustrofobia investono il lettore in tutta la loro potenza.

E’ interessante osservare il contrasto che il lettore avverte fra i luoghi di culto e lo spirito del Cristianesimo: per stessa ammissione del romano, lo spirito comunitario che alberga in quelle piccole comunità Cristiane si scontra violentemente con le anguste catacombe. Al contrario del Paganesimo, che vive in quell’epoca uno sfarzo senza precedenti ma anche una terrificante degradazione morale, la religione dei seguaci di Cristo si fa portatrice di un nuovo sistema valoriale che potrebbe potenzialmente rivoluzionare la concezione esistenziale dei Romani.

A questo proposito, sarà proprio Vinicio ad incarnare questo paradigma: se all’inizio egli si converte solo ed esclusivamente per amore, il romano troverà con il tempo in quel mondo sotterraneo e segreto molte delle risposte che ha sempre anelato.

Petronio Arbitro

Per quanto concerne le figure storiche, accanto ai fittizi protagonisti si muovono molti nomi noti alla storia: lo zio di Vinicio, Petronio Arbitro, è chiaramente ispirato alla figura storica tramandata da Tacito negli Annales. Proprio come questi, egli è caratterizzato da un’ironia pungente e schietta, come quella di cui ha dato prova nel Satyricon, che sembra essere in lavorazione durante tutto il romanzo.

Egli è in tutto e per tutto un esteta: non comprenderà mai la scelta di Vinicio di convertirsi al Cristianesimo, religione che lui considera inconciliabile con il suo modus vivendi, ma lo appoggerà in tutto e per tutto, cercando di aiutare lui e Licia alle persecuzioni contro i Cristiani.

Petronio ha anche un peculiare rapporto con Nerone: nonostante egli spesso lo provochi soprannominandolo Scimmia, l’Imperatore sembra nutrire una sconfinata ammirazione per il personaggio di Petronio Arbitro, sia per il suo talento narrativo, sia per la sua popolarità fra i cittadini romani.

La sua morte, ricalcata dall’opera di Tacito, ritrae l’esteta nel suo momento più topico: muore suicida circondato dal bello, dopo aver declamato un’ultima orazione di sfida a Nerone.

Ma assassinare per anni interi le orecchie della gente con le tue poesie, vedere il tuo ventre di Domizio su cotesti steli di gambe, udire la tua musica, la tua declamazione, i tuoi versacci canini, miserabile poetastro da suburbio, è cosa che oltrepassa le mie forze e ha destato in me il desiderio di morire. Roma si tappa le orecchie quando t’ode, il mondo ti schernisce.

Nerone

Per quanto riguarda il celeberrimo imperatore, Sienkiewicz ne fa uno dei ritratti più complessi e articolati mai scritti. Nerone vive ancora attraverso le parole dello scrittore polacco, che ci restituisce la sua composita personalità e incipiente follia. Quest’ultima è resa attraverso un climax ascendente: più si prosegue nella narrazione, più si vede emergere la sua tendenza sanguinaria, che si realizzerà nella terrificante persecuzione anti-cristiana.

Le vivide descrizioni delle torture a cui erano sottoposti i Cristiani nel circo massimo non sono in alcun modo edulcorate dalla penna di Sienkiewicz, anzi, egli restituisce in tutta la loro brutalità gli eventi di quei giorni, imprimendoli bene nella mente dei lettori.

Il tratto fondamentale della personalità di Nerone non è, sicuramente, l’interesse per la politica, bensì per la lirica e la musica: per questo, egli ammira così tanto l’esteta Petronio. Ed è proprio in virtù di questo suo amore, che quest’ultimo lo provocherà dove più fa male: la sua incapacità artistica. Come è stato riportato nella precedente citazione, l’unico modo per colpire l’Imperatore era insistere dove fa più male: la lirica. Il suo ego, infatti, lo porta a credere di essere un’artista incompreso e dio della poesia, financo migliore di Omero.

Il ritratto di Nerone, nella sua viziosità e goffagine, incarna in sé quella dolorosa decadenza morale, propria del paganesimo, che ormai regna nella capitale. Descritto come «dal ventre largo e dalle gambe magre», con una faccia da bambino troppo cresciuto, viene soprannominato dal popolo Barbadirame. È odiato da questi, ma riesce sempre a cavarsela elargendo grandi doni.

Perderà completamente la testa con l’incendio di Roma, obiettivo del quale era ricostruire la città con un nuovo splendore degno dei grandi imperi orientali, e incolperà i Cristiani dell’evento, dando così il via ad una delle più sanguinose persecuzioni della storia.

Quo vadis?

Quo vadis? di Sienkiewicz è di difficile analisi. Si tratta di un romanzo ricco di spunti di riflessione, un testo che è impossibile chiudere una volta iniziato. La complessità di un’epoca come quella neroniana è restituita in tutta la sua interezza, rendendo così Quo Vadis? un capolavoro del romanzo storico.