Quello che mi ha detto il diavolo: un’infanzia perduta
di Aurora Giuggioli @lafelicitavienleggendo
Quello che mi ha detto il diavolo, pubblicato da Effequ, è il romanzo d’esordio di Alessandra Leva, una giovanissima autrice che fin da subito mostra uno stile di scrittura estremamente semplice e senza troppi fronzoli che cattura nell’immediato l’attenzione e mantiene alto l’interesse per tutta la durata della narrazione. Un romanzo che riporta alla mente ricordi d’infanzia, tra vecchi cartoni, giochi come il lupo mangiafrutta, vhs e pomeriggi passati nella più completa tranquillità tra bambini, tramortiti però improvvisamente da un evento grave con un effetto nefasto. In meno di 200 pagine le emozioni e le sensazioni trasmesse sono varie e inaspettate, regalando un’esperienza di lettura immersiva e soprattutto riflessiva.

Trama
Alberto e Rachele sono fratello e sorella, vivono con la nonna e passano i loro pomeriggi in compagnia di altri sei ragazzini che vivono nella stessa zona. Creano un bel gruppetto, un tripudio di bambini, che tra litigi, giochi e merende passa sempre il tempo insieme. La loro routine e serenità però viene brutalmente interrotta e sconvolta dal ritrovamento dei cadaveri di due ragazzi nel bosco, proprio a due passi da dove il gruppetto è solito passare il tempo. Tra chiacchiere, superstizioni e sentito dire, i bambini iniziano a credere di essere maledetti e perseguitati dal diavolo, devono quindi a ogni costo liberarsi da questa piaga e per farlo sono pronti a tutto. È Alberto stesso, a distanza di anni e ormai adulto, a raccontare gli avvenimenti di quella tremenda estate, con un senso di rimorso palpabile e travolgente.
Da bambini però non si ha paura delle persone, ma dei diavoli.
La perdita dell’innocenza
Si sa, il male aleggia indisturbato in ogni luogo, è sempre stato così e sempre lo sarà, ma quando intacca la vita dei bambini ha un retrogusto più amaro, risulta essere più preoccupante ed è complicato spiegar loro la realtà dei fatti non volendo distruggere la loro integrità e innocenza. In Quello che mi ha detto il diavolo di conseguenza quello che accade è che l’immaginazione dei bambini, alimentata da ciò che sentono dire dai più grandi sporadicamente, fa il proprio corso, percorrendo un lento quanto inesorabile cammino verso la perdita dell’innocenza infantile.
Il diavolo ci tenta e noi ci caschiamo e ci condanniamo da soli.
Il gruppo di bambini si convince, dopo determinati avvenimenti e coincidenze, di essere maledetto e perseguitato dal diavolo. Questa realtà crea scompiglio e sconforto, fin quando Luca a suo modo non prende il comando della situazione, diventando con estrema naturalezza il loro leader, esercitando sui suoi amici un controllo totalitario e quasi dittatoriale. Tutti sembrano pendere dalle sue labbra e, anche quando non d’accordo con le sue decisioni, difficilmente qualcuno si ribella o lo contraddice, per paura. Così lentamente i bambini sono spinti a svolgere determinati compiti che a dire di Luca li libereranno dalla maledizione, sprofondando sempre di più in un abisso fatto di cattiverie, perdendo sensibilità e quel minimo di senso di moralità che possono possedere in così giovane età.
Tra sette e tentazioni
Inconsapevolmente quello che per alcuni dei bambini è solo un passatempo estivo, un modo come un altro per passare il tempo, diventa come una sorta di piccolo culto, una piccola setta. Luca difatti ostenta la sua capacità di poter in qualche modo parlare col diavolo, mandante effettivo dei loro compiti, pur affermando che tutti loro potrebbero parlare con lui se volessero. E così anche un piccolo rumore dovuto al vento nel bosco può scatenare nella mente dei bambini qualsiasi immagine, come quella di un diavolo nascosto a spiarli, o dei demoni pronti a portarli via con loro.
Vittime della paura, della loro ingenuità ma anche della troppa curiosità, spingeranno se stessi al limite, cadendo anche loro nella trappola della tentazione, creando come un inquietante loop. Quello che inizia con la scoperta di due corpi nel bosco e un gruppo di innocenti bambini, termina in un incubo e un trauma per tutti.
La radice del male
Alessandra Leva con questo romanzo mostra l’aberrante verità celata dietro la quotidianità dei bambini, dietro una mentalità che viene modellata e modificata in base alle situazioni familiari di ognuno, alimentata dalla fervida immaginazione di ognuno. Mostra come i bambini abbiano la capacità di risolvere i problemi a loro modo, senza però avere la capacità di tenere conto delle conseguenze dei fatti. Evidenzia anche quanto il gruppo possa diventare un singolo, facendo sì che il pensiero di uno diventi il pensiero di tutti, il volere di uno quello di tutti e, soprattutto, l’azione di uno diventi quella di tutti, spingendo il “macello” di bambini in un gioco sempre più pericoloso e inquietante. Questo a prova del fatto che anche nel cuore dei più innocui e inoffensivi degli esseri può celarsi un lato più oscuro.
Autrice
Alessandra Leva è nata nel 2002 in provincia di Varese ed è cresciuta a Ispra, sul Lago Maggiore. Dopo la maturità ha frequentato il corso Academy della Scuola Holden e proseguito con il ciclo magistrale di Culture Moderne Comparate all’Università degli Studi di Torino, e un Master in Editoria alla IULM di Milano.
