Perdita e rinascita: Quel che affidiamo al vento di Laura Imai Messina

Quel che affidiamo al vento è il quarto libro di Laura Imai Messina, autrice italiana contemporanea impiantata stabilmente in Giappone da quando aveva ventitrè anni. Tra i suoi titoli più amati ci sono: Tokyo orizzontale, Le vite nascoste dei colori e L’isola dei battiti del cuore. Ma è con questo testo che diventa un caso editoriale, riuscendo a venderlo in oltre venti Paesi.

Non è facile parlare di questo libro. La sua prosa è delicatamente disarmante, pur parlando di una tematica struggente e pesante come il lutto, l’autrice dà spazio a parole d’amore, di speranza, di resilienza e di fiducia, così da far diventare questo libro un lungo percorso per ritrovarsi e rinascere.

Autore: Laura Imai Messina

Data di uscita: 2020

Casa editrice: PIEMME

Numero di pagine: 237

Trama

In Giappone, nella prefettura di Iwate, esiste un giardino (Bell Gardia) in cui è installata una cabina telefonica con una cornetta scollegata. Si dice che quel telefono porti le voci nel vento. Ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno si recano al giardino per alzare quella cornetta e mettersi in contatto con l’aldilà per recuperare le comunicazioni interrotte con i propri cari. Il luogo esiste realmente e vuole essere uno spazio di conforto nel quale ricomporre i pezzi, affidando le parole al vento.

“e insomma” aveva esordito la voce che aspirava a stretti intervalli una sigaretta “c’è questa cabina telefonica in mezzo a un giardino, su una collina isolata dal resto. Il telefono non è collegato ma le voci le porta via il vento.”

La protagonista del romanzo si chiama Yui, una ragazza sopravvissuta allo tsunami dell’11 marzo 2011, in cui hanno perso la vita sua figlia e sua madre, insieme ad altre 20.000 persone. È da quel giorno di marzo che Yui si ritrova spezzata in due e senza nessun motivo per cui vivere.

Un giorno Yui viene a conoscenza dell’esistenza di Bell Gardia e della sua cabina così, in cerca di pace per il suo cuore, decide di andarci. Lì incontra Takeshi, un medico vedovo di Tokyo, papà di una bambina di 4 anni diventata muta da quando la mamma è venuta a mancare. Da questo incontro cominceranno una serie di viaggi annuali per recarsi in quel giardino, per cercare di ricucire le proprie ferite e re-imparare ad avere fiducia. Qui entrambi conosceranno tante persone che come loro si recono in quel giardino per affrontare il dolore.

Con queste nuove consapevolezze, impareranno che esistono diversi modi per affrontare una perdita, tutti molto soggettivi e personali. Yui, ad esempio, osserverà molta gente alzare quella cornetta per stare meglio, ma lei non entrerà mai nella cabina telefonica, preferirà solo passeggiare in quel meraviglioso giardino accarezzando le piante.

Col passare del tempo, il momento dei loro incontri inizia ad apparire ad entrambi non più come il raccogliersi di due sconosciuti in un punto del mondo per poi raggiungerne un altro, bensì come un ritorno. E’ lui che torna da lei. E’ lei che torna da lui.

Bell Gardia riuscirà ad avviare il processo di rielaborazione del lutto in Yui e Takeshi avvicinandoli sempre di più e donandogli una nuova vita, senza mai dimenticare il passato.

Della propria friabilità, Yui non amava parlare. L’aveva però alla fine accettata e quello era stato il modo per ricominciare a prendersi cura di sé.

Le fasi del lutto

Nel 1969, la psichiatra Elizabeth Kubler Ross ha formulato una teoria sulle fasi di elaborazione del lutto, cioè un percorso ben preciso che ogni persona si trova ad affrontare dopo una perdita. Ovviamente gli stadi, le reazioni, le modalità e i tempi di elaborazione variano da caso a caso. Infatti, non è prevedibile a priori la durata del processo perché dipende dall’unicità di ogni individuo; i fattori che rendono variabile il tempo per l’elaborazione del lutto sono: la volontà e la resilienza della persona.

Elaborare il lutto significa ri-elaborare la perdita di una persona cara. È un processo doloroso che alterna momento di tristezza e sensi di vuoti a momenti di forte rabbia e sensi di colpa. L’elaborazione è essenziale per poter riprendere a vivere con serenità ed evitare di fissarsi nel momento di lutto, evitando un trauma.

In psicologia, si parla di lutto non solo per la morte effettiva di una persona ma anche per le conseguenze di una separazione o di un abbandono. Per esempio, la fine di una relazione può essere vissuta come un lutto vero e proprio. In tutti questi casi, l’elaborazione del tutto prevede 5 fasi:

  • Fase del rifiuto e della negazione

In questa fase predomina lo shock della perdita. Si possono osservare assenze di reazione o negazione dell’accaduto. La persona è consapevole di ciò che è successo ma non vuole accettarlo. Fase narrata egregiamente nel libro Respira di Joyce Carol Oates.

  • Fase della rabbia

Una volta che si comincia a capire ciò che è successo si prova molta rabbia e si cerca inconsciamente un capro espiatorio a cui addossare tutta la colpa. Spesso ci si addossa tutte le responsabilità. È frequente il pensiero “Cosa ho fatto per meritarmi questo dolore?”.

  • Fase di contrattazione

Per sopravvivere al forte dolore causato dalla perdita, la mente comincia a patteggiare e investire nelle proprie emozioni. In questa fase si comincia a far largo la voglia di fare ordine nella vita e riprendere il controllo delle proprie giornate. Questo è il periodo degli “alti e bassi”, perché il lutto non è ancora stato elaborato del tutto.

  • Fase della depressione

Questa alternanza fra alti e bassi provoca stati di profonda tristezza, che però risultano positivi per l’elaborazione della perdita. Infatti, in questa fase ci si comincia a rendere conto di cosa si è perso e, spesso, questo momento scatena qualche dolore psicosomatico: mal di testa, aumento o perdita di peso, insonnia o sonnolenza.

  • Fase dell’accettazione

Col tempo si arriva ad elaborare l’accaduto e accettarlo, per riprendere in mano la propria vita. Certo, questo non significa dimenticare la persona cara o non soffrire più, ma si impara a creare lo spazio giusto per far convivere questo dolore con le nostre giornate, ogni giorno sempre di più.

Conclusione

Il romanzo è un viaggio che parte dal dolore e conduce alla rinascita. È un inno alla speranza. La speranza che la vita ci dia sempre un’altra occasione, una nuova via, per cambiare il senso a tutto. Per ritrovare il collegamento tra il proprio passato e il presente, e fare pace con il proprio cuore.