“Psicopompo”: il viaggio di Nothomb tra vita e morte

«Quando Rilke dice che la scrittura deve essere questione di vita o di morte, io non ci vedo nessuna metafora.»

― Amélie Nothomb, Psicopompo, p. 71

Come ogni anno, Amélie Nothomb ci racconta un pezzo di sé, che sia attraverso i personaggi dei suoi romanzi o scavando nella memoria della sua vita. Figlia di un diplomatico belga, è nata di Giappone e ha trascorso buona parte della sua infanzia e adolescenza in giro per il mondo, cosa che ha sicuramente dato un contributo al suo modo di vedere il mondo e l’esistenza.

Il 20 febbraio è uscito per Voland, casa editrice che ormai pubblica (quasi) tutte le sue opere, Psicopompo, trentaduesimo scritto di Nothomb dal chiaro riferimento classicheggiante. Sebbene nella quarta di copertina si parli di “romanzo”, sarebbe più giusto incasellarlo all’interno dei suoi lavori di autofiction, come Stupore e tremori. Quello che, però, è certo è che Psicopompo è un testo sui generis, un viaggio tra vita e morte in cui a traghettarci è proprio lei, la nostra “psicopompo”, appunto.

Psicopompo

Psicopompo: traghettare anime e scendere in profondità

Chi ha frequentato il liceo classico o è comunque avvezzo alla mitologia, avrà immediatamente colto il riferimento del titolo al personaggio di Hermes, dio messaggero della cultura greca. Questa divinità, infatti, ha anche l’attributo di “psicopompo”, letteralmente che sospinge le anime. Hermes aveva il dono, secondo il mito, di traghettare le anime dal mondo dei vivi a quelle dei morti. In altre culture, questo ruolo è comunque presente e si associa alla figura di un uccello.

Nothomb ci immerge in tutto questo gradualmente, a partire da un racconto, una fiaba nipponica, in cui una donna-gru è il motivo del successo del marito, ma è anche causa del suo stesso deperimento. Una storia triste, ma che farà crescere nella piccola Amélie un amore incondizionato per gli uccelli, per la loro capacità di farcela, la loro tensione verso l’infinito.

«Intuire una pazienza così sublime è come intravedere il principio motore dell’universo. L’unica cosa che può permettere di contare su un simile infinito è il desiderio.»

― Amélie Nothomb, Psicopompo, p. 23

Ripercorriamo, così, la sua infanzia costellata di luoghi diversi, di uccelli variopinti, sempre al fianco della sorella Juliette, con cui ha un legame unico e autentico. Impossibile non pensare a Il libro delle sorelle, probabilmente il romanzo più intimo e delicato scritto dall’autrice. Juliette è per Amélie un punto fermo in una realtà fatta di spostamenti dietro al lavoro del padre, una certezza. Così come lo è la ricerca di quale uccello la rappresenti davvero, quale sia la sua identità.

Ed è lo studio del latino e del greco, che tanto l’appassiona, a farle comprendere quale debba essere il posto giusto per lei, sebbene non abbia idea di come metterlo in pratica. Ma l’esperienza terribile della violenza subita sulla spiaggia di Cox’s Bazar in Bangladesh quando ha solo dodici anni la porterà progressivamente in un baratro. Faticherà a trovare la luce e ciò la getterà in una profondità più tetra degli inferi a cui era abituato Hermes psicopompo.

La scrittura permette di volare

Già in altri suoi scritti, come Biografia della fame, Nothomb ricorda i momenti difficilissimi della sua adolescenza, alle prese con un disturbo alimentare. Qui, però, nonostante ne parli e ci racconti, associa quel periodo alla sua ricerca spasmodica di un modo per tornare viva, di nuovo. Aveva perso l’Amélie di un tempo e aveva bisogno di una nuova Amélie in cui riconoscersi, in cui vedersi. Ed ecco che, di nuovo, compare quel bisogno di autodeterminazione. Lei è Psicopompo e lo scrivere è il suo modo per volare, per essere chi è davvero.

«D’ora in poi scrivere sarebbe stato come volare. Non intendo suggerire che leggermi faccia viaggiare ad alta quota, so solo che quando mi metto a scrivere, volo.»

― Amélie Nothomb, Psicopompo, p. 71

Si entra, così, ancora più profondamente nell’anima di Nothomb, della sua scrittura e dell’importanza che ha avuto per lei. Non mancano i riferimenti al periodo in cui ha lavorato presso la multinazionale in Giappone, già presente in Stupore e tremori. Così come la vicenda editoriale del suo primo romanzo pubblicato, ovvero Igiene dell’assassino.

Ma soprattutto diventa un modo per raccontarsi e raccontare, diventando una vera “psicopompo”, prima scrivendo quello che è considerato il suo testo più controverso, Sete, e poi con quello probabilmente più intimistico prima di questo, ovvero Primo sangue, dedicato al padre, scomparso di recente.

Quando leggerlo?

Spesso con autori prolifici come Amélie Nothomb ci si chiede in che ordine leggere i suoi scritti. Sicuramente andare in ordine cronologico non è mai un errore. Credo, però, che Psicopompo sia un testo sui generis anche in questo senso. (Per un’idea standard del come leggerla, vi rimando a questo articolo.)

Pur essendo l’ultimo suo scritto, potrebbe essere un ottimo approccio alla sua penna perché estremamente autobiografico. Senza contare che tratteggia i primi anni della sua vita, e quindi anche cronologicamente può aiutare. Inoltre, riesce a fornire una chiave di lettura di altri romanzi e testi più noti, ma senza togliere il piacere di scoprirli.

Psicopompo è intimo, emotivo ed emozionante. Chi ama scrivere si sentirà compreso, chi ha vissuto esperienze traumatiche si sentirà accolto. Leggerlo è sentire che dall’oscurità si può emergere, che la scrittura può lenire le ferite.

«Se scrivo è anche perché il gelo non solidifichi dentro di me.»

― Amélie Nothomb, Psicopompo, p. 84