Possessione: una storia d’amore… e di metaletteratura

Un uomo è la storia dei suoi respiri e pensieri, azioni, atomi e ferite, amori, indifferenze e antipatie; nonché della sua razza e nazione, del suolo che ha nutrito lui e i suoi avi, di pietre e sabbia dei suoi luoghi familiari, battaglie spente da tempo e conflitti di coscienza, di sorrisi di fanciulle e lento discorrere di vecchie, degli accidenti e dell’agire graduale della legge inesorabile, di tutto questo e altro ancora, una singola fiamma che obbedisce in tutto alle leggi che regolano il Fuoco stesso, e tuttavia è accesa e smorzata da un istante all’altro, e non può più essere riaccesa per tutti i secoli a venire.
Nel vasto panorama della narrativa britannica contemporanea, Possessione di A. S. Byatt si distingue come un romanzo capace di intrecciare con sorprendente naturalezza erudizione accademica e tensione narrativa, in quanto vero e proprio thriller filologico.
Pubblicato nel 1990 ed edito in Italia da Einaudi, il libro – vincitore del Booker Prize – conduce il lettore in un raffinato gioco di specchi tra passato e presente, dove la ricerca letteraria diventa lentamente un’indagine sulle passioni, sui silenzi e sui desideri che abitano la vita degli scrittori. Tutto prende avvio quando due studiosi contemporanei scoprono alcune lettere inedite che sembrano rivelare un legame segreto tra due poeti vittoriani immaginari; da quel momento, la ricostruzione filologica si trasforma in una vera e propria caccia al tesoro intellettuale, fatta di archivi polverosi, biblioteche silenziose e tracce disseminate tra versi, diari e corrispondenze.
In questo scenario, Byatt costruisce un romanzo che è al tempo stesso una storia d’amore, un omaggio alla tradizione letteraria inglese, un antesignano del dark academia e una riflessione sul rapporto quasi magnetico che può nascere tra chi scrive e chi, secoli dopo, prova a decifrarne le parole. Possessione non è dunque soltanto un racconto su due epoche diverse, ma un viaggio affascinante dentro il potere della letteratura: quella forza capace di attraversare il tempo, riemergere tra le pagine dimenticate e continuare a interrogare, con la stessa intensità, i lettori di oggi.
Un romanzo, un’ode all’amore e alla letteratura
[…] Di tanto in tanto ci sono letture che fanno rizzare e tremare i peli sul collo, il nostro vello inesistente, quando ogni parola brucia e splende aspra e chiara e infinita ed esatta, come pietre di fuoco, come stelle puntiformi nel buio – letture in cui la consapevolezza che conosceremo ciò che è scritto in maniera diversa o migliore o soddisfacente, precorre qualsiasi capacità di dire ciò che sappiamo, o come lo sappiamo. In tali letture, la sensazione che il testo sia interamente nuovo, mai visto prima, è seguita, quasi immediatamente, dalla sensazione che sia sempre stato là, che noi lettori sapevamo che c’era, e abbiamo sempre saputo che era così com’era, benché ora per la prima volta abbiamo riconosciuto, diventandone pienamente consapevoli, la nostra conoscenza.
Ci sono romanzi che raccontano una storia e altri che sembrano interrogare il modo stesso in cui leggiamo le storie. In Possessione sceglie proprio questa soglia come punto di partenza: la lettura come esperienza viva, capace di trasformarsi da esercizio di studio in rivelazione improvvisa. Le parole possono essere analizzate con pazienza filologica, contate e classificate come piccoli indizi grigi dentro una pagina; oppure possono diventare qualcosa di più intimo, quasi personale, quando il lettore cerca tra le righe un riflesso dei propri desideri, delle proprie paure, delle proprie nostalgie.
E poi esistono quei rari momenti in cui la lettura si accende: quando il testo sembra improvvisamente nuovo e insieme familiare, quando ogni parola brucia con una precisione luminosa e si ha la sensazione di riconoscere qualcosa che, in fondo, avevamo sempre saputo. È da questa percezione profonda del potere della parola scritta che prende forma il cuore del romanzo.
Perché in Possessione la letteratura non è soltanto oggetto di studio: è la chiave che apre il passaggio tra due epoche e due storie d’amore. Tutto nasce da una scoperta fortuita, da alcune lettere nascoste che rivelano un legame inatteso tra due poeti vittoriani, Randolph Henry Ash e Christabel LaMotte. Attraverso poesie, diari e corrispondenze, prende forma una relazione intensa e segreta, fatta inizialmente di immaginazione e distanza, di desiderio costruito nella mente prima ancora che nella realtà: proprio come suggerisce l’immagine della donna a lungo sognata, idealizzata, inseguita nei pensieri fino al momento in cui la presenza reale costringe a confrontare fantasia e verità. Ma mentre questa storia riemerge lentamente dalle pagine del passato, un’altra prende forma nel presente.
Due studiosi contemporanei, Roland Michell e Maud Bailey, seguono le tracce di quell’antica relazione con la curiosità di chi cerca una verità letteraria; eppure, quasi senza accorgersene, finiscono per attraversare un percorso simile a quello che stanno ricostruendo. Così il romanzo costruisce un affresco in cui la ricerca accademica si trasforma lentamente in esperienza emotiva e in cui la lettura diventa un modo per entrare in dialogo con vite lontane.
La riscoperta di un mito: Melusina
Nell’impianto narrativo del romanzo, il mito di Melusina assume un ruolo tutt’altro che ornamentale: diventa piuttosto una chiave di lettura profonda per comprendere l’universo poetico e umano del romanzo. Figura leggendaria della tradizione medievale europea – creatura metà donna e metà serpente, destinata a vivere tra rivelazione e segreto – Melusina, la cui figura tanto influenzò Virginia Woolf, incarna il fascino ambiguo di ciò che non può essere completamente posseduto o conosciuto.
Non sorprende, allora, che questo mito attraversi soprattutto la scrittura e l’immaginario di Christabel LaMotte, poetessa vittoriana che costruisce attorno alla figura della donna-serpente una potente metafora dell’identità femminile: indipendente, misteriosa, sottratta allo sguardo e alle pretese del mondo maschile. Melusina diventa così il simbolo di una femminilità che rifiuta di essere interamente spiegata o ridotta a oggetto di studio, proprio come accade alla stessa Christabel, il cui carattere elusivo e intellettualmente autonomo sfugge alle interpretazioni troppo semplici.
Allo stesso tempo, il mito dialoga con uno dei temi centrali del romanzo: il rapporto tra conoscenza e desiderio. Come nella leggenda, anche in Possessione la ricerca della verità – quella dei biografi, degli studiosi, degli amanti – comporta sempre il rischio di infrangere un equilibrio fragile, di scoprire qualcosa che forse doveva restare nascosto. In questo senso Melusina non è soltanto una presenza mitologica evocata nei versi, ma una vera e propria struttura simbolica che attraversa l’opera. Rappresenta, infatti, il mistero della creazione poetica, l’opacità dell’identità e, soprattutto, l’idea che alcune verità, proprio come certe creature delle antiche leggende, possano essere avvicinate soltanto con rispetto, senza la pretesa di possederle del tutto.
Per una denuncia ‘accademica’, ovvero contro l’elitarismo culturale
Accanto alla dimensione romantica e alla ricchezza di riferimenti letterari, Possessione racchiude anche una sottile ma pungente satira del mondo accademico. A. S. Byatt conosce bene quell’ambiente e ne restituisce un ritratto ironico, popolato da studiosi instancabili e talvolta ossessivi, pronti a contendersi manoscritti, lettere e frammenti biografici come fossero reliquie preziose.
In questa galleria di personaggi emerge il lato meno nobile della ricerca letteraria: rivalità tra specialisti, ambizioni personali, interpretazioni forzate pur di rivendicare una scoperta. I poeti vittoriani Randolph Henry Ash e Christabel LaMotte diventano così, nelle mani di certi studiosi, oggetti di appropriazione e di competizione intellettuale, più che voci vive da ascoltare con attenzione.
Attraverso episodi spesso divertenti – biblioteche trasformate in campi di battaglia silenziosi, conferenze attraversate da rivalità sotterranee, studiosi pronti a difendere la propria interpretazione come una proprietà privata – Byatt suggerisce quanto il desiderio di possedere il passato possa talvolta oscurare la genuina meraviglia della lettura. Eppure la satira non è mai crudele: serve piuttosto a ricordare che la letteratura sfugge sempre a chi tenta di imprigionarla in un sistema di note, saggi e teorie. Alla fine, sembra volerci suggerire il romanzo e con esso l’autrice, le opere continuano a vivere al di là delle dispute accademiche, pronte a parlare a chi si avvicina alle loro pagine con curiosità autentica e con quella rara capacità di stupirsi che nessuna metodologia critica potrà mai sostituire.
L’autrice

Antonia Susan Byatt è stata una delle voci più raffinate e colte della narrativa britannica contemporanea. Profondamente legata al mondo accademico – ha insegnato per molti anni letteratura inglese – Byatt ha costruito una produzione letteraria in cui convivono erudizione, english humor, passione per il mito e una straordinaria attenzione per il potere della parola scritta.
Nei suoi romanzi, spesso attraversati da richiami alla tradizione vittoriana e agli studi di critica letteraria che l’hanno formata in quanto intellettuale, la riflessione colta non soffoca mai il piacere del racconto, ma lo arricchisce di livelli e rimandi Con Possessione: una storia d’amore, opera che le valse il prestigioso Booker Prize, l’autrice ha raggiunto una sintesi particolarmente felice tra rigore accademico e immaginazione narrativa, dando vita a un romanzo capace di dialogare con la storia della letteratura e, allo stesso tempo, di restituire tutta la vitalità e il mistero delle passioni umane: elementi, questi, presenti anche all’interno della fortunata quadrilogia dedicata alla figura di Frederica Potter (La vergine nel giardino, Natura morta, La torre di Babele, Una donna che fischia), ambientata a metà del secolo scorso.