Perché ti ho perduto di Vincenza Alfano

In una nuova veste grafica a cura di Claudia Intino, torna in libreria la poetessa dei Navigli narrata dalla penna di Vincenza Alfano in Perché ti ho perduto, edito Giulio Perrone Editore dopo il successo della prima edizione del 2021. Da questo libro è stato liberamente ispirato il film per la Rai Folle d’amore di Roberto Faenza.

Autore: Vincenza Alfano
Casa editrice: Giulio Perrone Editore
Collana: Hinc
Anno di pubblicazione: 2021
Numero di pagine: 143

La poesia, l’amore

Ha soltanto quindici anni Alda Merini quando entra a far parte del cenacolo di Giacinto Spagnoletti, luogo intellettuale dove poeti e letterati si incontrano per declamare i propri versi: Alda è la più giovane fra tutti, una promessa del panorama letterario italiano. Impossibile non notare la sua luce. In breve tempo, infatti, un poeta ventisettenne, sposato e con figli, si innamora perdutamente di quella ragazza dalla saggezza antica nonostante la sua giovane età: è Giorgio Manganelli, uno dei più talentuosi poeti del cenacolo di Spagnoletti. Tra i due sboccia un amore focoso e totalizzante, in cui l’uno si perde nell’altro e i confini diventano sempre più labili, impossibili da controllare, soprattutto per la giovane Alda che resta, suo malgrado, incastrata in un amore senza possibilità di futuro.

«Continuano a camminare in silenzio, raggiungono la loro stanza e fanno l’amore tra bianche pareti sghembe e ammalate di solitudine. Lei continua a sentire quella strana inquietudine che nemmeno il piacere riesce a placare. Sono onde di un mare ubriaco che giocano a rincorrersi, separarsi e unirsi di nuovo. Il suo liquido caldo la inonda, sono una cosa sola in un istante che non conosce misura. Lei vorrebbe fermare il suo respiro nell’attimo che precede l’orgasmo, quando lui si smarrisce dentro di lei arrendendosi al loro amore. L’ultimo respiro emesso all’unisono è quello più prezioso, quello in cui non sanno più dove né chi sono. È l’unico modo di esistere che conoscono.»

Presto anche la poesia, suo personale rifugio, la tana calda e accogliente nella quale può spogliarsi di ogni finzione e responsabilità, diventa un’espressione del suo amore per Giorgio, così Alda «scrive per lui» e con lui: la poesia diviene «la malta del loro amore», ma anche «la maledizione che la spinge a incontrare le proprie ombre, che non la lascia in pace quando vorrebbe conforto dalle parole».

Ecco perché, quando Giorgio l’abbandona, lei diventa folle, folle, folle e scrive quel verso rassegnato, dal sapore interrogativo: perché ti ho perduto.

«Io sono folle, folle,
folle d’amore per te.
Io gemo di tenerezza
perché sono folle, folle, folle,
perché ti ho perduto.»

La Terra Santa

Il bianco pervade tutto. Secondo lo storico e antropologo Michel Pastoureau il bianco rappresenta la saggezza, la vecchiaia e la follia. La ripetizione ossessiva dunque della presenza di questo colore, sempre più frequente quando comincia ad essere narrato l’internamento in manicomio dove «tutto è bianco: le pareti, le lenzuola sui letti, i cuscini […] le stanze allagate di sole […] la sua mente è bianca come un foglio vergine, un calendario che ha perso i giorni, un orologio senza lancette», non è una casualità ma un simbolo ben preciso dello squilibrio mentale di cui lei soffre.

La narrazione di Vincenza Alfano si concentra proprio su questo momento della vita della poetessa, su questo intervallo tra i due grandi amori di Alda Merini: Giorgio Manganelli in primis, presenza carnale e poi fantasma eterno nella mente di Alda, e il poeta tarantino Michele Pierri, colui che la aiuterà a riprendere in mano le redini della sua vita.

Il manicomio non è un luogo semplice da abitare, soprattutto non è semplice abituarsi alla tortura dell’elettroshock, all’anestetizzazione delle emozioni, in particolare del dolore: come si possono creare versi quando si vive nell’inedia e la propria interiorità è ridotta a brandelli? Come si può scrivere poesia se non si ha il permesso di provare alcuna emozione?

Eppure Alda Merini riesce a comporre e, malgrado l’orrore della vita manicomiale («Dio [dei folli] ne ha pietà. Gli uomini no. Gli uomini perdonano qualsiasi malattia, ma non la pazzia.»), omaggia quel luogo con una raccolta dal titolo La Terra Santa. Il manicomio è per la poetessa un’eterotopia, uno spazio altro in cui si addensano tutte le contraddizioni, un luogo infernale in cui però si ha la possibilità di essere liberi perché non si ha più nulla da perdere, nient’altro di cui vergognarsi.

«Nel manicomio Alda è finalmente vera. […] Ha scoperto che la pazzia si può indossare come un vestito, che una pazza può dire quello che vuole e non deve vergognarsi di soffrire. Una pazza può finalmente piangere, può finalmente urlare, può lasciare che il rossetto sconfini dalle labbra e invada tutto il viso, può bucarsi le vene con la punta di una biro, può usare una calza come un cappio. […] Nessuno in manicomio ti chiede chi sei, che lavoro fai, se hai una famiglia, un compagno, un amante. In manicomio ci vuole ubbidienza. Essere sani vuol dire ubbidire. Si impara a fingere in manicomio. Nessuno lo sa che i matti sono i più bravi a fingere quando vogliono far credere che tutto sia tornato al suo posto. La normalità è la regola e la regola pretende ubbidienza.»

Celeste, la pazza della porta accanto

Appare un solo personaggio di finzione in Perché ti ho perduto ed è Celeste, vicina di casa di Alda Merini. Il rapporto tra le due donne viene descritto come quello tra docente e discente, un’amicizia sviluppatasi grazie alla necessità di espressione poetica di Alda e alla volontà di apprendimento di Celeste.

«La mattina era invasa dal sole, la garza della tenda sbatteva sulle imposte, a tratti vedevo la tua casa, a schegge ti vedevo muoverti incerta tra i fornelli e le stoviglie, disinteressata a tutto il disordine che ti circondava. L’avevi accumulato tu con la tua inerzia. La tua attenzione si lasciava catturare soltanto da un libro, lo tenevi aperto sul tavolo e andavi e venivi da lui come attirata da una forza magnetica incontrastabile, mentre l’acqua scorreva, la caffettiera sul foco vomitava caffè, la bambina piangeva seduta con le gambine nude sul pavimento. E tu, un occhio sul libro, un continuo andirivieni: il libro e la bambina, il libro e la caffettiera sul fuoco, il libro e l’acqua nel lavello. Una nuova catastrofe incombeva da qualche parte, e tu non potevi controllarla pur vedendo tutto, pur sapendo tutto.»

Celeste osserva Alda, la studia, la ammira, ambisce ad essere come lei.

Pian piano ci riesce, scrive poesie e le recita ad Alda, insieme leggono e studiano i poeti del passato, l’una si riflette sempre più profondamente nell’altra sino a diventarne lo specchio.

Per questo quando Celeste vede la poetessa con i polsi insanguinati trasportata via, lontano da lei, sente che non può restare ferma a guardare. Deve trovare il coraggio per fare quello che ardentemente desidera da sempre. Deve emanciparsi, costi quel che costi.

Gradualmente la storia di Celeste assume i contorni di una favola nera, fino a dissiparsi in un’ombra grigia e fumosa dalla quale è vietata ogni possibilità di ritorno. Così Alda Merini non perde soltanto il suo amatissimo Giorgio, ma anche Celeste e il dolore di quella perdita non sarà semplice da lenire.

«Non si risolve con un’estirpazione il dolore dello stare al mondo. Non si risolve con un’anestesia permanente dei sensi. Si può provare a combattere il male cercando la sua origine, recidendone la radice, ma quest’operazione richiede consapevolezza e coscienza di sé. […] Alda pensa che è troppo difficile combattere per uscire intatti dal conflitto col mondo e con quella parte di sé che cede, si adegua. La maggioranza delle persone ce la fa, si lascia portare dalla corrente, si adatta ai luoghi comuni, al ben pensare, tiene nascosta perfino a se stessa la ribellione profonda di quell’altra parte che non vorrebbe arrendersi, ma non deve. Questa è la normalità. Questa è la sanità mentale Fingersi felici, diventare acquiescente, mettere a tacere le emozioni, tradire se stessi, morire.»

Attraverso la prosa lirica, raffinata e tenera di Vincenza Alfano, Perché ti ho perduto ritrae un momento delicato della vita di una poetessa molto amata, la cui vicenda biografica è stata frequentemente al centro di discussioni.

Con l’ausilio di personaggi d’invenzione, mescolando un po’ le carte in tavola, Alfano dona un ritratto commovente e toccante di Alda Merini, senza però dimenticare di denunciare anche situazioni sociali che, per quanto oggi siano notevolmente migliorate, necessitano ancora di lavoro e attenzione.