Oscura foresta: anatomia di una violenza

“Non vorrei essere io a dovervi dire che, per quanto bella sia, ogni cosa nasconde in sé un mostro in attesa”.

Prendere in mano lo spiacevole episodio accaduto ad una persona e metterlo su carta è difficile. Per Tatiana Salem Levy, autrice di Oscura foresta, edito La nuova frontiera, quest’operazione ha richiesto una dose in più di coraggio. Ciò che leggiamo nel romanzo è la violenza subita da una sua amica, Joana Jabace, qui raccontata in forma romanzata. 

Rio De Janeiro tra luci e ombre

Rio De Janeiro, 2014. La città è in fermento perché di lì a poco ospiterà le prossime Olimpiadi. I progetti di rinnovamento della città e di creazione di nuove aree sportive sono la priorità dell’amministrazione locale. La protagonista del romanzo, un’architetta, fa parte di quella cerchia di professionisti che stanno lavorando per rendere Rio un posto accogliente e pronto a reggere le luci che le verranno proiettate addosso dai media. Per un gioco di opposti però, il titolo del libro parla di oscurità. Perché Júlia, la protagonista, vedrà la sua ordinaria vita trasformarsi nel giro di pochi minuti all’interno del verdeggiante scenario della Vista Chinesa (che dà al libro il suo titolo in lingua originale).

Uno spazio naturale, che rimembra un ambiente tropicale, in cui Júlia va spesso a fare jogging, si trasformerà in un’oscura foresta piena di insidie.  All’interno di questo spazio, Júlia verrà aggredita e stuprata da un uomo e l’episodio farà da spartiacque nella sua vita. Esisteranno per sempre un prima e un dopo. 

La particolarità di Oscura foresta è la modalità in cui veniamo a conoscenza dei fatti. Il romanzo è, in realtà, una lunga lettera che Júlia scriverà, a posteriori, ai suoi due figli gemelli per raccontare loro cosa le è successo, in uno slancio di trasparenza e sincerità. 

“A essere sincera, non so se un giorno avrò il coraggio di consegnarvi questa lettera, di raccontarvi che vostra madre non è solo vostra madre, vostra madre è anche questa donna che si è vista il diavolo di fronte.”

Ciò che leggiamo è dunque una storia raccontata a ritroso da colei che l’ha vissuta, in una sorta di lettera scritta di getto dal valore catartico che Júlia usa non solo per raccontare un fatto, ma anche – forse – per alleggerirsi. 

Un gioco di opposti

Oscura foresta è fatto di binomi. Il primo è la contrapposizione della bellezza lussureggiante del paesaggio brasiliano che fa da sfondo alle vicende, in opposizione all’oscurità che solo così tanta violenza può portare.

Un secondo binomio è quello delle prospettive del romanzo. La storia è raccontata da colei che l’ha vissuta e dal cui punto di vista viene interpretata. Ci sono, però, dei momenti in cui ci viene mostrata anche la sofferenza di chi era intorno a Júlia: parenti, amici, il partner. Due punti di vista opposti: il primo, quello di chi dovrà scendere a patti non solo con sé stessa ma anche con la città in cui vive, le persone che frequenta, le strade che ha sempre percorso; il secondo, quello di chi vorrebbe caricarsi sulle spalle almeno un po’ del dolore che Júlia vive, per dimostrare la sua vicinanza.

“Nei giorni seguenti avrei visto mia madre dimagrire, ma non avrebbe mai conosciuto nel corpo la scabrosità che avevo sperimentato io, e non dev’esserci afflizione peggiore del non avere una conoscenza concreta del dolore di un figlio.”

“Mio padre, con il piglio della sua famiglia siriana, le mani levate al cielo, il pianto smodato, la voce alta, figliola mia, figliola mia, le ampie braccia che mi stringevano, soffocandomi al suo petto.” 

“Li guardai tutti e quattro e vidi quanto soffrivano. Le occhiaie scure, il viso abbattuto. Per quanto fossi da sola, non ero sola.”

Una scrittura catartica

In Oscura foresta assistiamo a una vera e propria catarsi, sia della protagonista sia del pubblico, di chi in questa storia può vedere la propria e grazie a essa, trovare comprensione. Sull’accaduto viene aperta un’inchiesta e Júlia sarà costretta a rivivere l’incubo ogni qualvolta la polizia la interpellerà per stilare un identikit del sospettato o quando le mostrerà le foto segnaletiche di possibili colpevoli. Una ferita che non si rimargina mai.

La privazione dello spazio personale in casa propria è un’altra tematica ricorrente. Júlia non verrà mai lasciata da sola e ciò che viene inteso come un atto di amore viene spesso interpretato come una mancanza d’aria.

“Durante quel periodo, ciò che era mio smise di esserlo. Il corpo per primo, poi la casa, con le persone che entravano e uscivano.”

Ciò che importa, però, è che alla fine si faccia pace con sé stessi e il proprio passato. Con il tempo, Júlia riuscirà a relegare l’esperienza in un cassetto senza chiuderlo a chiave, per ricordare che è lì, che ha fatto male, ma non determinerà il suo futuro per sempre. 

“Un modo discreto per dimostrare che il dolore camminava con noi ma che l’importante era essere viva, sentirsi viva.”

Oscura foresta è innanzitutto un atto di fiducia, quello che Joana Jabace compie nei confronti dell’amica Tatiana nell’affidarle un pezzo importante di sé. 

È anche una forte dimostrazione femminista di riconquista del proprio corpo, di ricostruzione della propria identità e del proprio vissuto, in cui la donna è protagonista nel bene e nel male.  In ultimo, è anche un regalo, una presa di coscienza che il male può albergare ovunque. Sta a noi capire che importanza dargli nei nostri giorni a venire. 

“Non mi vergogno di quello che è successo. Voglio che tu scriva che è successo davvero – e che è successo a me, Joana Jabace.”