Il Paese dove non si muore mai di Ornela Vorpsi

Un viaggio nell’Albania del regime visto dagli occhi di una bambina. Un’analisi lucida e severa di un paese e di un periodo storico attraverso la scrittura salvifica in una “lingua svestita d’infanzia.  

La prima impressione lampante su Il paese dove non si muore mai è l’impossibilità di attribuire a questo libro una connotazione specifica. Non può essere considerato solo un romanzo autobiografico, né un saggio, non è un reportage, né un romanzo storico, non si può definire un libro di denuncia politica né un romanzo sulle origini e sull’identità: ogni catalogazione sarebbe riduttiva.

L’opera riflette infatti tutte le numerose sfaccettature che caratterizzano l’autrice, Ornela Vorpsi, una personalità poliedrica che a sua volta non può essere identificata con una specifica disciplina, perché la sua anima eclettica si esprime in tante forme, dalla pittura, alla fotografia, dalle arti visuali alla scrittura.

Il paese dove non si muore mai è un’opera originale, un viaggio nell’Albania degli anni ’70 e ’80 del Novecento attraverso i racconti della protagonista che ripercorre la sua infanzia e la sua adolescenza durante il periodo del regime di Enver Hoxha.

Trama

La trama non segue un ordine prestabilito né una sequenza cronologica ma si sviluppa attraverso un collage di ricordi, sensazioni ed emozioni che assumono la forma di brevi racconti autonomi. Le storie sono delle istantanee che immortalano attimi di vita, un flusso inarrestabile di pensieri e riflessioni descritti con una precisione che ci fa percepire quasi le sensazioni fisiche, dal dolore ai piedi per le scarpe troppo strette durante la marcia nei campi di addestramento, al disagio che ti assale quando sei vittima di uno sguardo lussurioso.

L’autrice ha la capacità di trasformare le parole in immagini fornendo molteplici spunti. Le persone e i luoghi descritti si materializzano improvvisamente agli occhi del lettore in uno scatto fotografico in bianco e nero o in un quadro dalle pennellate decise che si delineano sempre più chiaramente sfogliando le pagine. I piani di lettura si moltiplicano, regalandoci una moltitudine di strumenti per cogliere le suggestioni narrate.

Il racconto dell’Albania

Attraverso il racconto della sua vita a Tirana, Ornela Vorpsi ci regala un ritratto non certo edulcorato del suo paese di origine. “Siamo in Albania, qui non si scherza”.

Un paese di polvere e di fango, dove le foglie delle viti si arrugginiscono sotto un sole cocente e dove la ragione comincia a liquefarsi. Un paese dove non si muore mai perché i suoi abitanti sono forti, hanno una colonna vertebrale di ferro e i corpi raggiungono una robustezza grazie alle prove a cui sono quotidianamente sottoposti, anche a tavola, “annaffiati dal rachi, disinfettati dal peperoncino delle immancabili olive untuose, dove il cuore può ingrassare, necrosarsi, può subire un infarto, una trombosi ma tiene maestosamente”.

L’Albania è sempre presente nella vita della protagonista che, ponendosi interrogativi spesso scomodi, scopre crescendo quanto la società sia fortemente condizionata dal regime. Il libro ha una dichiarata connotazione autobiografica ma non vuole essere solo la storia di Ornela. L’espediente narrativo di descrivere la protagonista utilizzando nomi diversi, alternando Ornela a Eva, Ina ed Elona, ha lo scopo di rendere la storia universale, integrando le vicende dell’autrice con le esperienze di altre bambine e giovani donne.

Donne e uomini

Il mondo femminile, e in particolare il tema del corpo, è un argomento ricorrente in tutta la narrazione. Le bambine albanesi percepiscono fin da piccole che la propria fisicità non va esibita, che una donna bella verrà immediatamente associata a una poco di buono e che il corpo può rappresentare una condanna. Le rotondità femminili non vengono percepite con tenerezza nemmeno dalle donne stesse, perché sono espressione di una sessualità sporca, praticata solo di nascosto tra i cespugli, e finalizzata alla soddisfazione del mero piacere maschile. Spesso accadeva infatti che una donna incinta venisse abbandonata dopo aver scoperto di avere un figlio in grembo, ma una ragazza madre non poteva essere accolta da una società così spietata e l’unica soluzione era la morte.

Gli uomini nella società albanese descritta nel libro non sono figure edificanti, mancano di tenerezza e di sentimento, spesso sono spietati e giudicanti. Nella famiglia di Ornela il padre non è una figura di riferimento. Nei ricordi dell’infanzia non c’è spazio per la dolcezza e per l’affetto e la figura paterna è associata unicamente alle immagini delle violenze inflitte alla moglie. Ornela cresce senza il padre, che trascorre parecchi anni in un carcere del nord del paese come prigioniero politico.

Una volta libero l’uomo, ormai incanutito, cerca un contatto con la figlia ma al solo scopo di carpire notizie della moglie, che l’aveva lasciato per rifarsi una nuova vita. La figura maschile non riesce quindi a riscattarsi dall’immagine animalesca e possessiva nei confronti della donna e neanche gli anni di solitudine e la dolorosa esperienza del carcere riescono a cambiare l’istinto dell’uomo, che si gioca anche l’ultima possibilità di costruire un rapporto sincero con la figlia.

L’infanzia di Ornela

Ornela è una bambina curiosa, acuta, intelligente ed evidentemente poco incline a un mondo dove è meglio non fare troppe domande. La scuola è un luogo che lascia poco spazio alla creatività e all’immaginazione e anzi punisce chi cerca risposte alle curiosità della vita. La maestra è cupa, severa, poco accogliente, espressione di un regime caratterizzato dalla paura.

Ornela non comprende le motivazioni di tanto rigore, non capisce la punizione per aver portato a scuola le cartoline italiane trovate in un vecchio baule, né trova risposte alle sue curiosità sull’universo e sull’infinito. Crescendo scoprirà che l’Italia capitalista è considerata un male dalla società albanese, che le immagini riportate nei libri di testo sono censurate e che la figura femminile non viene rappresentata nella sua nudità perché ritenuta sconveniente. Scoprirà che a scuola si studia Darwin perché non c’è spazio per il misticismo, che la religione è l’oppio dei popoli e che se ti trovi di fronte al nemico è meglio essere armati delle giuste teorie perché non ci si può permettere di essere deboli.

Ornela vive in una famiglia di donne, la società albanese era infatti caratterizzata dal matriarcato domestico e le figure femminili influivano fortemente sull’educazione in maniera severa, spietata e a tratti crudele. Non c’era quindi dolcezza neanche tra donne e l’unico momento di tenerezza era consentito in caso di malattia. Se sei malato, anche solo per un’influenza, allora acquisti dignità e sei meritevole di attenzioni, di cibo e di affetto. Se poi hai anche la fortuna di essere ricoverata in ospedale allora hai trovato davvero un tesoro!

In un contesto in cui il regime è presente in ogni aspetto della vita quotidiana e Madre Partito detta le regole, premia e punisce, è inevitabile crescere con il mito della forza, dell’intransigenza e della fierezza. Non c’è tempo per fantasticare e i bambini crescono in fretta perché anche le storie per l’infanzia sono impregnate di retorica patriottica che mitizza gli eroi nazionali. Nelle fiabe non ci sono animali, fate, gnomi, principi e maghi, ma solo partigiani che versano il proprio sangue per onorare la patria. Ornela non riesce a comprendere tanta rigidità, il suo sogno è la pittura, ma nel paese di Madre Partito se sei figlia di un prigioniero politico non hai diritto all’arte, perché l’arte è propaganda.

Così Ornela scopre la lettura come rifugio, i libri sono il suo modo per evadere e la sua astuzia la porterà a barattare i gioielli di famiglia con la possibilità di leggere le fiabe dei Fratelli Grimm, grazie a cui scoprirà un mondo in cui esistono anche le principesse e le bacchette magiche, e in cui anche le bambine possono sognare. Il mondo delle fiabe è un mondo di libertà, in cui i sogni possono realizzarsi, in cui la donna può esprimersi senza essere etichettata e in cui si possono fare domande senza temere che siano sbagliate.

La terra promessa: Italia

Scorrendo tra le pagine si comprende che questo mondo esiste ed è dall’altra parte del mare, che l’Italia è la terra promessa tanto desiderata, la destinazione per sfuggire all’intransigenza di un regime che non lascia spazio ai sogni.

Nel 1991, all’età di 22 anni, Ornela fugge dall’Albania per raggiungere l’Italia insieme alla madre, alla scoperta di quel mondo tanto desiderato perché espressione di libertà. Ma poco dopo essere sbarcate si renderanno conto che forse non è il mondo sperato, e che anche qui la donna non è la principessa delle favole.

In questa terra gli albanesi hanno capito che possono morire. Nonostante il loro animo rapace e coraggioso, cominciano a sentire che le vertebre dolgono veramente, che la testa può fare tanto di quel male, i denti anche…i rimedi delle nonne albanesi qua non funzionano. La solitudine prende la forma dell’ulcera allo stomaco, si ha bisogno di pillole strane per prendere sonno. Pillole che alla fine non fanno le meraviglie che promettono; non liberano l’animo dall’afosità dell’esistere. La spensieratezza lascia il posto all’angoscia, e tanti per guarire dall’ulcera tornano nell’assolata Albania. Lì va meglio, assicurano”.

Ornela comunque rimane in Italia, si trasferisce a Milano dove frequenta l’Accademia di Brera dedicandosi alla disciplina che aveva iniziato a studiare Tirana e che terminerà poi a Parigi, dove vive dal 1997.
La sua formazione artistica e le ricche contaminazioni culturali e linguistiche hanno fortemente contribuito allo sviluppo di nuove forme di espressione. Ornela asseconda le sue passioni, ne viene letteralmente travolta, e si abbandona ad una nuova esperienza, quella della scrittura.

Gli esordi della sua scrittura

Nel 2005 viene pubblicato da Einaudi “Il paese che non muore mai”, il suo libro di esordio scritto in lingua italiana e vincitore di numerosi premi (Premio Grinzane Cavour opera prima, Premio Viareggio Culture europee, Premio Vigevano, Premio Rapallo opera prima, Premio Elio Vittorini opera prima).

L’autrice racconta di aver deciso di scrivere il suo primo libro in un momento in cui la pittura si considerava morta e non le dava le soddisfazioni e gli stimoli necessari e ricorda che improvvisamente la scrittura le è andata incontro vestita di italiano. La scelta di non utilizzare la sua lingua madre è stata una necessità perché aveva bisogno di una lingua che non portasse in sé l’infanzia e il suo vissuto.

Lo stile di scrittura è quindi inevitabilmente essenziale, privo degli orpelli e delle sfumature che solo la lingua madre può offrire, ma proprio questa “lingua svestita d’infanzia” consente all’autrice di analizzare la propria vita con il giusto distacco, necessario per fornire un’analisi attenta del proprio paese con uno stile tagliente, crudo, lucido e incisivo.

Il risultato è un ritratto molto critico del proprio paese e della società albanese, descritta come estremamente chiusa, priva di umiltà e rancorosa verso il prossimo. Certamente un luogo che ha creato nell’autrice profonde cicatrici che l’hanno dolorosamente segnata.

“Il paese dove non si muore mai” è un libro forte che non fa sconti. Ogni pagina è una lama tagliente, un caleidoscopio di immagini che si imprimono negli occhi del lettore e difficilmente svaniscono, un affascinante fotogramma di un’epoca, una storia di sofferenza, di sogni e di disincanto, con un pizzico di nostalgia.