A proposito di mia figlia: omosessualità e amore materno

Kim Hye-Jin è una scrittrice sudcoreana nata nel 1983. Nel 2013 ha vinto il premio letterario JoongAng con Joongang Station e nel 2020 il riconoscimento Daesun per Worker No.9. In Italia è stato finora pubblicato un solo romanzo, A proposito di mia figlia (Mondadori, 2022), che le è valso il premio Shin Dong-yup per la letteratura nel 2018.

Copertina libro A proposito di mia figlia

Omosessualità: un panno sporco da lavare in famiglia

La protagonista de A proposito di mia figlia è una donna di mezza età che lavora a Seoul, in Corea del Sud, come infermiera in una casa di riposo. Dato il suo esiguo stipendio, non naviga certamente nell’oro e conduce un’esistenza molto semplice. Non si può certo dire che viva male questa situazione. Al contrario, dimostra di non avere grandi aspettative dalla vita e di andare avanti giorno dopo giorno. La sua è una forma acuta di rassegnazione allo scorrere inesorabile del tempo.

“[…] mi sento lentamente respinta ai margini del tempo. Se vuoi cambiare qualcosa a forza, devi essere pronto a sobbarcarti una fatica sovrumana. E per quanto uno sia determinato, può modificare poco o niente. Nel bene e nel male. Devo accettare che fa tutto parte di me. Ogni cosa è frutto delle mie scelte, e dunque mi appartiene. Fa di me quella che sono”.

La donna sente di non riuscire a stare al passo con i cambiamenti socio-culturali che sopraggiungono naturalmente con il passare del tempo e il ricambio generazionale. I suoi valori e le sue convinzioni, infatti, sono ancorati nel passato, quasi anacronistici.

È molto attenta all’opinione e agli sguardi delle altre persone, che si ergono a giudici intransigenti delle esistenze altrui. Guardando dall’esterno, la sua vita sembrerebbe moralmente corretta e accettabile: un marito (ora defunto), un lavoro e una figlia. Tuttavia, tutto il mondo è paese, e anche in Corea del Sud i panni sporchi si lavano in famiglia. Così, lontano da occhi indiscreti, arde prepotentemente il fuoco della discordia tra figlia e madre.

“Mia figlia ha preso una vita sua dentro la mia. Un essere nato dentro di me, cresciuto in un’amorevolezza e in una cura incondizionate. E ora si comporta come se non avesse niente a che fare con me. Come se fosse nata senza l’aiuto di nessuno e cresciuta per conto proprio.”

Da come viene descritta, la giovane ci appare priva di reale interesse per la madre, che sente solo quando è a corto di denaro. Sembra proprio che tra le due non ci sia sintonia, viaggiano su due rette parallele, destinate a non incontrarsi mai. Per quanto la madre descriva la situazione con toni vittimistici, è soprattutto lei, non del tutto inconsciamente, a frapporre un muro tra sé e la figlia.

“…di parecchie cose neppure mi informa. Cose che non mi dice, ma che io so. Cose che faccio finta di non sapere. Cose che ogni giorno vedo scorrere tra noi, silenziose e taglienti”.

La grande verità, che si sforza di nascondere a sé stessa, è che sua figlia, la sua bambina, è omosessuale.

L’amore materno tra il rifiuto e l’accettazione

Quello della protagonista è un vero e proprio flusso di coscienza, un viaggio alla scoperta dei meandri più cupi della propria anima. Vive l’omosessualità della figlia al pari di una tragedia, tanto che il suo percorso interiore ricorda per alcuni aspetti le cinque fasi del lutto.

Vi è in primis la negazione, il tentativo di autoconvincersi che sua figlia non abbia una relazione con un’altra persona dello stesso sesso.

“Mia figlia potrebbe aver preso un abbaglio. Non potrebbe essere solo il fraintendimento di due ragazze sprovvedute, ingenue? E magari tra qualche giorno, tra qualche mese, potrebbe rivelarsi una cosa da nulla, di quelle che ti viene il dubbio che siano davvero accadute. […] Forse, se pensassi che è impossibile, o mi convincessi di non sapere nulla, potrei provare almeno un sollievo momentaneo”.

Ancorata alle convinzioni radicate nella morale della sua generazione e di quelle passate, non riesce proprio a dare un senso a questa unione.

“Chissà come mai non si sposa, una ragazza così brava a cucinare e a tenere in ordine. Assumersi la responsabilità di un ruolo sociale, crearsi una famiglia, diventare mamma… Perché non investe tempo ed energie in qualcosa di significativo, di cui andare fiera?”.

Passa poi alla fase della rabbia, spostando l’attenzione su sé stessa, vittima di un’ingiustizia inconcepibile ai suoi occhi.

“Perché a mia figlia devono piacere le donne? Perché devo essere perseguitata e oppressa da un problema che altri genitori non avranno mai […]? Perché amareggiare in questo modo chi l’ha messa al mondo? Perché è così crudele? Vuole farmi vergognare delle figlia uscita dal mio grembo?”.

Come in un turbinio di emozioni, la protagonista ha dei brevi momenti di lucidità, durante i quali si interroga sulla propria persona, sempre in relazione al conflitto con la figlia.

“Forse sono una che ha paura. Una che non vuole ascoltare nessun genere di discorso. Una che non si vuole lanciare. […] Una immobile dentro i confini. […] Voglio continuare a essere una brava persona per sempre? Ma ora, per mia figlia, come faccio a esserlo?”.

Finalmente, dopo diverse liti e interminabili giorni di silenzio, la donna apre gli occhi. Giunge alla temuta fase di accettazione, anche se a passi felpati e con ancora qualche reticenza. Non è l’omosessualità della figlia a essere sbagliata, ma è la società a farla percepire come tale. Certo, la sua bambina non si conformerà all’etichetta classica di moglie/madre che lei stessa ha cucito addosso, ma è una donna forte che lotta per i diritti propri e di chi ama.

Il fatto che sia “diversa” agli occhi della società, non significa che non sia sua figlia. Pertanto, non la deve temere, ma proteggere dal mondo esterno, da chi non accetta una realtà fuori dagli schemi tradizionali.

“La bambina concepita e cresciuta dentro di me, sangue del mio sangue, forse è la persona più lontana da me al mondo. Per come sono fatta io, forse è una persona del tutto incomprensibile. Vorrei chiederle se veramente, ma veramente è ciò che vuole: una relazione senza figli, un rapporto sterile in cui non si può costruire alcunché, una vita che resta eternamente incompleta, e le conseguenze: il disprezzo e gli insulti della gente che la seguiranno come la sua ombra, irriducibili. Il peso delle umiliazioni e il senso di vergogna che dovrà sopportare. […] Sarò mai capace di affermare che il posto occupato da quelle ragazze è il centro esatto di un mondo spietato e senza umanità?”.

A proposito di mia figlia: un romanzo breve che fa riflettere

Il romanzo, seppur breve, offre ottimi spunti di riflessione su come l’omosessualità possa inficiare il rapporto madre-figlia, che dovrebbe basarsi sull’amore e la fiducia reciproche. Alcune delle emozioni più costanti e forti durante la lettura sono state proprio la rabbia e l’incredulità nei confronti della protagonista. Come può una madre trattare così la propria figlia solo perché omosessuale? Perché si ostina a stare dalla parte opposta del muro difensivo invisibile?

Nonostante lo stile sia scorrevole e la lettura veloce, anche l’ardore delle tesi avanzate dalla figlia danno profondità all’opera, arrivando dritto al cuore e offrendo ai lettori un romanzo difficile da dimenticare.

«Mamma. Noi non facciamo giochi di ruolo. Niente del genere.»
«[…] potete formare una famiglia? In che modo? Potete farvi rilasciare un certificato di matrimonio, voi due? Potete concepire figli?»
«Non pensi che siano proprio le persone come te a impedircelo?»