Non ancora 101: tra un bau e l’altro, il nuovo libro di Irene Salvatori

Questa storia inizia a Berlino, e non a Londra come accade ne “La carica dei 101”, perché il libro di Irene Salvatori, Non ancora 101 edito Marcos y Marcos, richiama il nome di uno dei cartoni Disney piú dolci della storia dei cartoni animati (sì, i cani sono troppo carini e dolci, va detto), e parla di cani, ovviamente.

Il richiamo al cartone viene fatto fin dalle prime pagine dalla scrittrice stessa, la quale racconta di averlo adorato quando era piccola ma di averlo rivisto da grande ed essersi accorta, solo dopo che la nostra ingenuità da piccoli ci abbandona una volta diventati adulti, che la tanto temibile, ma geniale, Crudelia Demon, quei cagnolini li voleva tutti per sé per farci delle pellicce. Come dimenticare, infatti, il dialogo tra Anita e Crudelia! Anita: Crudelia, hai una nuova pelliccia. Crudelia: Oh, è il mio unico amore, tesoro: io vivo per le pellicce, adoro le pellicce!

Quindi ecco, il richiamo c’è, ma la storia di Irene, come dicevo, si svolge a Berlino, in una casa tra laghetti e parchi del sud. Irene è una donna e una mamma sola ma piena di vita. Parla tante lingue come accade alla maggior parte degli italiani che decide di vivere all’estero, cerca la sua strada tra essere italiana in mezzo a una popolazione di tedeschi che non sempre, o quasi mai, capiscono la sua ironia e il suo umorismo. Ha tre figli – umani – e sei figli – canini. Sono sei bracchi ungheresi che le fanno compagnia ogni giorno, da tanti anni.

Chi sono questi cani protagonisti?

I cani di Irene parlano, e si parlano. Abbiamo Aaron, che potrebbe tranquillamente essere un compagno di vita perfetto, ancora meglio di qualsiasi essere umano di genere maschile, quando parla si capisce e si fa capire, prende la palla al balzo (in ogni senso), sa districarsi tra le difficoltà e riesce a essere al passo. Poi c’è Ibi, montata storta (proprio cosí), con una storia di adozione che farebbe sciogliere chiunque, lei che è arrivata anche se non doveva, lei che è cresciuta e ha lottato per rimanere al mondo fin da piccolina e che parla mescolando male le parole, scambiando vocali e consonanti dentro ogni frase. Rosa é la donna di casa, la queen della situazione.

Gábor è, invece, il classico lamentoso, quello che ha sempre fame (“Ho fame mamma, ho fame! · “Ho così fame che mangerei… un elefante intero!” cit. Rolly da “La carica del 101”), quello che si dimentica le cose in continuazione. Aviv, invece, è il coccolino di casa, sempre allegro, sempre su di giri, sempre a ricercare coccole, baci, smorfie. E, infine, c’é Bernardo, il classico “c’è ma non si vede”. Grande, addirittura descritto come un colosso, totalmente introverso, quasi invisibile, quello che nel conteggio delle passeggiate ce lo dimentichiamo e poi ci ricordiamo che deve venire anche lui.

In Non ancora 101, i cani non sono semplicemente “presenze affettive”, né metafore addomesticate dell’amore incondizionato. Sono piuttosto corpi vivi che abitano il tempo insieme all’essere umano, lo attraversano e lo mettono in crisi. Il rapporto con il cane diventa uno spazio relazionale in cui l’umano è costretto a fare i conti con ciò che non controlla come il ritmo dell’altro, il suo invecchiare, il suo decadere, la sua dipendenza e, insieme, la sua radicale alterità.

Giá! Ero anche sola, e quando me ne sono resa conto ho pianto e riso ancora piú forte, che io neanche sotto la doccia sono mai sola, perché quando sono sotto la doccia c’é Avi, fuori, che si chiede che faccio.

Il cane, nel romanzo, non consola, bensì espone. Espone alla fragilità, alla finitezza, alla responsabilità. Amare un cane significa stare in una posizione di cura che non può essere delegata, né romanticizzata. Significa scegliere ogni giorno di rimanere presenti anche quando l’altro non è più “performante”, quando diventa scomodo, lento, malato.

Nel romanzo, tutti i cani di Irene sembrano ricordare all’essere umano qualcosa che spesso dimentichiamo nelle relazioni tra pari: che l’amore non coincide con il rispecchiamento. Il cane non restituisce un’immagine ideale di noi, ma una presenza che chiede attenzione, ascolto non verbale, capacità di stare nel qui e ora. È una relazione che non si fonda sul linguaggio, ma sulla co-regolazione, relazione fatta di sguardi, gesti, routine e corpi che si sintonizzano. Un tipo di intimità che la nostra cultura, ossessionata dalla parola e dalla spiegazione, tende a sottovalutare.

Non ancora 101 ci mette anche davanti a un nodo scomodo, cioè che il tempo condiviso non è mai equo. Noi sopravviviamo ai nostri cani, e questo dato biologico, inevitabile, rende il legame profondamente umano. Perché ci obbliga a confrontarci con la perdita annunciata, con il lutto che sappiamo arriverà, e con la scelta – non scontata – di amare comunque. In questo senso, il cane non è solo compagno ma è un educatore emotivo silenzioso. Ci insegna a legarci sapendo che perderemo, senza per questo ritirarci.

E se non avete un cane?

La dinamica di cura, presenza e responsabilità che Non ancora 101 descrive non appartiene solo ai cani. Può emergere con gatti, conigli, pappagalli o qualsiasi altro animale domestico che condivida con noi il tempo e lo spazio della quotidianità. La lezione resta la stessa, si crea un legame autentico con un altro essere, indipendentemente dalla specie, e ci mette di fronte alla vulnerabilità, ci insegna a regolare le emozioni, ad ascoltare senza parole e ad amare pur sapendo che il tempo insieme è finito.

Che alla fine anche per distrarsi bisogna mettere in moto una bella porzione di equilibrio e di speranza e di forza di cuore.

Forse è anche per questo che il romanzo funziona così bene: perché non idealizza il rapporto uomo-cane, ma lo restituisce nella sua verità più scomoda e più tenera insieme. Una relazione che ci ricorda che prendersi cura di qualcuno non significa salvarlo, ma accompagnarlo. Fino alla fine. Ah, e alla fine preparatevi un pacchetto di fazzoletti da tenere in mano.