Nessuno al mondo: una storia di rancore dalla Libia

Nessuno al mondo, di Hisham Matar, pubblicato da Einaudi Editore nel 2008, inizia nella Libia degli anni ‘70: Gheddafi è salito al potere e il suo regime soffoca nel sangue ogni forma di opposizione democratica che si sollevi dalla popolazione.

È in questa realtà soffocante che Sulemain, un bambino di 9 anni, si ritrova costretto a barcamenarsi. La sua vita è dominata da paure che non riesce a spiegarsi fino in fondo: il suo baba (papà) si allontana continuamente di casa col pretesto del lavoro e la sua mama affronta con dolore quelle separazioni, affogando il dispiacere in farmaci ed alcol. A sua madre, Sulemain è legato da un amore fortissimo, simbiotico: è lei, con la sua infelicità inguaribile, la regina della sua vita e la protagonista delle sue fantasie. E lui, oltre che figlio, è per sua madre confidente e spalla su cui piangere, è il suo più fedele alleato in un mondo ostile, dove il cerchio delle maldicenze si fa sempre più stretto intorno alla sua casa e, come un cappio, al collo del marito. Sono gli anni delle rivolte studentesche e della repressione armata, anni in cui non ci si può fidare di nessuno, nemmeno del proprio vicino, dove la delazione è pane quotidiano e la cosa peggiore che possa capitare è venir additati come traditori. È quindi uno shock, per Sulemain, quando gli stessi uomini che hanno portato via il traditore della strada accanto bussano alla sua porta, domandandogli di suo padre.

Reminiscenze edipiche

“Nessuno al mondo” è la lettera d’amore di un figlio alla madre: la madre di Sulemain è la regina della storia, con le sue ubbie e i suoi dispiaceri. La voce che ce la racconta è quella semplice e ingenua di un bambino, ma nonostante il registro infantile con cui Sulemain parla al lettore, diviene presto chiaro come il mondo, e la malattia della madre in primis, gli stiano chiedendo di crescere prima del tempo.
Sono quasi più le volte in cui è Sulemain ad accudire la madre piuttosto che il contrario: lasciati soli, quasi abbandonati da un marito e padre troppo assorbito dalla lotta politica per ricordarsi della sua famiglia, formano una diade disfunzionale, dove la tristezza dell’una contagia inevitabilmente l’altro, dove ogni bisogno è condiviso, dove il figlio si erge a guardiano della madre, quasi usurpando il posto dell’uomo che manca così spesso.

I sentimenti di Sulemain per i genitori sono complessi e strazianti: ama la madre, ma a volte non riesce a perdonarle la debolezza, l’incapacità di reagire, il rancore con cui dilania la loro vita assieme. Ama anche suo padre, lo ammira e lo rispetta con timore reverenziale, ma allo stesso tempo prova avversione per lui: perché allontanandosi così spesso da casa cagione l’instabilità della madre, perché è un essere sfuggente, incomprensibile, e soprattutto perché spesso, obnubilata dall’alcol, sua madre rimpiange di essere stata data in moglie a soli quattordici anni a quell’uomo che non voleva.

Il dolore per la vita in cui è stata incarcerata è così grande che Sulemain decide di prenderlo tutto su di sé e tramutarlo in senso di colpa; una colpa che potrà espiare solo crescendo e diventando finalmente uomo, ma in modo diverso da tutti gli altri uomini, i mostri che hanno ferito la sua mamma, compreso baba. Sulemain vuole diventare uomo per salvare la ragazza quattordicenne andata in sposa contro la sua volontà, prima ancora che diventasse sua madre.

La normalità di una dittatura

Da una parte, la storia della famiglia di Sulemain è uno spaccato della Libia sotto Gheddafi; l’autore si sofferma quanto basta sui dettagli che ci comunicano il clima di paura e soppressione che regna sotto un regime militare: i ritratti della “grande Guida” su ogni parete, i fiori rosa sulla televisione che indicano l’inizio delle trasmissioni governativi, i silenzi, le omissioni, i delatori, le macchine che parcheggiano silenziose di fronte a un’abitazione e rimangono lì per giorni.

Si respira la cultura islamica che permea la società, la stessa cultura che ha obbligato la madre di Sulemain a sposarsi quasi bambina per “evitare che portasse disonore alla famiglia”; una società dove è vivo e vegeto il terrore dell’Inferno, dove ogni dolore viene tamponato da un verso del Corano, dove i sogni vengono interpretati in base alle massime del Profeta.

Allo stesso tempo, però, questa storia potrebbe essere quella di una famiglia qualsiasi, in qualsiasi posto del mondo. L’amore, con tutte le sue storture, che tiene unito un malandato nucleo familiare; i rancori, le frustrazioni, i non detti che serpeggiano nel rapporto madre-figlio, padre-figlio, moglie-marito; il terrore e la confusione di un bambino che diventa inesorabilmente adulto pure senza capire cosa significhi essere un adulto, che si domanda cosa farà quando sarà uomo, e se sarà possibile “diventare un uomo senza diventare suo padre”; tutti questi temi danno al romanzo un respiro universale, che permette a chiunque, presso qualsiasi latitudine del mondo, di immedesimarsi nella storia.

“Nessuno al mondo” non è un romanzo veloce, il suo focus non è l’azione ma l’introspezione, le infinite riflessioni di Sulemain, le sue interpretazioni (spesso sbagliate) dei comportamenti erratici e imprevedibili degli adulti che lo circondano, il suo continuo rievocare brani di conversazioni ed episodi che hanno come protagonista sua madre. Tuttavia è scritto con uno stile puntuale, tanto limpido quanto poetico, che fonde dentro di sé l’avanzare della trama con digressioni sulla letteratura e la filosofia araba che lo impreziosiscono; l’autore riesce a lasciare, alla fine del libro, un segno profondo nel lettore che si è soffermato a leggerne le parole.