19 Aprile 2024

“Museo di un amore infranto”: schegge di una relazione

Parlare di relazioni che finiscono, raccoglierne i cocci, non è innovativo. Esporli, però, e organizzare un museo con al centro proprio i frammenti di quegli amori che hanno subito una battuta d’arresto è quantomeno interessante. Per non parlare dell’utilizzare questa idea reale (perché davvero a Zagabria esiste questo museo) e costruirci attorno una storia qualunque, e per questo profondamente vera.

«Ecco che cos’ha la fine del mio amore di così speciale: è la storia della più brutta battaglia ad armi impari che si sia combattuta. Chi ha vinto?»

Museo di un amore infranto di Fabrizio Bonetto, uscito il 14 febbraio 2024 per Accento Edizioni, è il racconto di un amore come tanti. Ma soprattutto della fine di una relazione più che decennale, di quelle che sembrano solide e indistruttibili da fuori, ma che dentro sono rose dal tarlo dell’incomunicabilità.

Museo di un amore infranto

Museo di un amore infranto e i suoi attori

Giacomo e Veronica sono una coppia solida, con due figli, entrambi con un buon lavoro e una casa accogliente. Peccato che Giacomo una sera con la moglie trovi seduto sul divano un altro uomo, Coso (Giovanni). Ma soprattutto, assieme a loro, c’è il bisogno di mettere fine a qualcosa per dare modo a qualcos’altro di vivere. Da qui la narrazione procede per flashback, alternando la versione di lui a quella di lei, il loro passato assieme, i problemi covati dentro e mai esplicitati. Il tutto intervallato di tanto in tanto dalle schede di presentazione di oggetti del Museum of Broken Relatioships di Zagabria, segno dell’inizio e della fine di amori comuni e differenti.

Quello che appare da subito ben chiaro è che in realtà i sintomi di questa frattura c’erano tutti, anche se, come spesso accade, si preferisce non vedere e credere di essere l’eccezione. Lo sono i non detti, l’essere sfuggiti a un dolore più grande, l’abitudine che posa una coltre come di neve sopra le problematicità mai risolte. Come quei dispositivi per telecamere inseriti dai precedenti proprietari che hanno portato alla loro separazione e che sono rimasti lì con Giacomo e Veronica. Quasi come un presagio.

«Quando abbiamo acquistato la casa, i supporti per le telecamere erano ancora appesi, senza il loro strumento, rimasti lì a evidenziare un vuoto, la disgregazione di una potenziale famiglia, di un mutuo che ambiva a una più lenta estinzione. Li ho voluti lasciare appesi anch’io, proprio per ricordarmi che i progetti a due nascono già con un’invisibile data di scadenza sulla schiena.»

Impossibile in alcuni passaggi non pensare a Lacci di Domenico Starnone. Anche in quel caso si mette sotto la lente d’ingrandimento un rapporto matrimoniale ai minimi termini, sebbene il dialogo sia a più voci, figli compresi. In Museo di un amore infranto, però, il tono è meno triste e glaciale. Ciò che percepiamo è un’ironia profonda, beffarda, che porta alla riflessione e a qualche sorriso amaro.

Realismo (quasi) sempre…

Se la storia che Bonetto racconta è realistica, con personaggi concreti e per nulla idealizzati (Giacomo e Veronica sono tridimensionali, con pregi e difetti), ciò che un po’ stride è che sono a volte “troppo” simili.

In certe occasioni, infatti, se non ci fosse il simbolo di “maschio” o “femmina” a titolo del capitolo (così come l’uso delle persone), si farebbe fatica all’inizio a capire chi sia la voce narrante. Certo, questo è facilmente risolto nel momento in cui si fa riferimento al passato di ciascuno. Però, avrei preferito che Bonetto avesse conferito loro personalità più spiccate e impossibili da confondere. Anche perché i drammi di Veronica sono ben raccontati, così come le mancanze di Giacomo.

Tolto questo piccolo neo, il modo in cui viene analizzata la relazione dei due protagonisti è magistrale e credibile. La stanchezza di lei per un rapporto che si trascina e in cui non si sente più se stessa e la recriminazione di lui, la sua ricerca ossessiva di tutto ciò che ha fatto per la coppia da sempre, sono vivide. In fondo a tutto, però, c’è ciò che porta qualsiasi legame a spezzarsi: l’incomunicabilità, che anche qui appare evidente. Infatti, noi siamo i destinatari dei loro discorsi, come fossimo nei loro pensieri, e mai pronunciano ad alta voce ciò che sentono davvero.

«A volte penso che il mio cervello, affogato nel dolore, abbia inventato dei meccanismi difensivi così precisi da annullare tutto: ricordi brutti e ricordi belli, un cannone che ha colpito senza fare distinzioni, senza rendersi conto dei danni collaterali, le stanze vuote hanno annullato quelle piene, i morti hanno pareggiato i vivi. I più e i meno che si annullano e lasciano uno zero da guardare, con la pancia vuota in bella vista. Capisci, Giacomo, perché non posso rimanere qui? Voglio ricordi nuovi, luminosi, nuovi numeri pieni.»

La potenza delle schegge di relazione

Museo di un amore infranto è una storia reale, vera e difficile. Perché reale, vera e difficile è qualsiasi relazione. Così come è piena di increspature e contraddizioni. La storia di Veronica e Giacomo assomiglia a tante altre, e le contiene in un certo senso. Ma non dà mai l’impressione di essere qualcosa di scontato, di già sentito o visto.

La scelta, poi, di inserire frammenti di storie d’amore altrui ci permette di capire quanto alla fine gli amori si somiglino.

Questo romanzo non è in alcun modo intenzionato a depotenziare le relazioni, quanto più a esaminarle, a mostrare le parti di cui si compone prima che diventino schegge di un amore che è stato e che non è più.

«Caro Museo, gli amori finiscono anche se i matrimoni continuano, se ne fregano di quali siano i nostri vincoli, le nostre convenzioni, loro finiscono nelle assenze, in un piatto trovato pronto e mangiato in silenzio senza nemmeno pronunciare un grazie. Gli amori annegano nel veleno per formiche sparso a difesa dell’indifendibile.»