Muschio bianco di Anna Nerkagi: un viaggio nella tundra siberiana

Muschio Bianco di Anna Nerkagi, edito da Utopia Editore nella traduzione di Nadia Cicognini, è un dolceamaro e meraviglioso cammino tra la tundra siberiana e il cielo. Se già Aniko, il primo libro di Nerkagi, ci aveva portato tra il popolo nenec, con le loro tradizioni e il difficile rapporto con la modernità e quello che si instaura tra padri e figli, con Muschio bianco andiamo ancora più in profondità.

Muschio bianco

Chi sono i nenec?

Ma chi sono i Nenec, a cui la stessa Nerkagi appartiene?

Spesso tendiamo a dimenticare che la Russia è davvero così grande, così estesa. C’è una parte più vicina a noi che forse conosciamo, Mosca, San Pietroburgo, reminiscenze scolastiche, e poi uno sconfinato Far East. Un Far East ancora più nebuloso del Far West tanto favoleggiato nella letteratura e nella cinematografia americana. Ecco, anche solo pensare che in questo strapaese che attraversa undici fusi orari vivano solo “russi” è estremamente riduttivo.

Mari, chuvashi, buryati, yakuti… forse li conosciamo per i reportage di qualche isolato viaggiatore, eppure, di qua e al di là degli Urali, il confine più indefinito d’Europa, dove c’è posto solo per un cartello, sulla Transiberiana, che indica Europa e Asia, fioriscono popoli longevi e dimenticati: dagli zar, ai soviet, a oggi.

Tra questi, troviamo i Nenec, una popolazione indigena di origine samoieda: la maggior parte è stanziata tra le regioni di Jamalia e Venezia, tra gli oblast’ di Tjumen e Arkhangelsk, in quella che consideriamo Russia europea. Nomadi, votati all’allevamento delle renne nelle aspre regioni della tundra, all’inizio del Novecento uscirono dall’isolamento dal resto del mondo, andando incontro a un progressivo degrado nello stile di vita indigeno. 

Dopo la Rivoluzione russa, il governo sovietico impose ai Nenec di stanziarsi per favorire il processo di assimilazione: la vicinanza fisica con le altre etnie e l’istruzione scolastica impartita ai giovani (secondo un decreto del 1957 l’amministrazione si assumeva l’onere inderogabile di crescere culturalmente i bambini fino alla maturità) finirono per provocare una profonda erosione nell’identità culturale della popolazione samoieda.

Muschio bianco: chi va e chi resta

Muschio bianco si inserisce in questa storia: il villaggio, la manciata di čum (le abitazioni a struttura conica a sviluppo circolare attorno a un focolare, elemento centrale) di cui ci troviamo a leggere è alle prese con quello che, banalmente, potremmo definire divario generazionale, eppure c’è molto di più.

C’è un mondo dimenticato, fatto di gente che va e gente che resta: i figli partono, i genitori, i vecchi, restano. E i giovani, pochi, come Alëška, che non lasciano il villaggio, è come se in fondo se ne andassero. La storia, la vita, il progresso scavano un solco incolmabile tra le generazioni, dove sembra sempre che, insieme alla neve, a sciogliersi ci siano le speranze, i sogni, la felicità stessa. Attorno, solo la tundra, le renne e il ricordo di ciò che manca, per provare a sopravvivere in quello che rimane.

Su un’eco montaliana da La casa dei doganieri. “Tu non conosci la casa di questa mia sera/ed io non so chi va e chi resta”, ogni vita che incontriamo in queste pagine è una storia di mancanze, mancanze che non si possono leggere esplicitamente, ma che percepiamo.

Alëška e la giovinezza

Il libro si apre con un matrimonio, ma l’atmosfera non è quella che ci aspetteremmo: Alëška sta per sposare una ragazza di un altro villaggio, ma tutto è nell’aria, fuorché l’allegria. Il motivo sta, per la prima volta nel racconto, proprio in chi va e chi resta: il giovane nenec è innamorato della figlia di Petko, uno degli anziani. Una di quei figli che hanno scelto qualcosa di diverso, la modernità, il mondo. 

Alëška decide di sposarsi perché in fondo sa che quell’amore non tornerà. Davanti a quell’agnizione, agli anni perduti nell’attesa, al continuo rimando, in un certo senso, dell’approdo all’età adulta, lo smarrimento davanti al cambiamento è sempre più grande. Eppure tutto conduce a una scelta: uno scegliere che è di per sé sacrificio, perché bisogna accettare di rinunciare a qualcosa. Fosse anche la speranza dell’insperabile e che, nella tundra, sembra l’unico modo di restare vivi.

Petko, Vanu, Chasava e la vecchiaia

Ci è sempre più facile empatizzare con i giovani, con i ribelli, con chi vuole fare di testa propria. Incredibilmente, Nerkagi, come anche davanti ad Aniko e suo padre Seberuj, riesce nell’impresa di farci empatizzare con chi, normalmente, riteniamo più lontano. Con chi sembrerebbe condannarci a una vita triste, povera, all’apparenza vuota: invece, nel mondo, il rischio è perdere, perdersi, e perdere proprio se stessi. 

C’è un passo molto bello, nel libro, che dice:

C’è qualcosa di attraente e inafferrabile per la mente di un giovane nei discorsi dei vecchi, qualcosa che ricorda il fruscio delle foglie e lo scricchiolio di alberi stanchi, ma ancora forti, non ancora corrosi dai vermi e dai venti.

In Muschio bianco siamo davanti a Petko, Vanu, Chasava: un microcosmo di anziani delusi e smarriti davanti al cambiamento, figli che partono e non tornano. E, se tornano, è soltanto per chiedere. Rassegnarsi è più difficile che aspettare la morte, nella tundra siberiana. Eppure, davanti a questa galleria di personaggi, non possiamo fare a meno di sentirci quasi di troppo, mentre osserviamo questi uomini diventare sempre più simili a titani. Non ci sono abbellimenti o orpelli, nelle descrizioni di questi inaspettati eroi: c’è la più alta forma di rispetto che uno scrittore o una scrittrice possano usare, ed è la cura.

Muschio bianco: una storia d’amore

Muschio bianco è una storia di lacerazioni, di comunicazioni mancate, della difficile e sempre più labile continuità tra le generazioni: eppure, non è un romanzo sulla colpa. Non c’è un colpevole su cui riversare odio, c’è un affetto, in fondo incondizionato, da parte di Nerkagi, per il suo mondo. Per il suo popolo. Per una natura che ci fa commuovere e le cui descrizioni ci tolgono il fiato.

Muschio bianco è, nonostante tutto, una storia d’amore: non una storia innamorata, questo sarebbe troppo facile. È una storia fatta di quell’amore che è fatica e perseveranza, che è disposto a vedere e accettare i difetti e le mancanze di chi ama. Soprattutto, che è disposto a continuare ad amare.

La risposta, definitiva, è quella che ci dice Nerkagi stessa:

Non creare: Non esiste castigo peggiore.
Non amare: non esiste sorte più amara”