Molto vapore per nulla, steampunk scanzonato che invita a riflessioni profonde
Molto vapore per nulla di Stefano Ottaviani, edito da Gainsworth Publishing, è un romanzo fantasy steampunk, un’avventura investigativa dal ritmo serrato, dove l’umorismo serve anche a illuminare contraddizioni, ruoli sociali e meccanismi (non solo quelli a vapore) del potere. Tra battute taglienti e una squadra di protagonisti tanto disastrosa quanto irresistibile – che inciampa spesso, ma sempre con stile – Molto vapore per nulla mescola scienza, mistero e sarcasmo con invidiabile equilibrio. E ricordate: a Londra nulla è mai davvero come sembra. Probabilmente nemmeno il pudding.
«Non ti stanchi mai di renderti ridicolo?»
«Ho un’ottima resistenza.»

Una compagnia improbabile per un mistero più fitto del previsto
Londra, anno 1840: tra nebbia, fuliggine e vassoi con tazze di tè bollente (trascinate in luoghi indicibili!), la città si muove al ritmo di ingranaggi e incantesimi. La Regina? Un vampiro. La classe dirigente? Anche. Gli esseri umani arrancano qualche gradino più sotto nella scala sociale, mentre in fondo, al margine dell’accettabile, si aggirano gli Strix, creature magiche di dubbia reputazione. È in questo contesto che Catherine Webster, giovane nobile dal carattere affilato, si ritrova invischiata in un guaio colossale: suo padre, un influente parlamentare, è stato rapito. E l’unico che accetta di aiutarla è Harvey Langston, investigatore dell’occulto dal talento incerto e dai modi ancora peggiori. Ad accompagnarli, una compagnia alquanto bizzarra: un maggiordomo imperturbabile di nome Alford e uno Strix mutaforma. Insieme, si ritroveranno a inseguire indizi tra vicoli fumosi, capannoni fatiscenti e fogne maleodoranti, inciampando in un complotto che va ben oltre il semplice sequestro.
Una trama ricca di colpi di scena e personaggi tutt’altro che da manuale
Molto vapore per nulla è ricco di plot twist che mantengono alta la tensione, facendo emergere al contempo la complessità dei suoi protagonisti. Inizialmente, i personaggi sembrano incarnare dei veri e propri stereotipi: l’investigatore asociale e pasticcione, il maggiordomo sempre impeccabile, la nobildonna in difficoltà, e così via. Tuttavia, il romanzo gioca abilmente con queste aspettative, rivelando che dietro queste apparenze si nascondono personalità ricche di sfumature. Nonostante l’ironia che permea la narrazione, i personaggi si dimostrano tutt’altro che unidimensionali. Quella che sembrava una trama classica si trasforma in un intrigo che evolve più volte, spesso in modo inaspettato (forse non per i lettori più esperti di investigazioni). Ogni twist, sapientemente piazzato, non solo ribalta la situazione, ma fornisce anche nuove chiavi di lettura per le motivazioni e le dinamiche che legano i personaggi.
Cosa significa essere umani? Chi ha il diritto di definirlo?
Tra le nebbie, gli ingranaggi e i dialoghi al vetriolo, il romanzo riesce anche a porre una domanda tutt’altro che leggera: cosa significa essere umani? Una questione che affiora tra le righe, con la naturalezza di chi non vuole fare la morale, ma sa accendere pensieri. Uno dei personaggi più interessanti è infatti un individuo “migliorato”, con innesti meccanici che lo rendono in parte robotico – e convinto che quella sia la direzione giusta per tutta l’umanità. Per lui, fondere carne e metallo è evoluzione. Per altri personaggi, invece, il progresso dovrebbe restare ancorato alla natura, senza “snaturarla” troppo. In questo senso il libro solleva una riflessione sottile che richiama certe atmosfere alla Blade Runner: dove finisce l’umano? È una questione di corpo, di coscienza, di scelte? E chi ha davvero il diritto di definirlo?
Il tempo è un concetto strano. Non si può sentire, non si può vedere e forse non si può nemmeno comprendere appieno, eppure (o forse proprio per questo) l’uomo ne è sempre stato ossessionato, e ha sempre tentato di scandire la propria vita inquadrandola in cornici prefissate. E pur non potendo muoversi liberamente da una cornice all’altra, ha fatto in modo di definire questi confini con precisione sempre maggiore, ricorrendo a orologi nei secoli sempre più affidabili ed elaborati. Ma guardando il gigantesco orologio in ferro che svettava sulla magione di Algernon Bankes, Catherine si rese conto che il suo scopo non era solo tracciare lo scorrere del tempo: era un messaggio, un simbolo e un memorandum. Ricordava al suo padrone che il tempo scorre e come un fiume evolve, trascinando con sé l’uomo e la sua tecno-magia e che ogni attimo era un’occasione per trasformarsi in qualcosa di più di quello che si era l’attimo prima.
Un titolo da non perdere, di un sottogenere fantasy poco esplorato in Italia
Tra i temi affrontati rientra anche il razzismo: similmente a Harry Potter, anche qui le razze minori (gli Strix) sono emarginate e accusate di essere la causa dei mali della società, alimentando divisioni e pregiudizi. Il romanzo indaga inoltre le dinamiche del potere, mostrando come esso venga esercitato attraverso la manipolazione della paura e l’uso della propaganda. Un’élite dominante sfrutta la frammentazione sociale per mantenere il controllo, in modo non dissimile da quanto accade nel mondo di Hunger Games a Capitol City.
Consigliato a chiunque voglia avvicinarsi al mondo steampunk con leggerezza ma senza rinunciare alla sostanza. Molto vapore per nulla fa ridere – anche a voce alta – ma nel frattempo lancia spunti che fanno riflettere.