Il bauletto dell’Armida di Marinella Giuni: misteri e pettegolezzi con una deliziosa colonna sonora

«I conti erano da fare, perché sicuramente la cara Aurelia uno straccio di testamento l’aveva lasciato. Ma dove? E soprattutto, chi avrebbe messo le mani sui soldi e sulle case? Qualcosa non tornava.»

Nei luoghi piccoli la vita diventa pettegola.
A volte succede che i racconti siano più veri, e le persone abbiano l’etichetta dell’Amicizia: più sovente tutto scappa, anche la verità, e le storie di chi se ne va. Prima scossa: Aurelia non c’è più, è il primo giorno d’estate e nessuno si aspettava una triste novella, è “quella stagione fatta di un cielo che sembra latte”, la vita di paese si accende, si mescola con i pettegolezzi e con un mistero nuovo, finalmente, le persone hanno un nuovo gioco tra le mani.

«Eppure, con tutti i suoi soldi, le sue manie, i vestiti, le poesie e le vacanze, la povera Aurelia se n’era andata anche lei.»

Ecco che le persone scendono in campo, ingannano le regole e i ricordi, come dentro un incantesimo confondono i pensieri di chi aspetta e osserva.  
Seconda scossa: non si trova il testamento dell’Aurelia. Nessuno ne sa nulla, nemmeno il calmo e preciso notaio di paese: è stato fatto? A favore di chi? Le chiacchiere ruotano intorno a due personaggi: la dama di compagnia Alta Grazia e il pigro nipote Adolfo.

Terza scossa: il testamento non è l’unico oggetto scomparso, anzi, la buona Armida, perpetua curiosa e instancabile, non trova più il suo famoso bauletto, quello che dà il titolo a questa commedia di inganni e pettegolezzi. L’Aurelia se n’è andata, il caldo fa impazzire il pensiero e accende i nervi e le mani, la stessa mattina “grattano” la borsa alla povera donna, un’imitazione di Louis Vuitton che aveva preso al mercato, una delle tante volte che con tenacia, furbizia e tante parole era riuscita a vincere lei.

«Ossignur, ma proprio adesso doveva morire, col caldo che fa?», dice l’Armida, e intanto si prepara a organizzare il funerale, le idee della gente: addobba chiesa e paese a lutto e a pettegolezzo.

Il bauletto diventa protagonista di un’indagine: sarà proprio lei, la cara perpetua con le sue stranezze, la sua furbizia e fortuna q.b. a risolvere il mistero. Il funerale si trasforma in un evento mondano, vengono a galla episodi gustosi e aneddoti sulla vita dei parrocchiani che tengono occupate le sue orecchie e la sua mente macchinosa.

Nei misteri, come nelle chiacchiere sugli altri, le persone si divertono molto. Sussurrano le loro verità senza pesarle, e bisbigliano, bisbigliano, curiosi di sapere tutto prima degli altri. 
La ricetta è semplice, gli ingredienti sono pochi. 

Ironia

“Il giorno del funerale a Oriolo sembra fare più caldo che dalle altre parti”, ecco l’incipit di un evento triste per finta, invece buffo, sudato e chiacchierone: “la chiesa è bella”, il Don e la perpetua litigano come cane e gatto, arruffano il pelo e allungano le orecchie, curiosano la bella vita che l’Aurelia ha lasciato, costruiscono castelli di curiosità e domande tra le persone, tutto ruota intorno alla domanda “adesso i soldi chi se li gode?”.

L’Armida sente di meritare un posticino nel testamento, ma Adolfo e Alta Grazia lo vogliono di più questo posto fortunato che fa ricchi senza fatiche e in una firma, fino a farli saltellare nell’oro. Intanto, non perdono tempo e, fatale l’incontro in chiesa, si rotolano nelle lenzuola, sudano l’estate di passione e si divertono, aspettando il momento di vincere sull’altro. Le giornate sono sì sospese e troppo calde, ma divertenti davvero.

Mistero

L’Aurelia era tanto cara ma ha fatto impazzire il notaio, un dato di fatto: andava per lasciare tutto alla cara Alta Grazia poi ad Adolfo, poi tornava e non sapeva. Intanto l’Armida pensa e curiosa in giro: sarà la Patty? La Mary? Ormai è più importante che sistemare la chiesa e far felice i fedeli, insomma, “qualcuno doveva pur sapere qualcosa”. Alta Grazia si traveste da investigatore accurato e graffiante, da buona donna ha “tra le tette una chiave”, l’abito migliore per un segreto.

Colonna sonora

Ambientato negli anni Settanta, li celebra al meglio regalando una canzone ogni capitolo: ho apprezzato molto queste citazioni, la voglia di essere presente al momento e creare un’atmosfera calda e intima per il racconto. Un altro aspetto che ho apprezzato è lo stile ironico di costruzione della narrazione, spesso affidandosi al dialetto e a modi di dire goffi per delineare al meglio un personaggio, questo ha reso brillante il romanzo breve che personalmente ho trovato difficile da afferrare in certi passaggi, quasi a rendere bene la confusione tipica di quando succede qualcosa e nessuno ci capisce molto.

Lo consiglio a chiunque voglia passare una giornata in compagnia di personaggi buffi e divertenti e un giallo frizzante: un racconto di 109 pagine che si legge in un pomeriggio.