Misteri berlinesi: passeggiate nell’anima tedesca

Flavio Cuniberto, in Misteri berlinesi di fresca pubblicazione per Neri Pozza, ci fa passeggiare per le strade e i quartieri della capitale tedesca, alla ricerca di quel cuore berlinese così difficile da inquadrare. Vagabondando tra luoghi, epoche e racconti di personaggi d’eccezione e non solo, tra nomi illustri ed esistenze più minute, siamo trasportati, frastornati, in una sorta di battuta di caccia al seguito di un’anima tedesca che continua a sfuggire.

Misteri berlinesi

Quale Berlino?

Ma di quale Berlino parliamo?

Ancor prima della dicotomia postbellica tra settore est e settore ovest a cui forse siamo più abituati, ci troviamo a camminare, all’apparenza almeno, tra tante Berlino diverse: dall’unione medievale di due piccole città sulla Sprea, alla città prussiana, al Terzo Reich, alla Berlino ebraica, al Berghain, tra i casermoni similsovietici, al castello di Sans Souci. Com’è possibile che così tante sfaccettature appartengano a un’unica città? E, soprattutto, noi vittime dello spirito romantico, quale Berlino dovremmo scegliere?

Dai simboli più ovvi, più immediati che conosciamo, la Berlino nuova, alla dimensione fiabesca, latente, sì, ma sempre presente, a quella mostruosa che, ciclicamente (e in maniera terribilmente umana, il lato peggiore della nostra specie), vuole ingoiare tutto ciò che è altro da sé, decretando, inconsapevolmente, anche la propria distruzione, in un delirio di onnipotenza.

Allora, se tutte le Berlino sono un unicum, siamo davanti a una città che ha fatto della propria vocazione all’indefinibile il proprio genius loci: Berlino è un’arca di culture. Eppure, qual è il suo mundus, il centro sacrale della città?

La sfuggente anima berlinese

Berlino ha un’anima di ninfa, in fondo: sfugge. Sfugge come l’eterea figura mitologica, si nasconde nella Sprea, tra i vari quartieri, nelle epoche storiche. Ci verrebbe, con l’autore, quasi da chiedere chi sia, questa Berlino, se l’abbiamo già vista, se l’abbiamo incontrata prima.

Berlino ci lascia spiazzati: se, dalla storia, sappiamo che la Germania per come la conosciamo è composta di tanti stati e staterelli riuniti dalle politiche di Bismarck e dalla supremazia prussiana, siamo comunque in grado di riconoscere, ad esempio, Amburgo e il suo passato di città anseatica, o Monaco di Baviera, legata a un’animo forse ancora nostalgico del sole del Mediterraneo, al baluardo barocco del cattolicesimo dopo la riforma luterana. Ma Berlino, cos’è?

La città sfugge a quello che persino la ragion di stato vorrebbe per lei: capitale della potenza capitalista tedesca, locomotiva d’Europa (la cui corsa, negli ultimissimi anni, comincia suo malgrado a rallentare), si lascia sedurre, a riprese reiterate nel tempo, dal richiamo orientale. 

Forse è perché, inaspettatamente per noi, figli e figlie del limes romano, delle leggende e dei miti fondativi delle nostre città, quel mundus di cui parlavamo prima, quell’umbilicus mundi che cerchiamo, a Berlino non esiste. Questa mancanza, tuttavia, è colmata e trabocca di un genius loci estremamente forte, frutto della coesistenza di plurime identità.

La città arca

Torna più volte, nell’arco di Misteri berlinesi, la consapevolezza di quanto Berlino sia una città arca: dalla Hauptbahnhof a Potsdamer Platz, dal Kurfürstendamm a Unter den Linden, da Prenzlauerberg, a Charlottenburg ad Alexanderplatz, passando per la grande cicatrice del tracciato del muro, tutto acquista senso nel riconoscimento delle diverse identità della città

È qualcosa che ritroviamo nell’estetica, nell’architettura, nella filosofia dello spazio urbano berlinese, figlio del genio dell’architetto Karl Friedrich von Schinkel, moderno a tal punto da incarnare la classicità senza l’obbligo di essere neoclassico, nella musica, nell’eredità ebraica. In poche parole, è quello che troviamo nella scenografia vibrante e viva che Berlino regala a chi la abita e a chi, come noi, vagabonda per i suoi quartieri.

La città arca ha rinunciato, in un certo senso, alla fuga verticale delle città nordamericane, così come all’espansione orizzontale a perdita d’occhio delle megalopoli dell’Estremo Oriente: la sua grandezza si insinua in altre forme, indirette e allusive, diventando forse una grande porta sui due punti cardinali di Est e Ovest. Qualcosa che Elias Canetti, figlio di un altro impero, di un’altra grande anima sfuggente, quella viennese, è caratterizzato da una corrente alternata di ragione e istinto, eppure perennemente intrecciati.

Auf geht’s nach Berlin

Auf geht’s nach Berlin, andiamo a Berlino, allora: una città reale, piena di cicatrici della storia, e una città invisibile, una città di antico splendore che riassembla le stesse vecchie pietre e le vecchie forme in nuove combinazioni. Non esiste un’unica Berlino o, meglio, Berlino esiste perché possiamo ritrovare il quid variegato e figlio di plurime identità che forma la vera anima tedesca. Forse esiste anche perché possiamo ritrovare noi stessi, fatti di margini e cicatrici che a volte vorremmo tenere nascosti.

Berlino non è di nessuno.

Berlino è di tutti.