Milano, il mondo non cambia di Thomas Melis

Amo quando si parla male di Milano, quando la si maltratta, quando si tirano fuori le sue magagne, i suoi lati oscuri. Mentre per altre città italiane i problemi sono sotto gli occhi di tutti, evidenti e quasi pigramente sfacciati, Milano si camuffa da grande città europea, con la sua movida, la sua moda, il suo fermento culturale, il suo lavoro.

Milano brilla, Milano splende, infiocchettata dai milioni che fa girare. Che bello quando la vernice si scrosta lasciando intravedere il qualcosa che c’è sotto.

Trama e personaggi

Melis non è milanese: è nato a Tortolì e ha studiato prima a Firenze e poi a Bologna, eppure ci accompagna in giro nei quartieri della città meneghina come se fosse il padrone di casa, la guida turistica di un tour della mala. E di Milano ci fa assaporare tutto: lo splendore dei quartieri pettinati, che vivono ad ape e sushi e lo squallore delle case popolari, dove i palazzoni quasi non fanno filtrare il sole e il futuro non si sogna, è solo sopravvivenza (Ti vendo i sogni perché tu non ne hai – Lazza, Morto mai).

Quello che non cambia, alla fine, è che in questo tour incontriamo solo gente di malaffare: dallo scalino più alto a quello più basso, percorriamo tutta la gradinata.

Incontriamo le grandi famiglie della ‘Ndrangheta: gli Alfieri che comandano e i Procopio, loro sottoposti, che cercano di soppiantarli; incontriamo i politici corrotti, i venditori di droga, gli spacciatori e i consulenti che costruiscono sicurezze finanziarie e riciclaggio. Tutti costoro hanno i loro motivi per essere “cattivi”: cultura, eredità, obbligo, assenza di alternative. E ciascuno ha le sue debolezze: tentennamenti, coscienza, una famiglia e – dopotutto – anche l’amore.

Per ogni uomo c’è un lato luce e un lato ombra. In alcuni il lato luce filtra poco e i motivi a volte non sono una cattiveria innata, ma una costrizione sociale, una formazione data da una scala di valori errata tatuata nel DNA.

Il tempo passa per tutti, ma non a tutti è concesso di invecchiare e il “capobastone” Don Rocco Alfieri, si accorge che sta prendendo brillantezza, ma che non ha sotto di lui pronto un erede valido a raccogliere il testimone e a garantire il futuro della sua dinastia.

Filippo Barone è il suo brillante consulente milanese, un Milanese Imbruttito fatto e finito con tutto il suo repertorio di figa, fatturato e giargiana; ma è un Imbruttito che non ci fa ridere e che si diverte ben poco pure lui. Ha ereditato il suo ruolo dal padre e si sa che da certi ambienti non si può uscire da vivi.

Leonardo Ferrari è il picciotto di quartiere, il galoppino, quello che spaccia la coca, il pesce piccolo che si muove sotto i palazzoni senza un futuro.

E tra loro due, Bianca Viganò, la splendida escort, amata e contesa da entrambi  ma priva della dignità di decidere. Dai suoi uomini si fa scegliere, portare, salvare. Come la principessa di una favola brutta.

Il Covid-19 in uno scenario marcio

E poi l’apocalisse: il COVID-19 che si abbatte come una piaga su questo scenario marcio; anche lui un personaggio importante che entrando in scena si fa sentire, sposta degli equilibri, sembra voler chiudere dei capitoli come un cieco deus ex machina. Ma d’altronde il virus è solo una metafora di quegli altri, come sottolinea la citazione da Matrix: “Improvvisamente ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante. Cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento e sai qual è? Il virus. Agente Smith.”

Sin dai primi capitoli vediamo agire i Procopio in questa maniera nella ditta dei Redaelli, controllata per una questione di appalti truccati. Il virus si inietta in un corpo vitale, lo depreda e lo fa morire. Sono due infatti le apocalissi che si abbattono in questo romanzo e sono una la metafora dell’altra.

E poi? Andrà tutto bene? Ne usciremo migliori? Macché: e poi nulla cambia, casomai si sposta leggermente.

“Filippo caro, noi cambiamo tutto ma in realtà non cambia mai niente. Il mondo non cambia, l’Italia non cambia, Milano non cambia e tutti insieme stanno dalla parte di chi vince. Dalla parte nostra.”

In conclusione, per chi è questo romanzo?

Per chi ama le fiction che si aggirano tra fantasia e realtà come Gomorra o Suburra. Per chi vuole ragionare su quali sono i possibili meccanismi della malavita e si vuole beare nel “farsi un giro da dentro”. Quando ho parlato di tour guidato non ho esagerato: l’immersione è totale grazie ad un uso molto studiato della lingua.

A raccontare, a creare il giusto ambiente, sono infatti le parole: talvolta i dialetti (milanese, calabrese), le espressioni mutuate da altre lingue (lo slavo, il sinti), ma sempre e soprattutto il gergo, quello della “mala”. Un gergo che a sua volta non è unico, ma differente a seconda dello “strato sociale” in cui si parla.

Il più divertente, il più ricco, è quello della bassa manovalanza, quello dei galoppini dello spaccio.

Qualche esempio: “aveva una collanazza da dieci PALI”; “Tira fuori i LOVE (soldi)”; “Teneva la busta con la BARELLA (cocaina) infilata dentro le Nike”; “Braccia con disegni MADE IN CASANZA (galera); “Era uno di quei locali che la SESSE (polizia) chiudeva una settimana sì e l’altra pure. E infine il geniale “Riocontra”, il linguaggio segreto dei malandrini del ‘70 rispolverato dal RAP anni ’90, in cui basta sostituire l’ultima sillaba alla prima per cifrare le parole (es. DREMA invece che MADRE).

E a coronamento di tutto, la colonna sonora: pezzi come Routine di Neima Ezza, perché nulla sia lasciato al caso, nemmeno la musica (“Vendo i PEZZI, perdo peso, sono a pezzi come i Lego“).