Mario La Cava e Leonardo Sciascia: Lettere dal centro del mondo

Lo scrittore calabrese Mario La Cava, in un articolo per la “Gazzetta del popolo”, parlava di Leonardo Sciascia definendolo uno scrittore “della stessa tempra morale di Tolstoj” che “mira alla verità, alla rettitudine, alla fermezza. Raggiunge il cuore dell’uomo: gli toglie le illusioni, ma gli dà coraggio”.

Da questa definizione intrisa di affettuosità, ma anche di obiettiva autenticità, emerge il rapporto tra i due scrittori, un rapporto costituito da stima reciproca, profondo rispetto e sincera amicizia.

Un’amicizia lunga una vita, o quasi

Questo legame, che oltre a essere affettivo, è anche lavorativo, copre un arco di trentasette anni ed è racchiuso all’interno dello scambio epistolare intitolato Lettere dal centro del mondo, edito da Rubbettino.

Sciascia conobbe La Cava già nel 1937, leggendo alcuni suoi racconti pubblicati su “Omnibus”, ma la prima lettera tra i due risale al 1951. Il titolo che è stato dato al carteggio epistolare dai curatori fa riferimento a Vincenzo Consolo che con l’espressione il terremoto livellatore […] ha portato in superficie i centri della terra da cui venivano fuori le storie, i racconti” fa un’accurata analisi speleologica della vita.

Il centro del mondo

Ma perché mai centro del mondo, se Mario La Cava e Leonardo Sciascia scrivevano da due paesi di provincia? Perchè, in fin dei conti, il legame principale e saldo che li univa era la letteratura e li rendeva protagonisti al centro del mondo con le loro opere.

Il centro del mondo rappresenta il nocciolo incandescente della creatività di uno scrittore che dà una chiave, una prospettiva per guardare le cose esterne dall’interno.

Un altro riferimento letterario al titolo è l’esergo preposto al romanzo di La Cava La ragazza del vicolo scuro, attribuito ad anonimo calabrese: “Dove avete trovato una storia così verosimile? Nel centro della terra, signore“.

Mario La Cava

Due scrittori di provincia

E proprio perché erano due scrittori di provincia – La Cava di Bovalino e Sciascia di Racalmuto – provavano il malessere intellettuale che li poneva nella condizione di affrontare delle trasferte proprio per il loro lavoro.

I due viaggiavano di continuo, creando e mantenendo dei rapporti lavorativi con intellettuali e accademici che dirigevano riviste e editori di case editrici prestigiose o meno. Protagonisti ai loro esordi erano a quel tempo Elio Vittorini, Alberto Moravia, Giorgio Bassani, Italo Calvino e tanti altri intellettuali che scrivevano dietro compenso per i periodici, e dunque per questo motivo si parla di lavoro di scrittura.

Inoltre, Sciascia intendeva la scrittura come un lavoro instancabile di ricerca, mentre La Cava analizzava la memoria passata, le difficoltà del radicamento e tutto ciò che è associato alla dignità di onesti uomini lavoratori costituiti da un’innocenza naturale.

Tuttavia, per Sciascia e La Cava la fuga identificava anche una possibilità di incontro tra i due e il desiderio reciproco di allontanarsi dalle faccende familiari, legate al malessere economico e di salute, in particolare per La Cava.

Solitudini prolungate

Quando i due scrittori accennano a “solitudini prolungate” lo fanno con un certo rammarico e con un certo tedio, per dimostrare in maniera indiretta al lettore quanto sia diversa e precaria la vita di provincia. Questo vale soprattutto per Sciascia, che si sentiva isolato all’interno dell’Isola e soprattutto nell’entroterra della sua isola, come scrisse nella Notizia premessa a Occhio di capra.

Isola nell’isola, come ogni paese siciliano di mare o di montagna, di desolata pianura o di amena collina, la mia terra, la mia Sicilia, è Racalmuto, in provincia di Agrigento. E si può fare un lungo discorso su questa specie di sistema di isole nell’isola: l’isola vallo […] dentro l’isola Sicilia, l’isola-provincia dentro l’isola-vallo, l’isola-paese dentro l’isola-provincia, l’isola-famiglia dentro l’isola-paese, l’isola-individuo dentro l’isola-famiglia.

Leonardo Sciascia

Ma se La Cava si ancorava al paese non per piacere, ma per necessità“, Sciascia sembrava più restio a un abbandono radicale della Sicilia, perché quella che in realtà pativa era l’italianità e non la sicilianità, che già costituiva un mondo a sé. Infatti in uno dei suoi saggi scrisse:

Alla domanda: “Come si può essere siciliano?” un siciliano può rispondere: “Con difficoltà” […] E anche noi siamo qui, a viverla, questa dolorosa e gioiosa difficoltà: “né con te né senza di te posso vivere”.

Parafrasando quasi la stessa affermazione che fece Gesualdo Bufalino anni dopo, cioè il luttuoso lusso di essere siciliani. Per questo motivo, nonostante i due viaggiassero all’estero per brevi o lunghi periodi, si raccontavano poco attraverso la corrispondenza, perché quei viaggi rappresentavano quasi una materia di studio per poter comprendere meglio la loro dimensione di immobilità provinciale.

Galleria: la migliore rivista siciliana

Le conversazioni epistolari si infittirono nel momento in cui Mario La Cava iniziò a collaborare su invito di Leonardo Sciascia per la rivista “Galleria” di Caltanissetta, edita dall’editore e imprenditore Salvatore Sciascia.

La rivista, negli anni Cinquanta, godeva di grande prestigio in tutta Italia, tanto da essere ritenuta la migliore in Sicilia da Elio Vittorini. Vantava la collaborazione di molti scrittori e critici del Novecento come Pier Paolo Pasolini, il già citato Alberto Moravia, Mario Praz, Emilio Cecchi, Enrico Falqui, Roberto Longhi, e divenne di grande spessore culturale grazie alla direzione di Leonardo Sciascia.

I rapporti lavorativi tra La Cava e Sciascia non sfociarono mai in screzi o competizione perché lo spirito altruistico e l’ammirazione reciproca li portava a intercedere l’uno per l’altro quando si trattava di cercare riviste, giornali o case editrici che li pubblicassero.

Sciascia e La Cava

Mario La Cava pubblicò presso “Galleria” il famoso Colloqui con Antonuzza e diversi articoli, parlandone spesso con Sciascia e chiedendo il suo parere o la sua revisione. Ma le loro erano anche lettere in cui si scambiavano pareri sull’attualità, impressioni sulle nuove letture intraprese, confessioni sui malesseri che sentivano in comune, sulle scelte non facili da intraprendere, sulle speranze per progetti futuri e sulle proprie aspirazioni come uomini e come scrittori.

In una lettera del 1973, La Cava scriveva a Sciascia:

Tu non sei uno di quelli che cambiano modi a seconda della loro fortuna. Sei uguale a te stesso.

Quella di essere uguale a se stesso è l’accezione che più rispecchia la personalità di Sciascia, sempre dedito al proprio lavoro e alle proprie amicizie con rispetto, con gratitudine, senza mai perdere la propria umiltà d’animo, o meglio, la virtuosità, neanche quando Il giorno della civetta divenne Best Seller.

A sua volta, Leonardo Sciascia, affermò che le opere trattate da La Cava furono fondamentali per la sua scrittura:

Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità e rapidità a cui aspiravo.

Infatti, proprio da quello stile di scrittura, Sciascia attinse la propria brevitas narrativa, la semplicità e il fraseggio arguto ma incisivo. E sarà proprio Mario La Cava a comprendere a fondo l’animo di Sciascia attraverso opere come Todo Modo e Il consiglio d’Egitto: cioè a intendere la dimensione del falso più forte e veritiera del vero stesso, perché l’atto di negare ha il valore di ammettere una sottigliezza, come fece il personaggio dell’abate Vella.

Scrivere nonostante tutto

Il lettore riesce a percepire benissimo lo scorrere degli anni con velocità, ma anche con una certa malinconia perché dalle parole di Sciascia e di La Cava affiora moltissimo la volontà, il desiderio di scrivere ancora nonostante le malattie, di scrivere ancora nonostante gli anni passino e la giovinezza sfiorisca, di scrivere ancora nonostante la morte chieda udienza, di vivere ancora nonostante tutto, solo per la scrittura.