Mandami tanta vita: Piero Gobetti e la gioventù

Paolo Di Paolo è uno scrittore che sembra appartenere a un altro tempo, non troppo lontano eppure distante rispetto ai giorni nostri: in Mandami tanta vita riesce pienamente a somigliare alla materia che tratta, tornando indietro nel tempo di circa un secolo, equilibrandosi perfettamente tra gusto moderno e stile del passato. La sua penna si muove con una grazia tale che non saprei definire diversamente se non novecentesca, il suo è uno stile che porta alla memoria la scrittura per sottrazione e il tangibile di Natalia Ginzburg e il reale camuffato da onirico di Antonio Tabucchi: il risultato è ammaliante.

Mandami tanta vita è un romanzo del 2013 edito Feltrinelli, vincitore del premio Salerno Libro d’Europa e del premio Fiesole Narrativa under 40, oltre che finalista al premio Strega 2013. Si inserisce nel filone letterario della biografia romanzata, muovendosi apertamente tra fiction e non fiction: il protagonista del Novecento delineato in queste pagine è Piero Gobetti.

L’editore giovane Piero Gobetti

Piero Gobetti nasce a Torino il 19 giugno 1901 e muore giovanissimo a Parigi il 16 febbraio 1926. Paolo Di Paolo narra qui la parabola discendente della vita di Gobetti, concentrandosi sulle ultime settimane della sua vita, a partire proprio dal suo espatrio parigino: ma chi è stato Piero Gobetti?

Giovane intellettuale pieno di vitalità, Gobetti si emancipa subito dalle sue origini contadine studiando, grazie ai sacrifici dei suoi genitori, presso il Liceo Gioberti di Torino, dove conosce personalità vivaci e intraprendenti, tra le quali anche Ada Prospero. Ancora al liceo, nel 1918, fonda la sua prima rivista, Energie Nove, che pubblicherà sino al 1920, distinguendosi al punto da essere proposto come direttore dell’Unità. Si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, approfondisce gli studi umanistici e filosofici, collabora con alcuni giornali come critico teatrale e si interessa con fervore alle lotte operaie. Nel 1922 fonda una nuova rivista, La Rivoluzione liberale, di stampo antifascista, con la quale intende formare «una classe politica che abbia chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato» attraverso una particolare attenzione al Risorgimento e alla storia d’Italia, analizzando al contempo le questioni politiche presenti.

Il 1923 è un anno di svolta: a gennaio sposa Ada Prospero, a marzo fonda la sua casa editrice. Quello tra Piero e Ada è un matrimonio felice e gioioso, nato anche grazie all’affinità intellettuale dei due giovani: il loro è un sodalizio umano e politico, Ada scrive sin da subito sulle riviste di Piero, partecipa con lui alle riunioni al punto da trasformare la loro abitazione in una tana per intellettuali antifascisti, condivide l’interesse per la lotta operaia e segue con lui la casa editrice che vanta presto di autori importanti come Luigi Einaudi, Curzio Malaparte e Eugenio Montale.

Dopo la pubblicazione di un articolo sull’assassinio dell’onorevole Matteotti, Piero Gobetti viene aggredito da un gruppo di fascisti: sarà solo una della tante volte che la furia fascista si scaglierà contro il giovane intellettuale. Nel 1924 decide di fondare una rivista letteraria, Il Baretti, non semplicemente per dar spazio anche ai suoi interessi letterari, ma soprattutto con l’intento di creare un luogo in cui porre in primo piano la questione della dignità e dell’indipendenza degli intellettuali dal governo vigente. Nel corso dell’anno successivo, Gobetti si ritrova a lottare contro il fascismo su più fronti, arrivando al sequestro della Rivoluzione liberale che porterà poi alla chiusura del giornale e all’ennesima aggressione che porterà Pietro a decidere di andare in esilio in Francia: è certo che lì potrà riprendere le sue pubblicazioni senza il controllo della censura fascista e soprattutto non rischierà la vita.

Attende la nascita del figlio Paolo il 28 dicembre 1925, poi parte per Parigi: Ada e il bambino dovrebbero raggiungerlo presto, ma a poche settimane dal suo arrivo Piero Gobetti muore in una clinica parigina.

Di tanta e di poca vita

La forte vitalità di Piero Gobetti emerge sin dall’incipit dove, giovane studente di Giurisprudenza, s’intrufola con alcuni compagni in una classe della facoltà di Lettere e si fa beffe di un professore e della sua lezione sul Purgatorio di Dante.

A questo punto il più smilzo – svettava per altezza, con una nuvola di ricci chiari sulla testa – si è alzato di colpo, ha raccolto il libro che poco prima aveva fatto cadere e l’ha infilato in una tasca già sformata della giacca. Al collo portava una cravattina a nodo fisso e i polsini di celluloide, sul naso un paio di occhiali tondi che in quella luce grigia brillavano. Sulle labbra, un sorriso malizioso, quasi di scherno. […] Sicuro di sé, sprezzante: un ragazzino pallido cresciuto troppo in fretta, nervoso nei movimenti, il pomo d’Adamo sporgente. […] aveva appena fondato una rivistina seriosa: ne aveva lasciata qualche copia sparsa sugli ultimi banchi. Si dava un gran da fare tra conferenze, libri, discorsi di politica.

A parlare è Moraldo, studente di Lettere, ragazzo tremendamente insicuro, convinto che soltanto il riconoscimento culturale possa dar valore a un uomo e proprio per questo profondamente bloccato; studia, scrive, prova a interessarsi di politica e di filosofia, ma la sua vera passione è fare caricature: i suoi taccuini sono pieni di volti di personaggi noti. Sempre alla ricerca di qualcosa che possa dare una svolta alla propria esistenza, quando scopre che è Piero Gobetti il ragazzo irriverente che ha disturbato la lezione su Dante, decide di spedirgli una lettera per proporsi come collaboratore per la sua rivista: ma sono gli ultimi giorni di dicembre del 1925, Piero è impegnato negli enormi cambiamenti che sta subendo la sua vita e la lettera non trova spazio nelle sue preoccupazioni.

Malgrado la difficoltà di un incontro con l’editore giovane, l’esistenza di Moraldo subirà un lieve sconvolgimento quando, per uno scambio di valigie, conoscerà una persona singolare: sarà la prima volta per il giovane studente che l’istinto e la vitalità prenderanno il sopravvento.

Moraldo è il personaggio di finzione che Di Paolo inserisce nel romanzo, una sorta di controparte di Piero: bloccato e incapace di prendere posizione, vittima di un «mondo ostile», imbarazzato dalle sue umili origini, immobile nella sua poca vita.

Le città: Torino e Parigi

Torino è il punto di partenza, Parigi l’approdo: l’itinerario è lo stesso per Piero e Moraldo, ma le ragioni profondamente differenti.

Le città appaiono con estrema vividezza in Mandami tanta vita, descritte con una precisione di dettagli tanto da farle apparire vive: ci si muove nel freddo pungente di febbraio, tra i Jardin de Luxembourg avvolti in un’aria da sogno e le strade torinesi pronte per festeggiare il carnevale (evento di particolare importanza nello svolgimento dei fatti, che Di Paolo sembra trasporre su carta con un richiamo al Cesare Pavese di Tra donne sole).

In particolare Torino assume in questo romanzo quasi un ruolo di co-protagonista: si incendia per le lotte sindacali, piange per gli esiliati, si sottomette al fascismo, sonnecchia nel nichilismo.

A piazza Castello i lampioni si spengono, sopra steli ricamati come le vesti scure delle signore. I vetturini fumano accanto alle carrozze, i ragazzi passano a gruppi di tre, di quattro, sono macchie nere nel chiarore della piazza tagliato dalle biciclette. Il tram, fermo al capolinea, pare che tremi dal freddo. Imboccando via Po, che corre spedita verso il fiume, Moraldo sarà di nuovo assalito dal rancore. Una corrente nervosa che spinge contro le pareti del collo e alle tempie, rende i passi e i gesti meccanici, come quelli delle marionette Colla. Quando una mendicante rannicchiata sotto i portici gli tenderà la mano, lui affretterà l’andatura, rischiando di scivolare su un velo di ghiaccio. Da un caffè sulla sconfinata piazza Vittorio arriveranno le parole di una canzone, Sei triste, non ti capisco, io non so che cosa cerchi, io non so che vuoi di più.

Le città sono uno specchio nel quale i protagonisti di questo romanzo possono riflettersi, osservarsi e forse addirittura comprendersi.

Quando si smette di essere giovani?

I personaggi di Mandami tanta vita sono tutti dei ragazzi che si avviano verso l’età adulta, eppure non si tratta un romanzo di formazione, piuttosto di un romanzo sulla giovinezza: un elogio alla passione e l’incoscienza che soltanto in quell’età si può esperire con tanta potenza. Di conseguenza non manca il bruciore della ferita della crescita, privilegio anch’esso, che Moraldo può sperimentare mentre Piero resta fermo.

Quando smetti di essere un bambino, non te ne accorgi. È una campanella che suona più a lungo del previsto, o semplicemente il risultato di un’estate. Quando smetti di essere adolescente, no, nemmeno di questo ti accorgi. Stai correndo. […]
E quando smetti di essere giovane?
Lì no, impossibile non accorgersi: una sequela di avvisaglie, di avvertimenti ti incalza, conferma che si sta esaurendo la scorta di benevolenza che il tempo e il mondo ti hanno destinato. Che cosa si guadagna, crescendo? Dove non avresti immaginato conflitti, è proprio la che esplodono, con una violenza che può lasciarti stordito. Non c’è quasi più niente che somigli a un dono. Tutto ha l’aria di una promessa non mantenuta.

Accanto al tema della gioventù trova ampio spazio anche il tema amoroso, in più modi declinato: l’amore tra giovani affini come quello tra Piero e Ada, l’amore non ricambiato e l’amore passionale e cieco di Moraldo, quello genitoriale e filiale di Piero e Ada verso il loro bambino e quello dei genitori di Piero e di Moraldo, infine quello rivolto agli idoli che non può portare altro che delusione.

Paolo Di Paolo scrive una biografia romanzata di Piero Gobetti, ma non solo: Mandami tanta vita è una romanzo che parla di gioventù, di amore, di ideali, di rischi e di fuochi inestinguibili perché accesi dalla passione.