Madreselva: il Sud oscuro e ancestrale di Gerardo Spirito

A distanza di tre anni, Gerardo Spirito torna con una nuova discesa agli inferi. Circondato da un bosco fitto e inquietante e arroccato sul fianco di una montagna ritenuta sacra si erge un paese popolato dagli ultimi, dagli abietti: al centro una statua, quella del Nazareno, attorno solo desolazione e morte.

Madreselva, uscito per Moscabianca a gennaio 2025, riprende i temi di Il libro nero della fame, riportandoci nel Sud più oscuro e ancestrale. Non esiste buona sorte e nemmeno speranza: i racconti contenuti tratteggiano uomini e donne dimenticati a tutti, una natura oscura e impenetrabile, riti e folclore antichi.

Madreselva: l’orrore dell’umano

Classificare Madreselva come una raccolta di racconti è improprio. I sette affreschi terribili in cui ci immergiamo condividono non solo lo stesso mondo, ma anche – in parte – gli stessi personaggi. Cadenzate da preghiere rivolte a Ma’ Cristiana, “anziana vergine romita“, le storie in cui entriamo hanno poco di sovrannaturale. L’orrore che respiriamo è reale, umano, ed è strettamente connesso alla vita e alla morte. Ma soprattutto è intimamente collegato alla miseria umana in tutte le sue forme.

Viviamo nei posti che appartenevano ai morti. Le case che abitavano, i campi che curavano, le strade che attraversavano. Possediamo le cose che appartenevano a loro. Usiamo le cose che usavano loro. I posti dei vivi sono i posti dei morti.

Il Sud tratteggiato da Spirito è quello dell’entroterra campano, oscuro e ancestrale, in cui convivono il sacro (a partire dalla statua del Nazareno) e il sacrilego. I personaggi, di età differenti ma accomunati da una grande miseria, si muovono in questo ambiente, adorando al contempo Dio e Dei. Sembra di essere all’inizio di un’Apocalisse, che si stiano avvicinando gli ultimi giorni per l’umanità. Tutto è sofferenza, e sono gli stessi personaggi a procurarlo ad altri e a loro stessi.

È così che vanno le cose. Dio ci ha messo al mondo per soffrire e noi dobbiamo solo accettarlo.

Ci imbattiamo, così, nel dolore di un padre a cui viene a mancare un figlio e che non si dà pace o in quello di una donna talmente brutta che crede di meritare l’odio che riceve. E qualsiasi sia la storia che stiamo leggendo percepiamo tutto il male che i personaggi provano e a cui faticano a sottrarsi.

Personaggi e natura in Madreselva

Diceva che lassù gli alberi potevano sanguinare e i rami erano arti e le foglie erano unghie che crescevano all’infinito, anche quando diventavano rosse e fitte di ruggine. Diceva che la colpa era di una rogna, una rogna antica, insalubre, alimentata dagli uomini che lavoravano alle cave.

In Madreselva natura e persone si fondono e si assomigliano. Addirittura, come nella storia dei gemelli Ada e Asa, sono le piante ad essere quasi umane. Impossibile in questo frangente non pensare all’Inferno dantesco e, in particolare, alla selva dei suicidi, trasformati proprio in alberi al cui interno scorre sangue. E non è un caso: i diversi affreschi in cui entriamo hanno l’odore acre dello zolfo e l’aria soffocante e malsana di un luogo dimenticato da Dio.

Un ruolo importantissimo lo riveste la montagna, definita “sacra” dai vari personaggi, al punto che non è visto di buon occhio chi lavora alle cave della stessa. Ma non solo: è la dimora di un culto, quello della Grande Madre, già anticipato in un racconto de Il libro nero della fame.

Tra sacro e sacrilego: la fede in Madreselva

Se c’è qualcosa di profondamente radicato in entrambi i titoli di Spirito è il legame con il folklore. L’oscurità della fede, la distinzione tra bene e male – non sempre davvero chiara – sono spesso il motore dell’azione dei personaggi. C’è Unghia, un venditore di Bibbie, saldo nel suo credo, che lo vedrà pian piano perdere consistenza con l’avvicinamento ad un eremo, considerato legato al Maligno. C’è Emerenziana, santa guaritrice dell’ultimo affresco, che è al tempo stesso ricercata e ripudiata, perché non un vero medico.

Il sacro e il sacrilego trovano spazio all’interno di tutto Madreselva: le stesse preghiere che aprono le diverse parti del libro hanno una dedica che mista tra l’esser rivolta a Dio e alla Montagna. E la speranza di un qualche bene alla fine di ogni storia è vana, benché non manchi di esserci.

Ti prego, o montagna redentrice, tu che sei adorata come seme alla pioggia, […] benedici questa terra e questo paese, affinché sia allontanato dai cuori ogni male, e ogni tentazione nemica, e ogni capriccio infruttuoso. Lode.

A chi lo consiglio

Leggere Madreselva è trovarsi in un luogo certamente oscuro e ancestrale, ma soprattutto in una realtà così ben descritta da riuscire a percepire sfumature, odori, sensazioni. Spirito, infatti, riesce con la sua prosa dagli echi biblici e ricca di lessico anche specifico – specialmente per quanto riguarda la natura – a far comparire davanti agli occhi di chi legge ogni singolo dettaglio.

Sicuramente, chi ama narrazioni molto evocative, storie senza speranza che ricordano il canto orale, amerà lasciarsi rapire da questo romanzo corale, e soffrirà per le sorti dei suoi personaggi. Chi teme di spaventarsi, visto il riferimento al folk horror può stare tranquillo. Le atmosfere non sono “orrorifiche” alla stregua di Decluna di Federica Leonardi, che in questo genere è decisamente rappresentativo. L’orrore qui è generato dalla miseria umana e, forse, fa provare più rabbia che paura.

Nessuna supplica. Nessun pianto. Nessun grido di padre o di madre. La notte raggrinzisce nera e famelica sulle vestigia del paese. La colata di fango e macerie si arresta, si fa pietra.